(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) fa, spiega Crucitti: «Avevo letto su una rivista scientifica uno studio che dimostrava come alcuni cani fossero capaci di individuare la presenza di tumori nel corpo umano semplicemente odorando l’espirato delle persone».
Allo scopo di riprodurre a livello tecnologico l’abilità dell’animale, il team del prof. Crucitti ha avviato una collaborazione con il Dipartimento di ingegneria biomedica dello stesso ateneo romano. Dopo averlo brevettato, i ricercatori hanno sperimentato l’efficacia del dispositivo sui primi 200 pazienti. I dati segnalano un’efficacia pari al 97%, numeri altissimi pubblicati subito su una rivista scientifica e che nel giro di poco hanno raccolto l’attenzione dei colleghi americani.
Il dispositivo si limita per il momento a riconoscere i tumori polmonari, ma in futuro potrebbe essere utilizzato anche per altre neoplasie.
«Ottimisticamente prima che lo strumento ottenga una validazione scientifica e possa essere impiegato su larga scala ci vorranno altri due anni di sperimentazione», rivela Crucitti.
Ma l’apparecchio del Campus Biomedico non è l’unico tentativo italiano in questo campo. Allo stesso obiettivo lavorano anche i ricercatori dell'Istituto europeo di oncologia di Milano grazie a un finanziamento arrivato direttamente dall'Airc, l'Associazione italiana per la ricerca sul cancro.
Gli scienziati italiani si sono serviti del lavoro con i cani per studiare la messa a punto di un naso elettronico con la collaborazione dei colleghi della Facoltà di Ingegneria dell'Università Tor Vergata di Roma.
L'apparecchio messo a punto è composto da 8 sensori ed è simile a quello utilizzato per rilevare tracce di alcol nell'alito degli automobilisti. Lo studio, pubblicato sul Journal of Breath Research, è stato realizzato su 146 pazienti, di cui 70 malati e 76 sani. I ricercatori dello Ieo hanno esaminato il loro respiro per catalogarne le differenze e individuare una sorta di impronta digitale del tumore.
Gli scienziati sono convinti che questo approccio abbia un'efficacia potenziale del 90 per cento. Spiega Lorenzo Spaggiari, direttore della Chirurgia toracica e responsabile del Programma Polmone Ieo: «Si tratta di un programma di screening, da effettuare sui soggetti a rischio, per esempio i fumatori sopra i 50 anni: l'idea sarebbe quella di riuscire, un giorno, a fare questo esame a coloro che sono a rischio dal medico di base. In questo senso si parla di diagnosi precoce: chi avrà degli esiti negativi da approfondire sarà sottoposto a esami più approfonditi».
Uno studio dell'Istituto clinico Humanitas di Milano rivela invece il possibile utilizzo di cani addestrati per la diagnosi del cancro alla prostata. La ricerca ha previsto il rigoroso addestramento di due cani pastore tedesco di tre anni che individuano gli esplosivi per identificare “composti organici volatili specifici del cancro alla prostata” in campioni di urina.
Le capacità di identificazione dei cani sono state messe alla prova su campioni provenienti da oltre 900 uomini, 362 pazienti affetti da cancro alla prostata oltre a 540 soggetti di controllo sani. Medscape riferisce sulla procedura di test: “un addestratore conduceva un singolo cane in circolo attorno a una serie di ciotole coperte da una rete. Il cane compiva per una volta il giro completo e poi, durante il secondo giro, si fermava davanti a delle ciotole specifiche se esse contenevano l’urina con l’odore del cancro alla prostata”.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Urology, mostra che i cani hanno dimostrato una precisione diagnostica superiore al 97% sia in termini di sensibilità che di specificità. Di fatto, per il “cane uno”, la sensibilità era del 100% e la specificità del 98,7%. Per il “cane due”, la sensibilità era del 98,6 % e la specificità era del 97,6%. Entrambi i cani sono anche esperti nell’individuazione degli esplosivi.
I cani erano in grado nella stessa misura di individuare i cancri alla prostata a basso rischio e anche quelli più avanzati, come il ricercatore principale dott. Gianluigi Taverna ha sottolineato su Medscape: “il cane ha una reazione alla qualità e non alla quantità”.
I risultati hanno portato il team di studio a concludere che “un sistema olfattivo canino allenato può rilevare i composti organici volatili specifici del cancro alla prostata nei campioni di urina con elevate sensibilità e specificità stimate”. I ricercatori hanno comunque avvertito che sono necessari ulteriori studi per indagare il potenziale valore predittivo di questa procedura per identificare il cancro alla prostata.
Il dott. Taverna vede i risultati come una “reale opportunità clinica”. La speranza è che queste scoperte porteranno a uno scenario dove cani espressamente addestrati potrebbero fornire un metodo non invasivo per individuare il cancro: “l'urina dei malati ha un odore molto particolare, che cani specificatamente addestrati sono in grado di percepire”, spiega Taverna.
I cani sono stati utilizzati anche per la rilevazione del cancro alla vescica. In questo caso sono stati alcuni scienziati britannici ad arruolare 6 cani di diverse età e razze, addestrandoli per oltre sei mesi a distinguere tra decine di campioni di urina.
Durante lo studio, pubblicato sul British Medical Journal, i cani sono stati in grado di individuare correttamente il campione positivo 22 volte su 54, un tasso di successo del 41 per cento. I successi variavano da un successo su nove tentativi a cinque su nove, a seconda del cane.
I ricercatori ritengono che si tratti di una prima prova a favore di un metodo di diagnosi, quello basato sull'odore, alternativo ai test chimici o ad esplorazioni o sistemi diagnostici invasivi, come accade oggi. Come è venuto in mente ai ricercatori un simile metodo di indagine?
L'ispirazione è venuta quando un cane, 15 anni fa, fiutò con insistenza e poi morse la gamba della padrona. Le cure per porre rimedio alla ferita furono l'occasione per scoprire il tumore alla pelle che, in fase iniziale, stava per mettere a rischio la vita della donna.
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05/07/2018 Andrea Sperelli

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