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Negli Stati Uniti, milioni di persone sono ormai convinte di essere sensibili al glutine e hanno abbracciato l'idea di un regime alimentare privo della sostanza, convinti che ciò possa migliorare i sintomi che avvertono, in particolare diarrea, meteorismo, emicrania, dolori addominali.
La patologia, peraltro ancora “presunta”, si è trasformata ormai in una sorta di fenomeno di costume, alimentato dall'adesione ai nuovi stili alimentari di personaggi famosi come Gwyneth Paltrow e Oprah Winfrey. Tutto ciò si è riflesso nel paradosso secondo cui milioni di persone hanno scelto una dieta aglutinica in assenza di qualsiasi conferma medica. C'è tra l'altro anche un aspetto economico non indifferente, visto il costo a volte proibitivo di certi alimenti. Un pacco di bucatini può costare anche 10 euro e 150 grammi di cracker 4 euro. Va considerato inoltre l'accesso sempre più facile a test per la sensibilità al glutine fai da te, sulla cui affidabilità ci sono molti dubbi.
Perplessità che accompagnano il lavoro di Gino Roberto Corazza, un esperto della malattia celiaca e direttore della prima clinica medica del San Matteo di Pavia. Il ricercatore italiano ha appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Annals of Internal Medicine uno studio nel quale afferma che almeno per il momento la sensibilità al glutine non ha alcun fondamento scientifico: “nella mia lunga esperienza clinica ho fatto e anche smentito molte diagnosi di celiachia. Alcuni di questi pazienti, anche se non celiaci, riferivano di star male se mangiavano glutine. Per questo non dico che non esista la sensibilità al glutine, ma che sono scarse le evidenze scientifiche. Inoltre non credo che le persone sensibili al glutine siano davvero il 6% della popolazione, penso possano essere addirittura meno dei celiaci. Il glutine è una molecola difficile da maneggiare per il nostro organismo e può provocare difficoltà digestive anche nell'individuo normale: è indispensabile studiarne l'impatto fisiologico sugli individui normali e invitare tutti alla massima cautela scientifica e clinica".
Secondo Corazza, per i pazienti che denunciano sintomi associabili alla sensibilità al glutine “è necessario un approccio diagnostico personalizzato. Il ricorso al doppio cieco è fondamentale. Funziona somministrando una dieta con e senza glutine, ma il paziente non sa quale delle due sta seguendo. È nelle situazioni più sfumate che serve più competenza, per questo è fondamentale ricorrere a uno specialista ed evitare l'autoprescrizione della dieta".
Il dubbio maggiore riguarda appunto l'assenza di una diagnosi di tipo obiettivo, come spiega Antonio Di Sabatino, coautore dello studio: “non esiste un test né in Italia né nel resto del mondo che possa diagnosticare la gluten sensitivity mentre la celiachia si conferma con la biopsia intestinale e la ricerca degli anticorpi nel sangue".
Ma come spiegare il fatto che molti pazienti dichiarano di sentirsi meglio dopo l'adozione di una dieta priva di glutine? Secondo Corazza, “entra in gioco non solo l'effetto placebo, che ha una durata limitata ma anche l'effetto nocebo, ovvero la reazione indesiderata e patologica che un soggetto prova nei confronti di una sostanza che ritiene sia dannosa. Dunque, se la sostanza viene esclusa dalla dieta, si sente - o crede di sentirsi – meglio".
L'esigenza di contorni ben definiti fra celiachia e presunta sensibilità al glutine viene rilanciata anche dai diretti interessati, i pazienti dell'Associazione italiana celiachia (Aic), la cui presidente, Elisabetta Tosi, dichiara: “la celiachia non è una moda ma una vera malattia autoimmune, con precisi criteri diagnostici. Stiamo assistendo invece al tentativo di far passare la dieta senza glutine come un'alimentazione buona per tutti, più sana e leggera, addirittura dimagrante”.
Si tratta di una tendenza sorretta anche da atti ufficiali come un nuovo regolamento approvato nei giorni scorsi dal Parlamento europeo, denuncia l'associazione. Nel testo si parla esplicitamente di prodotti destinati a soggetti con esigenze particolari, ad esempio i bambini, gli obesi o i pazienti che hanno bisogno di alimenti a fini medici, ma non c'è alcun riferimento ai celiaci.
