(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) di fronte a un vero e proprio “mal di rumore”, un caos sonoro invasivo e persistente che può mettere a rischio la salute generale dei cittadini.
Alcune indagini considerano il rumore un fattore di rischio cardiovascolare. Si calcola che la semplice riduzione di 5 decibel sarebbe sufficiente a diminuire la prevalenza di ipertensione nella popolazione dell'1,4%, mentre quella di coronaropatie e infarti calerebbe dell'1,8%. In Italia, ad esempio, questo “risparmio” di decibel potrebbe portare a 200 mila ipertesi e a 2 mila infarti in meno. Inoltre, emerge una “correlazione pericolosa” tra il rumore e alcuni disturbi fortemente debilitanti: circa il 30% delle persone esposte a un livello alto di rumore lamenta infatti un disturbo dell’umore (irritabilità, umore instabile, nervosismo e preoccupazione), insonnia, difficoltà di concentrazione e mal di testa contro il 16% di chi è meno esposto al rumore. In pratica, all’aumentare dei decibel si riscontra una crescita di circa il doppio dei vari disturbi. Infine, un elevato livello di esposizione al rumore aumenta di circa il 30% la probabilità di avvertire una qualche difficoltà uditiva.
“L’esposizione al rumore - spiega Giancarlo Cianfrone, Professore Ordinario di Audiologia e Direttore del Dipartimento Organi di Senso, Università degli Studi di Roma La Sapienza - può danneggiare le nostre orecchie. Si tratta di danni anatomici e funzionali, che dipendono dall’intensità del rumore, dalla durata dell’esposizione e dalla suscettibilità che ogni persona ha nei confronti del rumore. In pratica, un eccesso di decibel può compromettere lo stato di salute delle strutture sensoriali e neurali uditive. Infatti, quando si ha un’esposizione nociva o rischiosa al rumore, le alterazioni che si registrano coinvolgono in particolare, in maniera più o meno vistosa, il neurotrasmettitore Glutammato e i processi deputati agli scambi biochimici tra neuroni sovra cocleari. Da questa situazione di sofferenza possono generarsi le condizioni per una perdita uditiva provocata dal rumore e, a volte, anche di due altri fenomeni uditivi: gli acufeni, considerati percezioni fantasma di suoni, e l’iperacusia, un’intolleranza ai suoni esterni, anche lievi o moderati”.
“I soggetti più suscettibili e vulnerabili al rumore - aggiunge Cianfrone - sono da una parte i giovani e gli adolescenti, spesso esposti a musica ad alto volume, e gli anziani, in cui invece al rumore si aggiunge il possibile utilizzo di farmaci ototossici e un maggiore rischio metabolico e cardiovascolare: un mix esplosivo per l’udito”.
“Il rumore pervade ormai la nostra quotidianità - commenta Roberto Albera, Professore Ordinario di Otorinolaringoiatria, Università degli Studi di Torino - e il termine socioacusia è stato coniato proprio per indicare un deficit uditivo che si manifesta come conseguenza del vivere in ambienti con un elevato tasso di inquinamento acustico. Già negli anni ’50 gli studiosi avevano messo in luce come la soglia audiometrica, indicativa dell'intensità minima del suono che si è in grado di percepire, fosse più elevata negli abitanti di contesti urbani rispetto ai contesti rurali. Da allora, l’inquinamento acustico è ulteriormente aumentato e alcuni stili di vita contemporanei hanno contribuito ad aggravare il fenomeno. Abuso di alcol, fumo, obesità, ipertensione, diabete e ipercolesterolemia possono infatti accentuare il danno alla funzione uditiva. Senza contare che è molto cambiata la fruizione della musica. Le discoteche hanno raggiunto livelli di rumorosità tali da poter danneggiare l'udito di chi le frequenta abitualmente e per molto tempo, mentre negli ultimi 20 anni si è assistito alla diffusione di massa dell'ascolto di musica in cuffia, con livelli massimi di suono che possono arrivare a 120 decibel. Oggi il 90% dei ragazzi fra 12 e 19 anni utilizza i riproduttori musicali, di questi la metà ammette di tenerli ad alto volume e uno su tre di usarli molto spesso”.
