(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) progressive; rappresentano inoltre il più ampio repertorio di evidenze ad oggi disponibili relative all’efficacia di un trattamento nel rallentare in modo significativo la progressione della disabilità nella SM primariamente progressiva”, ha affermato Stephen Hauser, MD, referente dello Scientific Steering Committee degli studi OPERA I e OPERA II, professore di neurologia presso la University of California, San Francisco, e direttore dell’UCSF Weill Institute for Neurosciences. “In aggiunta, i dati suggeriscono che ocrelizumab sopprima rapidamente le recidive e l’attività di malattia alla RM nei pazienti con SMR precedentemente trattati con interferone beta-1a, e che il trattamento precoce con ocrelizumab riduca la progressione della disabilità e l’atrofia cerebrale”.
Negli studi di estensione in aperto di Fase III OPERA I e OPERA II, i pazienti con SMR che hanno proseguito continuativamente per cinque anni il trattamento con ocrelizumab hanno mostrato outcomes migliori nell’atrofia cerebrale e nella progressione della disabilità confermata (CDP) rispetto ai pazienti passati a ocrelizumab dopo i primi due anni di trattamento con interferone beta-1a. I pazienti con SMR che avevano iniziato ocrelizumab due anni prima hanno mantenuto, dopo 5 anni di trattamento continuativo, una perdita inferiore di tessuto cerebrale totale, di sostanza bianca e di sostanza grigia corticale. I pazienti con SMR che avevano iniziato il trattamento con ocrelizumab due anni prima hanno ottenuto riduzioni significative e persistenti della progressione della disabilità confermata a 24 settimane (CDP24) rispetto a coloro che erano passati a ocrelizumab dopo trattamento con interferone beta-1a (rispettivamente 16,1% vs. 21,3% di CDP24 al 5° anno di trattamento, p=0,014).
Inoltre, i pazienti con SMR passati a ocrelizumab dopo trattamento con interferone beta-1a nell’ambito della fase randomizzata controllata degli studi hanno mostrato una rapida soppressione dell’attività di malattia, misurata clinicamente, come tasso annualizzato di recidiva (ARR), e mediante RM, come numero di lesioni T1 captanti gadolinio (T1-Gd+) e lesioni T2 nuove/in espansione (T2 N/E). Il passaggio a ocrelizumab ha ridotto il tasso annualizzato di recidiva da 0,2 (prima del passaggio) a 0,07 dopo tre anni di trattamento con ocrelizumab. I pazienti hanno riportato una soppressione quasi completa delle lesioni T1 captanti gadolinio (T1-Gd+) da 0,49 lesioni per scansione durante il trattamento con interferone beta-1a a 0,004 lesioni per scansione dopo tre anni di trattamento con ocrelizumab. Allo stesso modo, il numero di lesioni T2 nuove o in espansione (T2 N/E) è diminuito da 2,58 a 0,038 lesioni per scansione.
I pazienti con SMPP trattati con ocrelizumab nei tre-cinque anni precedenti hanno presentato una minore progressione della disabilità nell’estensione in aperto (OLE) dello studio di fase III ORATORIO. La progressione della disabilità si è ridotta significativamente del 9,6% nei soggetti trattati con ocrelizumab in modo continuativo rispetto a quelli passati a ocrelizumab da placebo, come evidenzia il CDP a 24 settimane (p=0,023). La progressione della disabilità degli arti superiori, misurata con il test dei nove pioli (9-HPT), si è ridotta significativamente del 13,4% nei pazienti trattati con ocrelizumab in modo continuativo rispetto a quelli passati a ocrelizumab da placebo (p=0,001).
Saranno inoltre presentati i dati dello studio in aperto di fase IIIb CHORDS, che valuta l’efficacia e la sicurezza di ocrelizumab nei pazienti con SM recidivante-remittente (SMRR) che hanno avuto una risposta subottimale ad un’altra terapia modificante la malattia (DMT) dopo almeno sei mesi di trattamento. Un’analisi ad interim condotta dopo 48 settimane evidenzia che il 59% dei pazienti passati ad ocrelizumab non ha avuto recidiva, non ha presentato attività di malattia alla RM misurata come numero di nuove lesioni T1-Gd+ e numero di lesioni T2 N/E, e non ha mostrato CDP a 24 settimane.
I dati sulla sicurezza presentati all’ECTRIMS, relativi a 3.811 pazienti con SMR e SMPP per un’esposizione totale al farmaco pari a 10.919 anni-paziente di esposizione a ocrelizumab, in tutti gli studi clinici, si confermano coerenti con il profilo beneficio-rischio favorevole del farmaco.
Il 29 agosto scorso sulla rivista Annals of Neurology è stata pubblicata un’analisi post-hoc dello studio ORATORIO che ha evidenziato come il trattamento con ocrelizumab aumenta rispetto al placebo la percentuale di pazienti con SMPP che raggiunge l’assenza di evidenza di progressione o di malattia attiva (NEPAD - una misura completa della SM).
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10/10/2018 Andrea Piccoli

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