(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) Persone affette dalla malattia preclinica possono adottare misure per migliorare lo stato di salute vascolare, tra cui guardare alla dieta, all'esercizio e alla gestione di eventuali problemi di peso e alla pressione del sangue".
Anche alcuni ricercatori del King's College di Londra hanno condotto uno studio su 200 coppie di gemelli, analizzando la presenza di ben 1.129 sostanze candidate a diventare marcatori per la malattia.
I risultati, apparsi su Translational Psychiatry, dimostrano la possibilità futura di predire l'insorgenza dell'Alzheimer basandosi sui livelli della proteina MAPKAPK5, coinvolta in alcuni segnali cellulari. In chi sta sviluppando la malattia, la concentrazione della proteina nel sangue tende a scemare, con una conseguente riduzione delle abilità cognitive.
Steven Kindle, uno dei ricercatori, spiega: “questo è un buon punto di partenza, ad esempio per scegliere chi parteciperà a sperimentazioni cliniche o studi sull’Alzheimer, ma un test del sangue che predice il rischio di Alzheimer è ancora lontano. Bisognerà continuare a monitorare i soggetti ancora per molti anni per capire se la proteina è effettivamente legata al rischio di Alzheimer”.
Allo stesso obiettivo però lavorano anche altri ricercatori. Alcuni scienziati dell'Università della California di Los Angeles hanno pubblicato su Neurology i dettagli di uno studio sull'argomento.
La dott.ssa Liana Apostolova, direttore del laboratorio di Neuroimaging presso il Mary S. Easton Center for Alzheimer’s Disease Research della Ucla e capo del team di ricerca, spiega: “i biomarcatori ematici avrebbero l’importante vantaggio di essere sicuri, convenienti e facili da gestire anche in grandi gruppi o in aree prive di strumentazioni, e quindi un test del sangue potrebbe avere un enorme impatto sulla cura e sugli studi clinici.
Il nostro studio suggerisce che insiemi di specifiche proteine nel sangue possano essere utilizzati per stabilire la presenza di Alzheimer in maniera non invasiva. Ora dobbiamo perfezionare e migliorare la potenza di questo test introducendo nuovi parametri correlati alla malattia, ma i primi dati indicano che l’esame è fattibile e potrebbe sbarcare sul mercato in breve tempo”.
Anche un team di ricerca della Georgetown University di Washington guidato dal dott. Mark Mapstone sta studiando questa possibilità. Gli scienziati hanno messo a punto un nuovo test basato su una semplice analisi del sangue, che avrebbe una capacità di predizione del 90 per cento su un arco temporale di 3 anni.
Il test, spiegato nei dettagli sulla rivista Nature Medicine, è stato sviluppato coinvolgendo 525 settantenni per 5 anni. Gli scienziati hanno realizzato un confronto fra i test del sangue di 53 volontari che avevano già sviluppato la malattia e altri 53 coetanei sani. Dai test è emersa la presenza di livelli anomali di 10 grassi nel primo gruppo. A questo punto, i ricercatori hanno incrociato i risultati con altre centinaia di test, arrivando a ottenere dei marker affidabili della malattia nelle persone sane.
Il test potrebbe risolvere uno dei grandi problemi della medicina moderna, ovvero la mancanza di tempo per intervenire in maniera efficace sulla malattia, dal momento che l'Alzheimer impiega molto tempo a svilupparsi, circa 10 anni, ma lo fa in maniera silente, senza manifestare sintomi. Quando lo fa è già troppo tardi e il declino cognitivo è inarrestabile.
“Se sarà disponibile un test predittivo così affidabile per individuare i pazienti a rischio occorrerà intervenire con ogni strumento che abbia un impatto efficace sulla riserva cognitiva”, commenta Gioacchino Tedeschi, direttore 2a Clinica neurologica della Seconda Università degli Studi di Napoli. “Per riserva cognitiva”, spiega, “si intende la capacità di ritardare gli effetti dell’invecchiamento fisiologico e patologico. I primi studi in questo campo risalgono al ’94: in soggetti anziani sani seguiti per 4 anni sani si evidenziò che il grado di educazione, rispetto a un basso grado di scolarità, era un fattore protettivo rispetto ai deficit di memoria”.
L'istruzione, un lavoro stimolante e una vita attiva rappresentano altrettanti validi strumenti per difendersi dalla possibile aggressione del morbo di Alzheimer. “Su questa riserva si può lavorare, 'allenandola' per contrastare l’Alzheimer o antagonizzare il più possibile gli effetti dell’invecchiamento cerebrale”.
Si può farlo in vari modi, ad esempio tornando a studiare, svolgendo un'attività fisica regolare, imparando ad utilizzare il computer, ma soprattutto cercando di fare tutte quelle cose che ci piacciono di più, un aspetto che garantisce il mantenimento di una motivazione adeguata. Questi elementi hanno una precisa base biologica, come spiega Tedeschi: “l’arricchimento cognitivo si rifà alla plasticità neuronale, e sulla richiesta cognitiva si basa l’aumento delle sinapsi e delle connessioni, verificabile dalla misura dello spessore corticale e dalla funzionalità delle reti neuronali”.
Nel mondo 44 milioni di persone soffrono di Alzheimer, e una stima dell'Oms parla di 135 milioni di persone affette dal morbo nel 2050, con un'incidenza fra le classi sociali più povere di oltre il 70 per cento.
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19/10/2015 Andrea Piccoli

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