(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) della spettrometria di massa e dell'elettroforesi, i ricercatori hanno individuato quali proteine fossero presenti nei partecipanti allo studio e hanno confrontato i dati raccolti con quelli forniti da esami più tradizionali come la coronarografia.
La nuova analisi delle urine si è dimostrata capace di individuare correttamente le proteine presenti nei pazienti nell'84% dei casi.
Gli studiosi germanici intendono proseguire la loro ricerca in laboratorio, in attesa di poterla verificare su un campione più ampio di individui: per il momento saranno sottoposti al nuovo test dei topolini geneticamente predisposti a sviluppare il disturbo coronarico.
Constantin von zur Muehlen, docente all'ospedale universitario di Friburgo e coordinatore dello studio, mostra fiducia nelle potenzialità del nuovo test delle urine, anche se predica cautela e annuncia la necessità di ulteriori sperimentazioni positive.
Per il medico tedesco il test delle urine, valutando il proteoma, cioè le proteine presenti in un particolare tessuto, può fornire risultati accurati e attendibili in un modo semplice, rapido, non invasivo e totalmente indolore.
Inoltre, nelle persone con pressione alta o diabete, una semplice ed economica analisi delle urine può svelare il rischio di infarto, ictus o altri eventi cardiovascolari.
Un'analisi delle urine è in grado, infatti, di misurare la presenza di piccole quantità di albumina, una proteina presente nel sangue, dosabile nelle urine (microalbuminuria) e la microalbuminuria è un buon indicatore del rischio cardiovascolare.
Nel corso del XVI congresso dell'European Society of Cardiology (Esc) tenutosi a Monaco di Baviera è emerso però che su 413 cardiologi di tutto il mondo, intervistati durante una ricerca condotta tra luglio e agosto, risulta che solo il 18% di loro consiglia l'analisi della microalbuminuria come esame di routine ai propri pazienti, pur ritenendo l'80% degli specialisti l'esame di una certa utilità.
Secondo Michael A. Weber, della State University of New York Health Science Center di Brooklyn, la microalbuminuria è un fattore indipendente che svela il rischio cardiovascolare e individua i pazienti sui quali intervenire per tempo. Essa, infatti, è più frequente nei fumatori, raddoppiando la probabilita' di un evento cardiovascolare, moltiplicando per quattro il pericolo di un attacco ischemico negli ipertesi e aumentando il rischio di infarto o ictus nei diabetici.
Secondo il professor Massimo Volpe, della Facolta' di Medicina della Sapienza di Roma, più del 50% dei cardiologi ne consiglia il dosaggio raramente o mai. Gli specialisti intervenuti nel congresso consigliano quindi il test della microalbuminuria a ipertesi e diabetici, come indicano le linee guida internazionali, e ricordano che i farmaci antipertensivi appartenenti alla famiglia degli inibitori dell'angiotensina II riducono della metà la secrezione di albumine con le urine e contribuiscono a prevenire il rischio cardiovascolare.
“Anche se i medici europei sono consapevoli della microalbuminuria come primo segnale del danno d’organo, in parte ancora sottovalutano la sua importanza come fattore di rischio e come strumento diagnostico, in special modo per il rischio cardiovascolare”. A richiamare l’attenzione sul ruolo della microalbuminuria (presenza di piccole quantità di albumina nelle urine) è il prof. Hermann Haller (Direttore del Dipartimento di Nefrologia e Ipertensione della Scuola Medica di Hannover in Germania) durante il 19° Congresso della Società Europea di Ipertensione (ESH) svoltosi a Milano.
Del ruolo della microalbuminuria quale indicatore prognostico del decorso della malattia vascolare e delle sue conseguenze in termini di danno degli organi bersaglio, già si parla nelle Linee guida sull’ipertensione, emanate congiuntamente dalle due società scientifiche di riferimento: ESH ed ESC (European Cardiology Society). Adesso un recente studio di settore, patrocinato da ESH e presentato a Milano fornisce dati inediti sull'aderenza dei medici rispetto alle stesse Linee guida, con particolare riguardo alla stretta correlazione fra microalbuminuria e danno d’organo.
