(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) e Scienze Radiologiche del Gemelli, diretto dal prof. Lorenzo Bonomo, hanno impiegato un device di nuova generazione rispetto a quello utilizzato nelle altre due strutture chiamato “TheraSphere”. Sono solo 8 in Italia i centri oncologici attrezzati per l’impiego di questa procedura con TheraSphere, affiancandosi a prestigiosi centri di trattamento europei quali la “BCLC Group Hospital Clinic” di Barcellona (Spagna) e il “Centre Eugene Marquis” di Rennes (Francia), e 18 in totale, considerando i centri italiani che utilizzano anche l’altro dispositivo medico in commercio (Sirtex).
“La radioembolizzazione si caratterizza per essere una procedura gestita in maniera multidisciplinare – spiega Lorenzo Bonomo - con la presenza di competenze chirurgiche, gastroenterologiche, radiologiche, medico-nucleari e fisiche, tali da rendere possibile l’esecuzione del trattamento in maniera sicura ed efficace”. Il risultato raggiunto al Gemelli, che permette di aggiungere una nuova efficace arma all’arsenale di strumenti per combattere l’epatocarcinoma, è stato possibile grazie al lavoro del Gruppo multidisciplinare per la gestione dell’Epatocarcinoma denominato HepatoCatt, attivo dal 2008.
Il gruppo comprende tutti gli specialisti che operano in tale ambito (epatologi, radiologi diagnostici e interventisti, chirurghi del fegato e del trapianto, oncologi, anatomo-patologi, radioterapista, medici nucleari, fisici). A oggi, con oltre 250 nuovi casi di cancro al fegato valutati e trattati ogni anno, il Gemelli si pone come l’ospedale con la maggiore casistica del Lazio e del Centro-Sud e tra i primi tre d’Italia.
La radioembolizzazione epatica può essere utilizzata in pazienti con tumori epatici primitivi (epatocarcinoma o colangiocarcinoma) o secondari (metastasi da tumore colon-retto, mammella, neuroendocrini) e ha dimostrato buoni risultati in termini di risposta locale di malattia e soprattutto di sopravvivenza. In particolare, l’utilizzo di TheraSphere, device di nuova generazione, grazie alla sua scarsa azione ischemizzante sul parenchima epatico ed efficace azione radiante selettiva sul tumore, trova indicazione specifica in pazienti con trombosi portale che non hanno un’altra opzione chirurgica, ma che dovrebbero essere trattati in alternativa con terapia antiangiogenetica di supporto, con più bassi risultati in termini di controllo locale di malattia e sopravvivenza media dimostrati in letteratura.
La radioembolizzazione è una procedura di radiologia interventistica che consiste nella iniezione nel tumore di microsfere di vetro, che contengono l’elemento radioattivo ittrio-90 utilizzando come vettore il sangue del tumore stesso.
“Nel dettaglio - spiega il dott. Roberto Iezzi, del Dipartimento di Bioimmagini e Scienze Radiologiche del Gemelli - vengono iniettate milioni di microsfere di vetro dai medici nell’arteria epatica, che irrora la lesione tumorale tramite un microcatetere; la radiazione raggiunge il tumore epatico attraverso i vasi sanguigni, distruggendo le cellule tumorali in esso contenute, con danni minimi al circostante tessuto sano”.
Il trattamento prevede due fasi: nella prima fase diagnostica si valutano quelle che sono le arterie afferenti al tumore e si infondono attraverso un catetere alcune sfere innocue, simili per forma e dimensione alle microsfere di Ittrio-90, utili per ottenere un “imaging diagnostico“ e per eseguire un’indagine scintigrafica finalizzata a individuare la distribuzione delle sfere iniettate. Nella seconda fase si procede all’iniezione transcatetere di sfere marcate con Ittrio-90, posizionando il catetere nella stessa posizione della fase diagnostica, al fine di escludere l’azione radiante ad altre parti del corpo quali stomaco e anse intestinali.
La radioembolizzazione epatica viene eseguita in anestesia locale, tramite una piccola incisione dall’inguine, senza richiedere tagli chirurgici. È un trattamento non doloroso, ben tollerato, con minimi effetti collaterali; in particolare, dopo il trattamento il paziente può presentare una sindrome caratterizzata da febbricola, stanchezza, affaticamento e riduzione dell’appetito, che tende a risolversi spontaneamente dopo 10-12 giorni. I dati attualmente riportati in letteratura hanno dimostrato che tale procedura consente un significativo aumento dell’aspettativa e della qualità di vita dei pazienti con patologia epatica in stadio avanzato, per i quali non ci sarebbe stato alcun altro trattamento possibile.

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08/08/2011

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