(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) con in più la somministrazione intraoperatoria per via iniettiva di diclofenac e 220 senza). In entrambi i gruppi vi erano pazienti sovrappeso e obesi. I risultati? Nel gruppo sottoposto alla terapia con ketorolac si è verificata una diminuzione di recidive, che è stata più evidente nel caso di indice di massa corporea elevato. «Già alcuni studi retrospettivi suggerivano un ruolo potenziale dei farmaci antinfiammatori non steroidei nella prevenzione delle recidive – spiega Elia Biganzoli, dirigente ricercatore dell’Unità di Biostatistica, biometria e bioinformatica dell’Istituto Nazionale dei Tumori e professore di Statistica medica dell’Università degli Studi di Milano – Ma questo posiziona per la prima volta nero su bianco il ruolo di un antinfiammatorio non steroideo, in particolare il ketorolac, focalizzandone in più la capacità di azione nelle pazienti sovrappeso e obese».
L’intervento chirurgico per l’asportazione del tumore primario è una componente essenziale del trattamento del carcinoma mammario, come sottolineato da tutte le linee guida internazionali e nazionali. Tuttavia, la rimozione può attivare meccanismi di risveglio di cellule quiescienti che talvolta si diffondono nel corpo prima dell'intervento, fenomeno conosciuto come “tumour dormancy”. «Questo risveglio della dormienza tumorale – interviene Romano Demicheli, coautore dello studio e ricercatore senior dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – è stato dimostrato che si può associare a fenomeni di tipo infiammatorio e produce un risveglio metastatico accelerato. Questo processo è particolarmente attivo e peggiorativo nel caso del sovrappeso e dell’obesità, perché un indice elevato di massa corporea si lega usualmente a un’infiammazione cronica di basso grado».
Questo studio apre prospettive rilevanti per l’impatto sulla prevenzione delle metastasi. «Indica un riposizionamento atteso importante del ketorolac nel trattamento intraoperatorio di pazienti con carcinoma mammario con un alto indice di massa corporea – aggiunge Elia Biganzoli -. Rappresenta un trattamento potenzialmente sicuro, efficace e meno costoso di altre terapie sistemiche adiuvanti. Potrebbe quindi essere un passo avanti nel trattamento del carcinoma mammario primario per i paesi a elevato benessere ma soprattuto per le nazioni più povere e meno avanzate nella terapia del tumore al seno. L'obiettivo ora è di convalidare questi risultati nel contesto di uno studio clinico prospettico».
Uno studio dell’Istituto dei Tumori di Milano conferma il nesso fra obesità e tumore del seno. La ricerca è stata realizzata su un campione di 2.300 donne fra i 35 e i 70 anni.
Il direttore scientifico Marco Pierotti annuncia l'avvio del Progetto MeMeMe, uno studio che ha l'obiettivo di prevenire il nesso fra cattivi stili di vita e tumori e spiega: "i tre 'Me' stanno per sindrome metabolica, dieta mediterranea e metformina. Quest'ultimo è un farmaco da cinquant'anni per curare il diabete che ha effetti metabolici simili a quelli di una dieta sana. Al progetto potranno aderire 2mila persone, che seguiranno un programma di dieta e stile di vita, con l'aggiunta della metformina, eliminando abitudini che si è visto essere correlate allo sviluppo dei tumori e di altre malattie come diabete, ipertensione, obesità, coronaropatie".
Anche un'altra ricerca ha verificato la pericolosità di una condizione di obesità per le donne. Lo studio della University of Oxford ha analizzato i dati di 80mila donne colpite da cancro al seno e un totale di 70 sperimentazioni cliniche. Dai dati è emerso che l'obesità aumenta il rischio di morte del 34 per cento fra le donne con tumore mammario in età da pre-menopausa, soprattutto quando vengono colpite dal tipo Her2 positivo, una delle forme più aggressive.
Alle stesse conclusioni è giunta una ricerca coordinata dal dottor Giuseppe Sparano del Montefiore Medical Center di New York (University Hospital for Albert Einstein College of Medicine) e pubblicata su Cancer.
Per lo studio sono stati messi a confronto i dati riguardanti la salute di pazienti obese e in sovrappeso con quelli di donne con corporatura normale. Per tutte era stato accertato un tumore al seno allo stadio I e III. Dallo studio sono state escluse tutte le pazienti che avevano significativi problemi di salute.
Secondo la ricerca il rischio di morte e recidiva è direttamente proporzionale all’aumentare dell’indice di massa corporea (BMI), anche in caso di terapia.
«Abbiamo scoperto che l’obesità al momento della diagnosi di cancro al seno è associata a un rischio di circa il 30 per cento più elevato di recidiva e un rischio di quasi il 50 per cento più elevato di morte, nonostante il trattamento ottimale - sottolinea il dottor Sparano -. I trattamenti strategici volti a interferire con i cambiamenti ormonali e l’infiammazione causati dall’obesità possono contribuire a ridurre il rischio di recidiva».
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03/05/2018 Andrea Sperelli

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