L'Associazione italiana celiachia, pertanto, ritiene sia fondamentale la massima chiarezza “perché chi è celiaco deve necessariamente sottoporsi a diete prive di glutine, come unica terapia, mentre chi, pensando di avere una sensibilità al glutine, consuma cibi speciali ritenendo anche che siano più sani, avverte l'associazione, si fa carico di una spesa considerevole per acquistare prodotti senza glutine di cui non ha bisogno. Per di più, questo ritenere la sensibilità al glutine una sorta di patologia di massa spinge anche molti ristoratori a improvvisarsi cuochi gluten free, senza le necessarie conoscenze”.
La dieta senza glutine praticata per molto tempo, può comportare riduzione in proteine, fibre, folati, niacina, vitamina B12, riboflavina (perché l’assunzione di grano e derivati è un ottimo apporto di questi nutrienti) ed eccesso di acidi grassi saturi.
A spiegarlo è il professor Italo De Vitis, Presidente Comitato Scientifico AIC Lazio e specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva presso l’UOC di Medicina Interna e Gastroenterologia del Policlinico A. Gemelli.
“In relazione al problema della sensibilità al glutine non celiaca a oggi non si possono dare risposte sicure”, ha spiegato il professor De Vitis. “Gran parte del mondo scientifico crede alla sua esistenza, ma molti autorevoli ricercatori, da anni impegnati a indagare il problema delle patologie glutine-correlate, restano scettici. Sta di fatto che per quanto esista qualche sospetto sostenuto da studi scientifici - anche di scuole italiane - ancora non esiste la prova certa della sua esistenza”.
Le patologie "certe" - e quindi comprovabili con test clinici sicuri - correlate al glutine, o meglio al grano, sono: la celiachia, detta intolleranza al glutine, ma che in realtà per le sue caratteristiche biologiche ha un comportamento da malattia autoimmune; e l’allergia al grano, documentabile dall'allergologo con opportuni test, che causa una reale reazione allergica a proteine del grano diverse dal glutine e, come tale, trattabile con dieta da esclusione e talora con farmaci.
La sensibilità al glutine non celiaca (cosiddetta Gluten Sensitivity - GS) è una condizione caratterizzata dalla presenza di segni clinici (per es. ponfi cutanei) o bio-umorali (per es. carenza di un nutriente come il ferro o il calcio) o condizioni come stanchezza cronica o abituale difficoltà alla concentrazione) non attribuibili né alla celiachia, né all'allergia al grano. Quindi, la diagnosi di sensibilità si fa per esclusione e in negativo: il mondo scientifico è in movimento per cercare di individuare se ci sono segni biologici tipici ed esclusivi di questa condizione e che, quindi, possano in qualche modo individuarla senza ombra di dubbio. “Anche AIC ha messo a punto un protocollo di studio in tal senso, che è stato recentemente pubblicato e che ha confermato che la prevalenza di questa condizione è molto più bassa di quanto prima ventilato cioè circa dell'1%”, ha spiegato De Vitis. Ulteriori studi hanno poi confermato che una certezza dell'esistenza di questa condizione ancora non esiste e che la metodologia più sicura per poterne definire la presenza è l'attuazione presso i centri che se ne occupano del cosiddetto doppio cieco, ovvero sia della somministrazione in soggetti sospetti di una quantità nota di glutine o di un analogo preparato commestibile ma senza glutine (placebo), la cui vera natura è però sconosciuta sia al soggetto che al medico sperimentatore.
Attenzione a non eliminare il grano dal piatto se non vi è un reale motivo medico per farlo
Il dato più preoccupante è l'enorme confusione e spesso le false informazioni che circolano a proposito delle patologie glutine-dipendenti che ancora vengono diagnosticate con metodiche non convenzionali nonostante la celiachia sia tutelata da una legge, la L.123 del 2005, e nonostante le numerose evidenze scientifiche a proposito. L'invito sempre più pressante che anche il Ministero della Salute ha fatto proprio, ha spiegato il professor De Vitis, “è di non iniziare la dieta senza glutine senza aver fatto tutti i passaggi necessari a chiarire la diagnosi di patologia glutine correlata”. Occorre evitare che il ricorso al senza glutine sia fatto solo per tendenza, come negli USA dove la gluten free diet è divenuta status symbol, quintuplicando il fatturato delle aziende del settore”, ha concluso De Vitis.
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10/12/2019 Andrea Piccoli

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