(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) dell’ospedale”.
Così i piccoli possono immaginare di avere un cappello magico che non fa sentire il dolore della puntura o di giocare con i pinguini al polo nord durante una medicazione per ustioni, come accade nella più recente applicazione della realtà virtuale con tecnica affine all’ipnosi. Il Meyer è stato uno dei primi ospedali italiani che già nel 2000 ha aperto le porte alla prof.ssa Leora Kuttner, esperta canadese considerata un’autorità a livello internazionale nell’applicazione di queste pratiche in ambito pediatrico. È da allora che nell’ospedale fiorentino il servizio di Terapia del Dolore e la psicologia ospedaliera svolgono corsi rivolti non solo al personale interno, ma anche agli specialisti provenienti dagli altri ospedali italiani. La tecnica ipnotica è utilizzata in molti centri pediatrici sia in Italia che all’estero ed è utile in ambito pediatrico perché riduce il ricorso ai farmaci. C’è una vasta letteratura in proposito e un vero e proprio guru in materia è Milton Erickson, i cui studi hanno fatto da apripista. Di queste esperienze si parlerà nella sessione dedicata alla Terapia del dolore del Congresso nazionale della Società di anestesia e rianimazione neonatale e pediatrica italiana (SARNePI) in corso a Firenze in questi giorni.
Al Meyer questo approccio si è via a via esteso, approdando nella struttura di radiodiagnostica proprio su sollecitazione del responsabile Claudio Defilippi: “Abbiamo un numero molto elevato di narcosi in Radiologia, circa 3 mila ogni anno a fronte di oltre 9 mila tra Risonanze magnetiche e altre prestazioni. Da questo è nata l’esigenza di sperimentare nuove vie nell'interesse del bambino”.
E proprio qui è attiva l’anestesista (e psicoterapeuta) Maria Luisa Malafronte, dello staff di Neuroanestesia diretto da Leonardo Bussolin, che da anni impiega le tecniche ipnotiche: “Utilizzo questo approccio per ridurre, laddove è possibile, il ricorso alle sedazioni. Certo, queste pratiche non riescono sempre e comunque e in tutti i bambini, ma consentono comunque di instaurare un clima positivo e sereno durante esami che possono essere fastidiosi perché costringono il piccolo a restare fermo per lungo tempo. Mi riferisco ad esempio alla risonanza magnetica”.
Maria Luisa utilizza una tecnica immaginativa che dispensa con l’uso della voce, utilizzando il mondo del fantastico, delle favole e delle magie, ottenendo buoni risultati. “Ricordo una bambina che aveva dato un riscontro positivo, immaginando di essere un albero – continua il dr. Defilippi – Sembrava aver reagito bene all’induzione, senonché quasi al termine della seduta l’abbiamo vista muoversi. All’uscita le abbiamo chiesto, per nostra curiosità, perché si era mossa. Lei ci ha spiegato: “Perché c’era il vento”. La piccola aveva risposto talmente bene all’immaginazione guidata da muoversi, proprio come fanno le fronde degli alberi, alla sensazione di brezza che a volte si coglie dentro allo scanner.
“Questo approccio utilizza tutti i sensi – prosegue la dr.ssa Malafronte -: uditivo, visivo, tattile, olfattivo, gustativo. Sensibilità ed esperienze costituiscono il patrimonio di cui il pediatria dispone per l’induzione ipnotica. Mentre la sala di imaging diventa un luogo sicuro, privo di ansia e di stress, dove la mamma o il papà stanno accanto al bambino, lo toccano a un piede, mentre con la mia voce vive un’esperienza immaginaria, una trance ipnotica che gli consente di tollerare quei lunghi minuti di risonanza. Il mio obiettivo, come quello di tutto il team, è di ridurre le sedazioni nei bambini che devono ripetere anche frequentemente questi esami, come i piccoli dell’oncologia”.
Il ruolo della dr.ssa Malafronte si è rivelato ampio: un approccio che ha esteso a tutto il personale proprio per rendere il rapporto con la macchina piacevole non solo per i bambini, ma anche per i genitori e tutti coloro che ne sono coinvolti. “In realtà costruiamo ecosistemi positivi, dove il piccolo paziente si sente bene”, conclude l’anestesista.
E in caso di bambini con disabilità? “Anche con loro è possibile raggiungere buoni risultati, ma bisogna entrare nel loro mondo. È capitato infatti che a un bambino con sordità non riuscisse l’induzione: in realtà percepiva in modo differente le vibrazioni della macchina. Questa tecnica consente davvero di avere una qualità della relazione con il bambino molto alta e importante”.
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12/11/2015 Arturo Bandini

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