La ricerca, condotta nel maggio 2009 (metodo CATI), ha coinvolto 800 medici di medicina generale, 450 cardiologi e 450 diabetologi in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito.
“I medici europei – continua Haller – sono consapevoli del fatto che la microalbuminuria è associata al rischio vascolare e la maggioranza già effettua test mirati sui pazienti con diabete o con ipertensione”.
L’avvio del trattamento per ridurre da un lato i fattori di rischio cardiovascolare e dall’altro la microalbuminuria (MAU) in qualunque stadio potrebbe prevenire o almeno ritardare la comparsa di eventi clinici. I farmaci impiegati nel trattamento dello scompenso cardiaco e nella prevenzione delle nefropatie, mediante il controllo pressorio, sembrano anche essere efficaci nella riduzione della MAU.
Lo studio ROADMAP (Randomized Olmesartan And Diabetes Microalbuminuria Prevention) è la prima sperimentazione clinica su larga scala che coinvolge più di 4.400 pazienti di 19 paesi europei, condotta per valutare se olmesartan, un antagonista del recettore dell’angiotensina II, possa prevenire l’insorgenza della MAU nei pazienti affetti da diabete di tipo 2 associato ad almeno un altro fattore di rischio cardiovascolare. I primi risultati dello studio sono attesi per la fine del 2009 o a inizio 2010.
“Nella pratica clinica, la riduzione della microalbuminuria – ha sottolineato Haller – dovrebbe essere un obiettivo terapeutico aggiuntivo rispetto all’obiettivo pressorio. Pertanto, l’effetto sulla microalbuminuria deve essere considerato attentamente nella scelta dei farmaci per ridurre la pressione. Ciò potrebbe offrire una maggiore riduzione del rischio cardiovascolare”.
I risultati della ricerca mostrano che più del 90% dei medici conosce il significato della MAU come predittore di rischio in pazienti con diabete e ipertensione e la maggioranza associa la microalbuminuria al danno renale. Tuttavia solo il 22% dei medici di medicina generale, il 32% dei cardiologi e il 38% dei diabetologi considera la MAU anche come indicatore di rischio di complicanze cardiache, come l’infarto. Sono ancora di meno i medici che associano la MAU alle cerebrovasculopatie e all’ictus (l’8% dei medici di medicina generale, il 10% dei cardiologi e il 15% dei diabetologi).
La maggior parte dei pazienti con microalbuminuria soffre di ipertensione, di diabete o di entrambi. Si tratta di soggetti fra i 51 e i 60 anni d’età. Al momento della diagnosi il danno d’organo era già presente nella maggioranza di tutti i pazienti affetti da ipertensione e da diabete visitati dai medici di medicina generale (rispettivamente 61% e 79%), dai cardiologi (76% e 79%) e dai diabetologi (89%).
“Anche se i medici europei conoscono l’importanza della microalbuminuria, è fondamentale – avverte Haller – accrescere la consapevolezza del suo ruolo come predittore di rischio cardiovascolare e come strumento diagnostico per l’individuazione tempestiva del danno d’organo. I test diagnostici per rilevare la microalbuminuria sono semplici da utilizzare ed economici”.
Le malattie cardiovascolari costituiscono tuttora la causa principale di morte in Europa. Sul tema è intervenuto anche il prof. Giuseppe Mancia (Direttore del Dipartimento di Clinica Medica, Prevenzione e Biotecnologie Applicate, presso l’Università di Milano-Bicocca), secondo il quale “per prevenire episodi cardiovascolari, come l’infarto del miocardio o l’ictus, abbiamo bisogno di strategie per identificare le persone a rischio ad uno stadio precoce del continuum cardiorenale. E poiché la relazione tra microalbuminuria e sviluppo di danno renale e cardiovascolare risulta evidente in numerose sperimentazioni cliniche di larga scala, la ricerca di MAU è raccomandata dalle Linee guida ESH/ESC, al fine di identificare i soggetti ad elevato rischio di eventi cardiovascolari, che possono trarre beneficio da una terapia precoce”.
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16/06/2009

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