(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) la convinzione che un'esposizione ad alte dosi è più pericolosa di quella a dosaggi ridotti ma continui».
Dall'analisi si evince l'esistenza di un aumento lineare del tasso relativo di mortalità per cancro direttamente legato alla crescente esposizione alle radiazioni ionizzanti a basse dosi riscontrate di norma nelle centrali nucleari francesi, britanniche e americane.
«In base a questi risultati è necessario e urgente rafforzare le norme per la radioprotezione», concludono i ricercatori.
In un editoriale di accompagnamento, Mark Little dello US National Cancer Institute spiega: «Restano da chiarire alcuni punti deboli, tra cui la mancanza di informazioni sul fumo e sull'esposizione professionale all'amianto, fattori che potrebbero plausibilmente confondere l'associazione tra dose di radiazioni e rischio di cancro».
Uno studio dell'Inserm, l'Istituto nazionale di sanità e ricerca medica francese, si è invece concentrato proprio sui casi di leucemia infantile verificatisi nei pressi di 19 siti nucleari d'oltralpe.
I risultati della ricerca, coordinata dalla dott.ssa Jacqueline Clavel del dipartimento di Epidemiologia e prossima alla pubblicazione sull'International Journal of Cancer, non sono tuttavia sufficienti a stabilire con certezza un rapporto di causa-effetto fra i casi di leucemia e la vicinanza alle centrali nucleari.
Dominique Laurier, responsabile del reparto di Epidemiologia dell'Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare e co-autore dello studio, commenta: “si tratta di un risultato verificato e statisticamente significativo, oltre che sorprendente”. In effetti, studi precedenti, che avevano analizzato il periodo fra il 1990 e il 2001, non avevano registrato scostamenti evidenti rispetto alla media nazionale. Tuttavia, fra il 2002 e il 2007, periodo di riferimento del nuovo studio, 14 bambini con meno di 15 anni che abitano in un raggio di 5 chilometri dai siti nucleari si sono ammalati di leucemia, un'incidenza superiore del doppio rispetto al normale.
Si tratta però di numeri troppo bassi per giungere a conclusioni definitive, per ottenere le quali il dott. Laurier suggerisce l'avvio di studi più approfonditi. I ricercatori francesi ipotizzano peraltro la presenza di altri fattori scatenanti, come l'esposizione a particolari agenti naturali o industriali, ma l'ipotesi più dibattuta è quella del melting pot, il mescolamento etnico che caratterizza ormai da anni il mondo occidentale: “gli afflussi di etnie diverse possono modificare l'equilibrio immunitario di un popolo. Forse non è un caso che quando si studia il rischio di epidemie in funzione di spostamenti di massa si osserva un aumento dell'incidenza di patologie tumorali. Diversi studi hanno già sostenuto tale ipotesi”, spiega la dott.ssa Clavel.
Altri ricercatori tuttavia esprimono dubbi in proposito, anche perché l'ipotesi non spiega i risultati di un altro studio, stavolta tedesco, che sul lungo periodo ha mostrato un'incidenza doppia dei casi di leucemia sui bambini con meno di cinque anni che risiedevano vicino a centrali nucleari, in aree non interessate dal fenomeno dell'emigrazione.

Fonte: British Medical Journal
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17/11/2015 Andrea Piccoli

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