(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) e di cardiopatia ischemia e di broncopneumopatia cronica ostruttiva (età oltre 65 anni).
In Italia, negli ultimi venticinque anni sono stati condotti molti studi epidemiologici per valutare gli effetti dell’inquinamento atmosferico nei centri abitati da parte di istituzioni sanitarie, università e CNR. I risultati pubblicati sia su riviste scientifiche sia sul web sono stati concordanti con quelli degli studi condotti in altri paesi, evidenziando la pericolosità dell’inquinamento atmosferico per la salute umana. Da citare, oltre alla partecipazione italiana a studi quali APHEA ed ESCAPE, tra i principali studi condotti in Italia: MISA-1, MISA-2, studio OMS delle 13 città italiane, EpiAir ed EpiAir2; tali studi, utilizzando statistiche sanitarie di routine e dati di monitoraggio ambientale hanno messo in relazione gli eventi sanitari acuti (mortalità, ricoveri ospedalieri) con i livelli di concentrazione degli inquinanti gassosi e particolati. Gli Istituti CNR di Fisiologia Clinica (IFC) di Pisa e di Biomedicina ed Immunologia Molecolare (IBIM) di Palermo, oltre a contribuire agli studi succitati, hanno contribuito allo studio SIDRIA e condotto le indagini sui campioni di popolazione generale del Delta del Po e di Pisa e sul campione di adolescenti di Palermo, confermando gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico con questionari, spirometrie e test allergologici.
In questi giorni l’attenzione dell’opinione pubblica è richiamata dagli elevati livelli di inquinamento atmosferico nella pianura padana ed in molti centri urbani del resto d’Italia. Ci si chiede se esistano misure efficaci per ridurre l’esposizione della popolazione agli inquinanti atmosferici.
La letteratura scientifica negli ultimi anni ha mostrato l’efficacia della chiusura dei centri urbani per circa due settimane al traffico privato (da 11 a 41% di riduzione di eventi asmatici acuti durante le Olimpiadi estive di Atlanta 1996 e di Pechino 2008) e l’efficacia della riduzione cronica dei livelli di concentrazione di NO2, PM2.5 e PM10 sui sintomi e la funzione respiratoria (indagini SAPALDIA e SCARPOL in Svizzera), nonché l’efficacia del bando all’uso di carbone per riscaldamento a Dublino nel 1990 (riduzione del 15% di mortalità per cause respiratorie nei sei anni successivi). Negli Stati Uniti è stato stimato che ogni decremento di 10 microgrammi / metro cubo di PM2.5 è associato ad un aumento di 7 mesi nell’aspettativa di vita.
Lo stato della California ha mostrato che, con politiche adeguate di controllo delle emissioni, tra il 1994 ed il 2011 è stato possibile ottenere riduzioni tra il 15 ed il 54% nelle emissioni di NOx, PM2.5 e PM10, a fronte di un incremento del 38% del traffico veicolare e del 30% della popolazione.
L'inquinamento sembra avere un effetto negativo anche sul cervello, e in particolare su quello dei bambini. Lo dice uno studio pubblicato su Jama Psychiatry da un team dell'Università del Montana diretto dalla prof.ssa Lilian Calderón-Garcidueñas.
I responsabili sarebbero alcuni idrocarburi come il benzopirene e le polveri ultrasottili che riescono a penetrare nel flusso sanguigno e nel cervello, creando una condizione tossica per i neuroni.
Un aspetto ancora più preoccupante è che l'inquinamento atmosferico produce effetti negativi sui bambini già quando si trovano nella pancia della mamma. Secondo una ricerca europea condotta su oltre 74mila donne incinte e pubblicata su The Lancet Respiratory Medicine, l'esposizione ad agenti inquinanti durante la gravidanza aumenta in maniera significativa il rischio di ritardo nella crescita fetale, anche quando il livello di smog è inferiore a quello consentito dalla normativa europea.
Lo studio è stato realizzato attraverso una raccolta di dati relativi a 12 paesi europei e a 74mila donne che hanno partorito fra il 1994 e il 2011. Un'altra ricerca ha evidenziato il problema opposto. Si tratta di una ricerca dell'Università spagnola di Granada che si è dedicata allo studio degli xenoestrogeni, molecole inquinanti che all'interno della placenta possono dar vita a processi biologici in grado di aumentare il peso e l'altezza dei neonati.
I ricercatori guidati da Maria Remedios Prada Marcos lo hanno verificato studiando la presenza delle molecole in un campione di donne di Madrid e della stessa Granada, associando un maggior peso alla nascita a un'età più avanzata delle donne e a un più basso indice di massa corporea, oltre che all'effetto dell'inquinamento.
Ma lo smog continua a produrre effetti nocivi sui bambini anche dopo la nascita, influendo in particolare sullo sviluppo dei polmoni, in modo tale che all'età di 18 anni si può verificare un deficit polmonare che può accrescere il rischio di malattie respiratorie; in sostanza i polmoni non funzioneranno mai più a pieno regime.
A sostenerlo è uno studio pubblicato su The New England Journal of Medicine e condotto da W. James Gauderman, della University of Southern California. Gauderman ha preso in esame 1.759 bambini residenti in 12 sobborghi di Los Angeles. Per otto anni ha tenuto d'occhio lo sviluppo dei polmoni di questi bambini e la quantità di smog in queste zone.
È stato osservato che coloro che hanno passato gli anni dell'adolescenza nelle zone più inquinate avevano quasi cinque volte la probabilità di avere una funzione polmonare molto bassa: circa l'80% della funzione polmonare normale per la loro età.
I ragazzi avevano, nella maggior parte dei casi, la capacità polmonare sufficiente per praticare le attività quotidiane e sportive più comuni senza alcun problema, ma il deficit farà sentire i propri effetti in futuro, quando la funzione polmonare comincerà il normale declino dovuto all'età.
Una ridotta funzionalità polmonare espone anche al rischio di soffrire d'asma o enfisema, e rende in generale più vulnerabili alle malattie da raffreddamento e alle infezioni respiratorie.
I ragazzi presi in esame sono vissuti in un ambiente inquinato da diossido d'azoto, vapore acido, polveri sottili. La maggior parte delle sostanze inquinanti proviene dagli scarichi delle automobili nella zona di Los Angeles, ma effetti simili si verificano anche per le altre forme di inquinamento dovute ai combustibili fossili.
Il meccanismo secondo il quale le particelle inquinanti agiscono potrebbe essere quello dell'infiammazione da esse provocata, che innesca probabilmente un processo che ritarda lo sviluppo normale dei polmoni.

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20/10/2017 Andrea Sperelli

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