(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) hanno individuato un insieme di marcatori molecolari che consentono di caratterizzare un preparato cellulare prima del trapianto, predicendone l’efficacia.
Il nuovo studio compie un importante avanzamento perché mette a disposizione un saggio sperimentale per la valutazione della qualità delle cellule da trapiantare. «Nuovi dubbi e nuove domande hanno portato a introdurre alcune importanti variazioni nei protocolli per la produzione di cellule utilizzabili in clinica», racconta Malin Parmar, a capo del team dell’Università di Lund in Svezia, e partner del Consorzio di ricerca europeo Neurostemcellrepair, coordinato dall’Università degli Studi di Milano, nel cui ambito sono state sviluppate queste ricerche.
Lo studio, svolto in collaborazione con il team del Prof. Thomas Perlmann, del Karolinska Institutet di Stoccolma, è strettamente collegato a una ulteriore pubblicazione di un altro partner del progetto Neurostemcellrepair, il Prof. Ernest Arenas del Karolinska Institutet, che ha descritto le dinamiche dell’espressione genica a livello di singola cellula nella fase dello sviluppo dei neuroni dopaminergici nell’uomo.
I risultati sono pubblicati su Cell Stem Cell, la rivista di riferimento del settore, nella forma di due articoli congiunti. Il lavoro del gruppo svedese, insieme a quello dei gruppi che partecipano al network intercontinentale G-Force (LINK), si muove nella direzione del primo trapianto di neuroni da cellule staminali embrionali nella malattia di Parkinson.
Anche uno studio pubblicato su Nature prefigura il possibile utilizzo delle staminali per la cura del Parkinson. In questa ricerca cellule embrionali umane sono state trasformate in cellule nervose specializzate in grado di produrre dopamina. Tali risultati sono stati ottenuti trattando il cervello di topi e di ratti che hanno mostrato una riduzione dei sintomi tipici del Parkinson.
Le cellule sono poi state trapiantate con successo anche nelle scimmie più vicine biologicamente all’uomo, le scimmie Rhesus. La ricerca è stata coordinata dall’Università di Milano e diretta da Lorenz Studer dello Sloan-Kettering Institute for Cancer Research di New York.
La metodica utilizzata dagli scienziati ha previsto l’utilizzo di due proteine altamente specializzate, conosciute come fattori di crescita. Grazie a queste le cellule embrionali hanno acquisito le caratteristiche tipiche dei neuroni e attraverso l’aggiunta di una terza sostanza le cellule così specializzate hanno iniziato a produrre dopamina.
La mancata sintesi di dopamina è, infatti, alla base dei sintomi di questa malattia che ora è curata con farmaci che aumentano la biodisponibilità di questo neurotrasmettitore; tali ritrovati producono non pochi effetti indesiderati e inoltre non mantengono la stessa efficacia nel tempo, perché la malattia è di natura degenerativa e quindi ha una sua progressione nel tempo che non può a oggi essere controllata.
In passato altre evidenze scientifiche avevano dimostrato l’efficacia di trapianti di cellule embrionali sulla produzione di dopamina nel Parkinson, tuttavia il sistema di sostanze utilizzate aveva procurato l’insorgenza di tumori.
In quest’ultimo studio ciò non si è verificato e quest’aspetto fa preludere alla possibilità che fra tre o quattro anni possano avere inizio sperimentazioni dirette sull’uomo.


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31/10/2016 Andrea Sperelli

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