(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) nella fase precedente all’intervento chirurgico, con risultati superiori a quelli ottenuti con cisplatino, il farmaco chemioterapico comunemente usato fino ad oggi. Se ulteriormente confermata, la scoperta potrebbe in futuro cambiare il trattamento per questo tipo di tumore, aprendo la strada a cure più brevi e meno tossiche rispetto alla chemioterapia, e potenzialmente a interventi chirurgici meno invasivi e debilitanti.
Per chi è affetto da un tumore alla vescica di tipo muscolo-infiltrante, sono disponibili al momento poche opzioni terapeutiche: la terapia prevede la cistectomia radicale, preceduta, per i pazienti idonei, da chemioterapia con cisplatino finalizzata a ridurre le dimensioni del tumore per facilitarne l’asportazione. Tuttavia solo il 20% dei pazienti riceve il trattamento farmacologico: il 50% non può sostenerlo, a causa di condizioni di salute preesistenti, e la restante parte rifiuta di assumere chemioterapici. Ecco perché l’impiego di inibitori dei checkpoint immunitari potrebbe cambiare le cose: i farmaci, che sono valsi agli scopritori del meccanismo su cui agiscono, il premio Nobel per la Medicina di quest’anno, hanno effetti collaterali ridotti e sono pertanto ottimi candidati in contesto neoadiuvante, ovvero nella fase che precede un’operazione chirurgica. In altre parole, il trattamento pre-operatorio ad oggi non permette di evitare la rimozione della vescica, ma grazie a questa scoperta in futuro si potrebbe arrivare a trattamenti più conservativi, evitando quindi la cistectomia radicale.
Nello studio appena pubblicato su JCO, 50 pazienti con un tumore vescicale infiltrante sono stati trattati con 3 cicli di pembrolizumab e successivamente sottoposti all’intervento di cistectomia radicale eseguito con tecnica robotica. Attraverso l’analisi dei tessuti asportati con l’intervento chirurgico, i ricercatori hanno constatato che nel 42% dei casi i campioni asportati non mostravano alcuna presenza di cellule tumorali, attestando la straordinaria efficacia del trattamento. La capacità di pembrolizumab di far regredire completamente le cellule tumorali nella vescica è stata più frequente nei soggetti il cui tumore presentava l’espressione di una proteina di membrana chiamata PD-L1, su cui agisce il farmaco. Questo marcatore potrebbe rappresentare un importante criterio di selezione dei pazienti all’immunoterapia pre-operatoria.
“Se ulteriormente confermata dai prossimi studi, l’efficacia di pembrolizumab come neoadiuvante potrebbe in futuro permettere operazioni meno invasive, anche per questo tipo di tumore, il che significherebbe una maggiore qualità della vita per chi si trova ad affrontare questa malattia e a guarirne”, spiega Francesco Montorsi, primario di Urologia presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e professore ordinario dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
“Lo studio PURE-01 è il frutto di una straordinaria collaborazione accademica, resa possibile anche grazie al sostegno di AIRC a questo progetto attraverso un ‘MyFirst AIRC grant’. La ricerca italiana, e l’entusiasmo delle figure di eccellenza coinvolte in questo percorso, possono migliorare la cura e la qualità di vita dei pazienti”, conclude Andrea Necchi, del Dipartimento di Oncologia Medica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

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29/10/2018 Andrea Sperelli

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