(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) insieme a Grecia e Portogallo. Non sembra essere un caso il fatto che si tratta anche dei paesi in cui maggiore è l’utilizzo degli antibiotici in assenza di una reale causa.
Andrea Gori, responsabile della sperimentazione, direttore del Dipartimento di medicina interna e dell’U.O. malattie infettive dell’Ospedale San Gerardo di Monza, commenta: «Lo studio ha preso avvio dall’osservazione del forte aumento di infezioni multiresistenti causate dal batterio KPC sul nostro territorio. Un’infezione che ha un tasso di mortalità nei pazienti immunodepressi di circa l’80%, ed estremamente difficile da eradicare. Si fatica a decolonizzare il paziente una volta contagiato: in realtà non si eradica l’infezione pressoché mai. E l’infezione colpisce i pazienti più fragili, come chi è immunodepresso o ha subito recentemente un trapianto».
«La tecnica del trapianto fecale rappresenta un’interessante opportunità per tentare di ridurre il grave problema delle infezioni ospedaliere. Si è diffusa soprattutto negli ultimi anni, dopo i risultati positivi che ha mostrato nell’eradicazione del Clostridium Difficile. Per questo abbiamo pensato di provare ad applicarla anche nelle infezioni da KPC. La letteratura al riguardo è ancora scarna», spiega Gori al Corriere della Sera.
Allo studio parteciperanno 25 pazienti colonizzati dal batterio KPC. L’obiettivo è ripulire il loro intestino e introdurre nuovo materiale fecale con microbiota sano proveniente da donatori selezionati. Il trapianto avviene tramite sondino naso-digiunale. Ad esso consegue un periodo di follow up di 6 mesi per verificare i risultati.
«In circa la metà dei pazienti trattati finora, i dati preliminari mostrano una negativizzazione per KPC al follow-up a un mese — racconta Gori —. Sono risultati preliminari, ma l’aspetto interessante è che questa negativizzazione è visibile a una sola settimana dal trapianto. Abbiamo comunque bisogno di un follow-up più lungo. Sarà necessario verificare la tenuta nel tempo e, qualora si avesse conferma dei risultati, passare a una fase più allargata dello studio, per valutarne l’efficacia su una popolazione di dimensioni maggiori».
Come accennato dal prof. Gori, la tecnica è già stata utilizzata per eradicare le infezioni da Clostridium difficile.
Massimo Galli, direttore della Clinica di Malattie Infettive presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano, illustra il caso di una donna su cui è intervenuto il suo team: «La paziente soffriva di un’infezione da Clostridium difficile che sei mesi di terapia con vancomicina (un antibiotico) non erano riusciti a debellare. Il germe è un costituente della flora batterica intestinale (cioè di quella popolazione di microrganismi che albergano del nostro intestino: il microbiota). Di solito è innocuo, ma può diventare particolarmente pericoloso soprattutto quando terapie antibiotiche, somministrate per curare patologie diverse, distruggono i suoi 'antagonisti' e gli lasciano spazio libero per riprodursi».
L'infezione da Clostridium difficile causa gravi diarree, un senso di spossatezza generalizzato e la necessità di ricorrere agli antibiotici, che a volte però non funzionano e provocano peraltro effetti collaterali anche pesanti.
La diffusione del batterio è facilitata dall'aumento dell'uso di farmaci antiacidi come gli ormai famosi inibitori di pompa protonica, che servono appunto a regolare il livello di acidità nello stomaco. La riduzione dell'acidità, tuttavia, ha l'effetto di favorire il passaggio del batterio.
La soluzione arriva allora dalle feci, per la precisione da un trapianto di microbiota fecale. Com'è ovvio, il costo della terapia è molto più basso e il “materiale” reperibile in maniera abbastanza facile, previa analisi che escluda la presenza di vermi o parassiti intestinali per non compromettere ulteriormente la situazione.
Nel caso della paziente dell'Ospedale Sacco, le feci provenivano da un parente. Sono state iniettate con un colonscopio nella parte alta del colon, in modo tale che non fossero subito espulse dall'organismo.
La pratica viene sperimentata per la prima volta in Italia, ma è già stata oggetto di analisi da parte di un team di lavoro olandese, che ha pubblicato risultati interessanti sul New England Journal of Medicine riguardo a un campione di 16 persone, 15 delle quali avevano risolto il problema con questa cura particolare.
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04/01/2018 Andrea Sperelli

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