(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) una rara e complessa forma della malattia che è diventata oggetto di analisi di un gruppo di ricercatori dell'Istituto Gaslini di Genova. In uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association, gli scienziati avevano descritto la cura trovata per questo tipo di malattia.
Il punto di partenza era l'efficacia di un farmaco (Anakinra) che inibisce l'interleuchina-1, una delle molecole che inducono l'infiammazione nell'organismo. Un nuovo studio, condotto da Alberto Martini - direttore scientifico del Gaslini -, Marco Gattorno, Nicola Ruperto dell'Istituto genovese, in collaborazione con Antonio Brucato del Giovanni XXIII di Bergamo e Massimo Imazio del Maria Vittoria di Torino, dimostra in maniera incontrovertibile l'efficacia della terapia.
Hanno partecipato alla sperimentazione 21 pazienti con pericardite ricorrente severa, sottoposti a uno studio placebo-controllato per valutare l'efficacia di Anakinra. «I risultati sono stati assolutamente spettacolari: tutti i pazienti hanno risposto assai rapidamente e, nei pazienti che hanno proseguito il trattamento, non si sono praticamente osservate recidive», spiega Martini.
L'unico problema del farmaco è il suo costo elevato. Per questo, al momento, viene utilizzato solo nei casi più gravi. Per gli altri, la colchicina rimane un'ottima opzione terapeutica in caso di pericardite recidivante. Lo affermano le linee guida per la diagnosi e la gestione delle malattie del pericardio messe a punto dagli esperti della European Society of Cardiology e pubblicate sullo European Heart Journal.
Il tasso di recidiva dopo un primo episodio di pericardite è molto alto. Varia dal 15 al 30 per cento dei casi, con punte del 50 per cento nei soggetti non trattati con colchicina.
Le linee guida suggeriscono l'uso del farmaco come terapia di prima linea in aggiunta alla terapia antinfiammatoria standard a base di acido acetilsalicilico o Fans. L'associazione migliora la risposta al trattamento, riducendo il numero degli episodi e i tassi di remissione. I medici consigliano una somministrazione di colchicina di almeno 6 mesi. Il dott. Brucato commenta: «La pericardite recidivante è una patologia di difficile gestione. L'approccio corretto è quello proposto dalle linee guida e si basa sui seguenti capisaldi. Impiego di aspirina o Fans a dosi elevate, scegliendo il farmaco meglio tollerato, con dosi suddivise ogni otto ore almeno durante l'attacco acuto, e utilizzando la via endovenosa nel malato ricoverato; aggiunta di routine di colchicina, utilizzando dosi basse e correlate al peso: 0,5 mg 2 volte al giorno nelle persone che pesano più di 70 kg e solo 0,5 mg/die nelle persone che pesano meno di 70 kg (es. la maggioranza delle donne) o che comunque non tollerano la dose di 1 mg; limitare al massimo l'impiego dei corticosteroidi, e, nei casi in cui si ritengono indispensabili, utilizzare solo dosi medio basse, es. 5-10 mg di prednisone/die e comunque mai oltre i 25 mg/die; utilizzo di farmaci adiuvanti quali analgesici e antidolorifici per controllare meglio il dolore, o di paracetamolo in caso di persistenza di febbre, rassicurare il malato: la tipica pericardite idiopatica recidivante, caratterizzata da attacchi anche violenti ma che poi si risolvono completamente, per poi ripresentarsi settimane o mesi dopo, ha una prognosi buona, senza evoluzione in costrizione o in altra cardiopatia. Una volta ottenuto un completo controllo dell'attacco (cosa che può richiedere 1-3 settimane) la terapia, se tollerata, va mantenuta invariata, e ogni riduzione dove essere graduale, ed eseguita solo in assenza di sintomi di rilievo e se la Pcr è normale. Il primo farmaco che dovrà essere sospeso è il cortisone, in settimane o in mesi; poi si ridurranno fino a sospensione aspirina o Fans e da ultimo verrà sospesa, meglio gradualmente, la colchicina, tenendo presente che recidive possono verificarsi dopo riduzione e sospensione di ogni farmaco».
Ovviamente, la colchicina non va intesa come una sorta di bacchetta magica con la quale risolvere tutti i problemi indotti dalla pericardite. Tuttavia, il farmaco sviluppato in origine per il trattamento dell'artrite si rivela efficace nel ridurre le recidive, e il periodo di assunzione - che, come detto, i medici fissano in 6 mesi - può anche essere prolungato nei casi più gravi. Il medicinale, infatti, non sembra associato a problemi rilevanti, anche con un'assunzione prolungata.
«Ciò che va monitorato nel tempo sono le interazioni con altri farmaci, ad esempio claritromicina, ed eventuali riduzioni di dose in caso di alterazione della funzione renale o epatica», conclude Brucato.
Un team di ricercatori dell'Università di Sydney ha pubblicato sul Journal of the American Heart Association uno studio che prefigura una vera e propria rivoluzione nel trattamento delle malattie cardiache ad alto rischio di infarto.
Secondo i test la colchicina avrebbe la capacità di ridurre dell'88 per cento la concentrazione dei tre principali marcatori infiammatori che minacciano la salute del cuore.
Il prof. Sanjay Patel, coordinatore della ricerca, ha preso in esame 40 pazienti colpiti da sindrome coronarica acuta, una condizione temibile nella quale i vasi coronarici restano bloccati, provocando attacchi di cuore e gravi dolori toracici.
«Se i test daranno ancora risultati positivi, avremo a disposizione una nuova terapia che migliorerà notevolmente le prospettive di chi subisce attacchi cardiaci», spiega Patel. «La maggior parte dei trattamenti - sottolineano gli scienziati - correnti mirano ad abbassare la pressione sanguigna, a ridurre il colesterolo o a diluire il sangue, mentre questo metodo agisce sull'infiammazione, un obiettivo completamente nuovo».

Fonte: European Heart Journal
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30/11/2016 Andrea Sperelli

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