(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) percentuale di Dna del donatore presente nel flusso sanguigno del ricevente. Oltre una certa soglia, la concentrazione di Dna è sintomo di un rigetto vicino.
Intanto si segnala una crescente difficoltà a reperire cuori validi per il trapianto. Da almeno tre anni a questa parte, infatti, la forbice tra i pazienti in attesa di trapianto per scompenso cardiaco avanzato e gli organi disponibili si è molto divaricata. I donatori - anche in una Regione per tradizione generosa come la Toscana - ci sono, ma sono troppo anziani.
E intanto lo scompenso cardiaco si conferma sempre più come uno più grandi dei big killer al mondo, causa di oltre 100 mila decessi l’anno in Europa e altrettanti negli Stati Uniti e con oltre 2 milioni di nuove diagnosi ogni anno. “Gold standard del trattamento è il trapianto cardiaco – ricorda il dottor Massimo Maccherini, Direttore del Centro Trapianti di cuore della Regione Toscana (Azienda Ospedaliera Senese) - che però assomma tra Europa e Stati Uniti non più di 5.000 trapianti l’anno”.
“La Toscana – spiega il professor Franco Filipponi, presidente della SISQT – rappresenta un’eccellenza nelle donazioni (è la regione con il più alto tasso di donazioni di tutta Italia, con 30 donatori per milioni di abitanti), anche grazie al fatto di aver adottato già dal 1998 il modello spagnolo messo a punto da Rafael Matesanz, direttore dell’Organizzazione Nazionale Trapianti Spagnoli. Questo modello è sia un hub telematico (il ‘cuore' del sistema, al Careggi di Firenze, riceve continuamente input da tutte le Rianimazioni della Regione, relativamente alla presenza di possibili donatori), che di formazione. Grazie a questo sistema, nel corso di pochi anni, ci siamo avvicinati agli eccellenti risultati conseguiti ormai da anni dalla Spagna, che è il paese con più donatori d’organo al mondo”.
“In Italia – spiega il dottor Maccherini – ci siamo attestati per molti anni intorno ai 350 trapianti di cuore l’anno; ma negli ultimi 3 anni abbiamo avuto un progressivo calo delle donazioni utili, perché, come accade in Toscana, è molto elevata l’età dei donatori, in media circa 70 anni”. Per far fronte al problema, la Regione Toscana, insieme a quella Emilia Romagna, ha sviluppato un protocollo di valutazione dei cuori cosiddetti ‘marginali’, cioè con dei problemi teorici, che potrebbe essere anche solo quello dell’età, o veri e propri problemi di contrattilità, che non si possiamo conoscere prima. Si chiama ADONHERS (Aged donor heart rescue by stress echo) ed è un test ecocardiografico di facile esecuzione (è un eco-stress alla dobutamina e dipiridamolo, che si fa sul candidato donatore in morte cerebrale), che ha permesso di recuperare un 10% dei donatori che una volta non sarebbero stati considerati per il trapianto di cuore. “Il test per ora è stato utilizzato solo in Toscana e in Emilia – spiega il dottor Maccherini – ma da quest’anno il Centro Nazionale Trapianti l’ha recepito a livello nazionale, per cui verrà utilizzato in tutta l’Italia”. Messo a punto dai ricercatori del CNR di Pisa e del Sant’Orsola Malpighi di Bologna, ADHONERS è un test che non ha eguali al mondo. Questo sistema non solo permette di avere un maggior numero di cuori a disposizione per il trapianto ma, cosa ancora più importante per la sicurezza del paziente, certifica che si tratti di cuori in buono stato e non di cuori di ‘seconda scelta’, anche se prelevati da donatori ‘marginali’.
Finora la scelta del donatore si è basata sui dati dell’International Society for Heart and Lung Transplantation, relativi alle curve di sopravvivenza del paziente trapiantato in base all’età del donatore. La sopravvivenza a 15 anni di un paziente trapiantato con il cuore di un trentenne è pari al 65%; con un donatore 60enne, la sopravvivenza a 15 anni è del 35%. L’idea del test ADONHERS è proprio quella di identificare, anche tra i donatori più anziani, quelli con un cuore valido e senza problemi, per poterlo utilizzare con sicurezza per un trapianto. Ma la soluzione alla scarsità delle donazioni di cuore non viene solo dai donatori ‘marginali’, ma anche dalle soluzioni tecnologiche più avanzate. “Vista la scarsità di organi – spiega Maccherini – tutti i centri trapianti, in particolare qui in Toscana, si sono spostati, soprattutto nei pazienti con problemi seri e in lista da tempo, sull’approccio tecnologico, cioè sul supporto meccanico cardiaco che può essere ‘bridging’, cioè a ponte verso la soluzione del trapianto, o ‘destination therapy’, cioè definitivo, come vera e propria alternativa al trapianto. Ed è questa seconda soluzione in particolare che sta dando risultati molto interessanti. Il supporto meccanico definitivo (il ‘ventricolo artificiale sinistro’ o VAD, Ventricular Assist Device, oppure un vero e proprio cuore artificiale) è la scelta obbligata per i pazienti che non hanno indicazione al trapianto (ad esempio quelli che non trovano un donatore compatibile o quelli che non possono assumere gli immunosoppressori). I costi di questi sistemi sono naturalmente elevati (il solo device costa dai 75.000 ai 95.000 euro) ma, nel caso della ‘destination therapy’, sono praticamente sovrapponibili a quelli di un trapianto cardiaco tradizionale. La Regione Toscana, quattro anni fa, ha varato un programma specifico per il supporto dei VAD (la copertura annuale è pari a 550.000 euro l’anno), non essendo previsto per questi device un rimborso da DRG. Ovviamente, solo il Centro Trapianti è autorizzato a impiantare i VAD, anche per evitare pericolose derive dal punto di vista economico. Quest’anno abbiamo festeggiato un paziente che vive col VAD da 4 anni ed è il più vecchio survivor d’Italia e tra un mese e mezzo anche un secondo paziente impiantato da noi festeggerà i 4 anni dall’impianto. Ma nel mondo ci sono anche due casi di sopravvivenza intorno agli 8 anni”. Il device che viene utilizzato in Toscana, il JARVIK 2000, è quello che offre i vantaggi migliori anche per la vita di relazione del paziente perché la pila che lo alimenta (che il paziente tiene in tasca) si collega con un cavetto ad uno spinotto al titanio posizionato dietro l’orecchio del paziente. Nei vecchi modelli, l’alimentazione veniva erogata attraverso un cavetto che usciva dall’addome del paziente (è quello ancora utilizzato negli USA). Con il nuovo modello, il paziente può fare la doccia e svolgere una vita di relazione normale. Ovviamente il paziente con un device meccanico non deve prendere immunosoppressori, ma solo anticoagulanti, peraltro a dosaggi anche più bassi di quelli necessari in caso di impianto di una valvola cardiaca meccanica.
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23/06/2014 Andrea Sperelli

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