(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) rendendo meno probabile l’insorgenza della malattia.
Altri studi sono giunti a conclusioni simili. Uno studio dell'Harvard University, pubblicato sulla rivista Diabetologia, sostiene infatti l'effetto positivo del caffè sulle possibilità di insorgenza della malattia.
Secondo i medici Frank Hu e Shilpa Bhupathiraju, bere una tazza di caffè in più al giorno ridurrebbe il rischio di ammalarsi di diabete. La quantità ideale è una tazza e mezzo al giorno, ovvero più o meno 360 millilitri.
Chi consuma tre o più tazze di caffè al giorno beneficerebbe di una riduzione del rischio pari al 37 per cento rispetto ai consumatori più moderati. Secondo un altro studio della Huazhong University of Science and Technology di Wuhan, invece, ogni tazza di caffè riduce del 7 per cento il rischio di insorgenza del diabete di tipo 2.
La chiave di volta sarebbe l'amiloide islet polipeptide, una sostanza il cui aumento segnala la possibilità dell'insorgenza della patologia. Nella ricerca pubblicata sul Journal of Agricultural & Food Chemistry, gli scienziati descrivono l'azione di due composti presenti nel caffè che hanno la capacità di inibire questa sostanza.
In realtà, anche altri studi hanno suggerito la possibilità che il caffè possa esercitare un'influenza positiva e preventiva nei confronti della malattia. Uno studio australiano sostiene infatti che il consumo di tre o quattro tazze di caffè al giorno diminuisce del 25 per cento la possibilità che il diabete insorga nell'organismo.
La ricerca di un'equipe del George Institute for International Health dell'Università di Sydney ha studiato i dati raccolti in 18 studi diversi per un totale di quasi a 450.000 persone coinvolte.
L'aspetto curioso è che i benefici derivanti dall'assunzione di caffè non paiono collegabili alla componente principale, ovvero la caffeina, dal momento che gli stessi risultati sono stati riscontrati anche fra i consumatori di decaffeinati e tè.
Richard Huxley, che ha coordinato lo studio, ha commentato: “l'identificazione dei componenti attivi di queste bevande consentirebbe di aprire nuove vie terapeutiche per la prevenzione primaria del diabete mellito. Si potrebbe anche ipotizzare di consigliare ai nostri pazienti a rischio diabete mellito di aumentare il consumo di tè e caffè, oltre ad aumentare i loro livelli di attività fisica e a cercare di perdere peso”.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Archives of Internal Medicine lo scorso anno. Ma quali sono i meccanismi che consentono ai consumatori abituali della tazzina di prevenire questa patologia?
Secondo una ricerca dell’INRAN, l’Ente pubblico italiano per la ricerca in materia di alimenti e nutrizione, il caffè è in grado di inibire uno degli enzimi intestinali deputati alla digestione dei carboidrati. Questa azione potrebbe determinare un rallentamento nell’assorbimento del glucosio ed attenuare così il picco glicemico che si osserva dopo il consumo di un pasto, contribuendo alla riduzione del rischio di diabete di tipo 2.
Lo studio, prossimo alla pubblicazione, si è svolto con l’utilizzo di due approcci sperimentali: uno bioinformatico e uno in vitro. Mediante tecniche di simulazione al computer è stata valutata la capacità dei composti fenolici presenti nel caffè di legare, e quindi, inibire, gli enzimi coinvolti nel metabolismo dei carboidrati. Le simulazioni al computer sono state poi confermate dallo studio in vitro.
Si pensa quindi che il caffè interferisca con il processo di digestione dei carboidrati e l'ipotesi è stata confermata dai dati sperimentali, che, però – sottolinea la dott.ssa Natella - sono stati ottenuti in vitro e vanno confermati da uno studio in vivo condotto sull’uomo. Se questo fosse il meccanismo con cui il caffè agisce dovremmo consigliare di bere caffè subito dopo i pasti, ma attenzione a non aumentare il numero di tazzine, e a non superare le 4-5 al giorno!”.
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19/04/2018 Andrea Sperelli

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