(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) ipolipidemizzanti, anti-aggreganti piastrinici) e con l’introduzione di nuovi farmaci antidiabete.
«Nel lavoro – afferma il professor Enzo Bonora, presidente della Fondazione Diabete Ricerca – emerge inoltre chiaro e forte un messaggio che dovrebbe essere portato all’attenzione di chi ha la malattia, di chi assiste le persone con diabete e di chi alloca le risorse per l’assistenza diabetologica: la visita diabetologica è un vero e proprio salvavita. Nello studio, che ha coinvolto quasi 2 milioni di cittadini di età fra 45 e 84 anni negli anni 2002 e 2012, di cui circa 150 mila con diabete, assistiti da 7 ASL lombarde (Brescia, Lecco, Mantova, Milano, Varese, Sondrio, Valcamonica), il rischio di morire per qualsiasi causa era ridotto del 29 per cento in presenza di assistenza diabetologica. Una percentuale di riduzione che assomiglia a quella osservata grazie all’impiego di alcuni dei farmaci che oggi consideriamo ‘salvavita’ come statine, ACE inibitori o sartani».
Nel 2012 i casi di morte per tutte le cause fra le 183.286 persone con diabete sono stati 6.075, con tassi più che tripli rispetto ai non diabetici (3.3 per cento rispetto a 0.9 per cento). Fra i diabetici assistiti nelle strutture diabetologiche, cheerano 80.692 (pari al 44 per cento del totale), a fronte di circa 2.650 morti attesi se il tasso fosse stato identico in chi frequentava e in chi non frequentava le strutture specialistiche, si sono osservati circa 500 morti in meno, dopo aver tenuto conto delle differenze di sesso ed età. «Estrapolando il dato all’intera Italia, dove è attiva da molti anni una fitta rete di strutture specialistiche – prosegue Bonora – si potrebbero evitare circa 10 mila morti l’anno tra i circa 1,8 milioni di assistiti nelle strutture diabetologiche italiane. Un numero di cui non si può non tenere conto nel momento delle scelte alternative: vado o non vado al centro di diabetologia?; mando o non mando il mio paziente dal diabetologo?; mantengo e magari potenzio le strutture diabetologiche italiane o le rimpiazzo con altri tipi di assistenza».
«Il Piano Nazionale della Malattia Diabetica del Ministro della Salute – afferma il professor Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia – ha consolidato il modello italiano di cura della malattia che consta, oltre che dei medici di famiglia, di una rete capillare di centri specialistici diffusi su tutto il territorio nazionale, basati su competenze multi-professionali (diabetologo, infermiere, dietista, talora psicologo e/o podologo, e secondo necessità cardiologo, nefrologo, neurologo, oculista) e che forniscono con regolarità consulenze per circa il 50 per cento delle persone con diabete, prevalentemente, ma non esclusivamente, quelle con malattia più complessa e/o complicata. Per effetto di questa rete l’Italia è il Paese occidentale con il più basso livello medio di HbA1c e i più bassi tassi di complicanze croniche e di eccesso di mortalità nelle persone con diabete. I dati della Regione Lombardia recentemente pubblicati confermano il ruolo dell’assistenza diabetologica nel ridurre la mortalità nelle persone con diabete: coloro che sono assistiti nei centri diabetologici hanno una minore mortalità totale rispetto a chi non li frequenta. Anche per questo il Piano Nazionale della Malattia Diabetica prevede una presa in carico di tutte le persone con diabete da parte dei centri diabetologici, con l’applicazione di una incisiva gestione integrata con i medici di famiglia. Una presa in carico che è previsto avvenga già nella fase iniziale della malattia. È stato infatti recepito il concetto che il team diabetologico non dovrebbe intervenire per la prima volta quando si è sviluppato grave scompenso metabolico o quando si sono sviluppate complicanze della malattia. I team diabetologici italiani costano circa 1 per cento del totale della spesa sostenuta per curare le persone con diabete e possono contribuire a ridurre in misura assai significativa l’altro 99 per cento delle spesa attraverso la prevenzione delle complicanze croniche, accorciando la durata delle degenze con una presa in carico al momento dell’accoglimento nei reparti chirurgici, ottimizzando l’uso dei farmaci e dei dispositivi per il monitoraggio e la cura, osservando una scrupolosa appropriatezza nelle prescrizioni di esami di laboratorio e strumentali, collaborando nelle scelte sulle strategie di cura operate a livello nazionale, regionale e locale».
La Società Italiana di Diabetologia da anni, forte anche di pubblicazioni precedenti in linea con questa, sottolinea il ruolo svolto dei diabetologi italiani nel garantire una vita migliore e più lunga nelle persone con diabete che vivono nel nostro Paese rispetto a quelle con la malattia che vivono in nazioni dove non esiste una rete di centri diabetologici come quella propugnata già nel 1987 dalla legge 115. «Uno studio, questo della Lombardia – sottolinea Enzo Bonora – adattissimo a celebrare il trentennale di una legge che tutela le persone con diabete e che è stata la prima al mondo nel suo genere. Nel trentennale della Legge 115/87, che ha sancito che le persone con diabete hanno diritto all’assistenza specialistica, e a 5 anni dal Piano Nazionale Diabete, che ha raccomandato per tutte le persone con diabete un modello di cura che include l’assistenza specialistica fin dal momento della diagnosi, il lavoro pubblicato su Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Disease conferma dunque appieno la validità di questi provvedimenti legislativi. Resta il fatto – conclude Bonora – che nonostante la legge 115/87 e il Piano Nazionale Diabete del 2012 l'applicazione della gestione integrata è quasi ovunque solo sulla carta e che un sempre maggiore numero di persone con diabete non viene assistita nei centri diabetologici: dal 90 per cento degli anni ‘80 siamo scesi a meno del 50 per cento (vedi la Lombardia) di oggi. E sempre più spesso nei centri di diabetologia si assistono persone con gravi complicanze, a testimonianza del fatto che il sistema di cura nel suo complesso (primo, secondo e terzo livello) dovrebbe migliorare proprio con l’obiettivo di prevenire le complicanze».
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17/03/2017 Andrea Sperelli

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