(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) inattiva le cellule T del sistema immunitario, creando un ambiente immunosoppresso ideale per la crescita neoplastica.
Atezolizumab si lega alla proteina PD-L1 prevenendo il legame con PD-1, consentendo alle cellule T di attivarsi e all'organismo di reclutare altre cellule immunitarie in grado di aggredire la neoplasia.
«Sfortunatamente, nonostante il beneficio clinico, spesso si sviluppa resistenza entro il primo anno di trattamento, fatto che sottolinea la necessità di mettere a punto strategie che producano remissioni durature a fronte di un'accettabile tossicità», sottolinea il ricercatore.
L'analisi condotta da McDermott ha coinvolto 70 pazienti trattati in precedenza e affetti da carcinoma a cellule renali avanzato o metastatico. 63 pazienti mostravano un'istologia a cellule chiare. Per quanto concerne la sicurezza, nel 43 per cento dei casi si sono verificati rash cutanei e ipotiroidismo.
«In conclusione, Atezolizumab ha dimostrato un profilo di sicurezza e un'attività antitumorale gestibili e promettenti nei pazienti con carcinoma renale metastatico, aprendo la strada a ulteriori ricerche», scrivono gli autori.

Fonte: Journal of Clinical Oncology
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16/02/2016 Andrea Piccoli

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