(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) delle ricerche, che confermano prestazioni migliori della Pet nella predizione della malattia di Alzheimer, sono stati pubblicati nel mese di novembre sullo European Journal of Nuclear Medicine Molecular Imaging
La Malattia di Alzheimer, patologia neurologica degenerativa che colpisce il cervello, conducendo progressivamente il malato a uno stato di totale dipendenza, è nella maggior parte dei casi preceduta da deficit cognitivo lieve. “In alcuni casi però tale deficit non è dovuto a patologie neurodegenerative ma ad altre cause, ad esempio a uno stato depressivo acuto o cronico. È importante dunque già nella fase iniziale avere una diagnosi certa del disturbo e della sua possibile evoluzione, per effettuare i corretti interventi terapeutici e per consentire ai familiari di gestire adeguatamente l’impegnativa assistenza del paziente”, spiega Pagani. “La Pet, in particolare la Pet cerebrale con Fluorodeossiglucosio (Fdg-Pet), una tecnica di neuroimmagini funzionali assai diffusa e disponibile sul territorio nazionale a costi contenuti, è indubbiamente da preferire alla Risonanza magnetica per rivelare se il deficit cognitivo sia o no dovuto ad Alzheimer. Inoltre, può aiutare nella valutazione dello stato di progressione delle malattie neurodegenerative”.
Il team coordinato da Pagani ha apportato alcune innovazioni per ottimizzare le analisi statistiche dei dati di metabolismo cerebrale tramite questa metodologia. “La novità introdotta dal nostro gruppo multidisciplinare di ricercatori e clinici consiste nel segmentare in 90 sezioni l’encefalo, tramite un software disponibile in rete, e accorparle in 20 ‘meta-regioni’ con caratteristiche funzionalmente comuni”, continua il ricercatore dell’Istc-Cnr. “L’intensità del segnale in ogni regione, proporzionale alla rispettiva attività metabolica, viene poi analizzata con tecniche statistiche avanzate in grado di identificare le regioni che meglio differenziano i gruppi diagnostici. Abbiamo applicato queste metodologie in modo prospettico a un gruppo di pazienti con un livello simile di deficit cognitivo, che in alcuni casi è evoluto in Malattia di Alzheimer entro 2-5 anni e in altri casi non è evoluto dopo 7 anni. Grazie a questa tecnica siamo riusciti a identificare nel 93% dei casi i soggetti non successivamente colpiti da questa forma di demenza”.
Questo metodo consente di arrivare in modo rapido ad una diagnosi più chiara e tempestiva e apre orizzonti nuovi per la diagnosi precoce. “Alla Pet eseguita alla prima visita con valutazione neuropsicologica, i pazienti che non hanno sviluppato l’Alzheimer mostrano differenze metaboliche minime o nulle rispetto ai soggetti di controllo sani, mentre nelle persone che si sarebbero ammalate le differenze erano accentuate e proporzionali al tempo di decorso della malattia”, conclude Pagani. “Nel momento in cui la metodologia verrà condivisa si potrà creare un database attraverso il quale confrontare gli esami dei pazienti con quelli dei gruppi sani e dei patologici, consentendo ai clinici di effettuare una diagnosi più precisa e di supportare nel modo migliore il malato e chi lo assiste”.
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07/12/2017 Andrea Sperelli

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