“Molti aspetti culturali - spiega Giampaolo Nuvolati, Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Sociologia, Università degli Studi di Milano Bicocca - intervengono nella valutazione del rumore: quello che le persone considerano come accettabile o meno cambia infatti continuamente sulla base dei propri valori, esperienze e abitudini. In alcune culture i rumori della strada sono visti come elementi identitari e di appartenenza alla comunità, in altre il silenzio assume addirittura una valenza di esclusività e di selezione sociale. Ad esempio, a New York o Napoli l’aspettativa di silenzio degli abitanti è bassa, i rumori sono considerati come parte integrante della cultura locale ed è perciò elevato l’adattamento al rumore. Un esempio tipico di adattamento è in discoteca, quando il volume è assordante, ma è ritenuto accettabile perché è parte dell’esperienza. Al contrario si parla di dissonanza, ad esempio, dopo un trasloco dalla campagna, quando il caos urbano può sembrare intollerabile, o se si ha un lavoro che richiede concentrazione e nulla di diverso dal silenzio risulterà sostenibile”.
Pochi conoscono le conseguenze disastrose che il troppo rumore può avere sull’organismo. Soltanto 1 persona su 2 immagina che possa provocare stress, compromettere il sonno o rendere irritabili, meno di 1 su 10 lo correla a un maggior rischio cardiovascolare. La metà della popolazione ignora addirittura che un’esposizione frequente e prolungata a rumori intensi possa danneggiare l’udito.
Per mettere un freno al “mal di rumore” gli esperti suggeriscono due binari di azione. Da un lato è necessario fare prevenzione e informare i cittadini, soprattutto i più giovani, sui rischi dell'esposizione al rumore, sulla tipologia di suoni che possono danneggiare l'udito, sui sintomi correlati al trauma acustico da rumore. Una migliore prevenzione può infatti permettere di intervenire sia a livello individuale (ad esempio con l’impiego di doppi vetri, l’uso di cuffie professionali, la riduzione del volume quando si ascolta la musica), sia a livello istituzionale (ad esempio con la riduzione del livello di decibel consentito nei locali pubblici). Dall’altro lato è fondamentale diffondere la conoscenza dei progressi compiuti nel campo della diagnosi e della gestione dei disturbi uditivi connessi all'esposizione al rumore: la tecnologia digitale dei moderni apparecchi acustici, infatti, ha permesso di superare quei fenomeni di distorsione che in passato rendevano difficile percepire e differenziare segnali vocali e rumori, ma c’è ancora da fare sulla riduzione dello stigma che caratterizza questi dispositivi. Inoltre, si deve lavorare sullo sviluppo di test per prevedere il successo individuale nell'uso della soluzione acustica, così da poter personalizzare sempre di più il trattamento.
“Non è un caso - dichiara Susan Holland, Presidente del Gruppo Amplifon e del Centro Ricerche e Studi Amplifon - che Amplifon abbia deciso di promuovere il Consensus Paper ‘Coping with noise’ e di presentarlo a un mese dalla celebrazione dei suoi primi 65 anni. Per continuare a perseguire la nostra mission, di ridare alle persone la capacità di sentire meglio per vivere meglio, è infatti necessario conoscere da vicino il nemico numero uno dell’udito, cioè il rumore, la sua percezione nei diversi paesi e le conseguenze che può avere per la salute. Abbiamo dunque promosso la più ampia indagine sull’inquinamento acustico, condotta da GfK Eurisko su 8800 persone in 11 Paesi del mondo, e per la realizzazione di questo Consensus abbiamo coinvolto un team multidisciplinare di esperti internazionali di primo piano, che hanno permesso di analizzare il fenomeno rumore dal punto di vista audiologico, acustico, sociologico, psicologico e urbanistico”.

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20/09/2016 Andrea Piccoli

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