(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) o si rilassano in modo da regolare costantemente il flusso di sangue che arriva nei tessuti e di conseguenza la pressione arteriosa.
Proprio questo ruolo di “regolatrici del flusso” porta le cellule muscolari a reagire quando c’è ipertensione arteriosa: per contrastare l’aumento di pressione si contraggono, proteggendo i tessuti da un flusso eccessivo. Ma così facendo aumentano la resistenza al passaggio del sangue, contribuendo nel tempo a peggiorare la situazione.
Punto cruciale di questi processi è una proteina, la Emilina-1, una componente delle fibre elastiche presenti tra le cellule endoteliali (che formano la vera e propria parete interna dei vasi). Attraverso esperimenti condotti sia su modelli animali che su tessuti umani, i ricercatori Neuromed hanno potuto vedere che una riduzione di Emilina-1 porta ad una maggiore contrazione delle cellule muscolari lisce.
“Pensiamo – dice Daniela Carnevale, professoressa dell’Università Sapienza e prima autrice dello studio – che lo stress provocato dall’ipertensione sui vasi sanguigni possa portare a una diminuzione di Emilina-1, e di conseguenza a una maggiore contrazione della muscolatura liscia. Questo causerebbe un irrigidimento delle arterie, contribuendo ulteriormente allo stato ipertensivo. Ed è un meccanismo che rimane attivo nel tempo. Consideriamo, infatti, che alcuni studi clinici avevano già mostrato come l’elevata contrazione dei vasi si mantenga anche quando i pazienti stanno seguendo una terapia antipertensiva. Le arterie, insomma, sono ancora irrigidite nonostante le terapie, e ciò spiegherebbe perché le persone ipertese continuano ad avere un maggiore rischio di patologie cardiovascolari anche quando sono in trattamento”.
“Non dobbiamo dimenticare – commenta il professor Lembo – che l’ipertensione è una delle principali cause di mortalità e morbilità in tutto il mondo. Abbiamo molte strategie terapeutiche a disposizione, eppure gli attuali trattamenti non sempre ottengono gli effetti desiderati. Ci sono meccanismi ancora da identificare, che potranno diventare bersagli di terapie innovative. In questo contesto la strada dell’Emilina-1 appare molto promettente”.
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22/11/2018 Andrea Sperelli

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