(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) particolare quando siamo impegnati in uno sforzo di tipo sportivo come nel caso della sciata.
In mancanza del menisco, si registra una concentrazione delle forze di carico sulle cartilagini articolari, che poco a poco vanno incontro a rottura facilitando la comparsa dell'artrosi. Per questo, oggi i medici preferiscono intervenire con meniscectomie selettive, che operano soltanto sulla parte di tessuto danneggiata preservando la parte restante sana del menisco, la quale può così continuare la sua azione di cuscinetto.
L'intervento in artroscopia è indicato soprattutto in quei casi che riguardano giovani pazienti colpiti da una lesione traumatica causata da un evento distorsivo. Se la lesione è provocata da cause degenerative, al contrario, l'opzione chirurgica andrebbe evitata. Infatti si ha a che fare con menischi che hanno via via perso le loro proprietà sfibrandosi e assottigliandosi. L'asportazione, in questi casi, riduce ancora di più lo spazio articolare concentrando il peso sulla parte operata, aumentando quindi il dolore dopo un primo periodo nel quale il paziente beneficia del riposo post-operatorio, della fisioterapia e dell'assunzione di farmaci antinfiammatori.
In alcuni casi, il menisco può essere salvato senza alcuna perdita di sostanza. La precondizione necessaria è la localizzazione adeguata della lesione meniscale, che deve riguardare la cosiddetta zona rossa.
Il menisco è diviso in tre zone, differenziate a seconda della presenza o meno dei vasi sanguigni. La prima zona, più sottile e centrale, è definita bianca perché priva di circolazione, e riceve nutrimento dal liquido sinoviale che bagna il ginocchio internamente.
La seconda è una zona di confine ed è definita bianco-rossa, perché riceve nutrimento in parte dai vasi sanguigni e in parte dal liquido sinoviale. La terza e più spessa porzione è detta rossa, perché è vascolarizzata. Le lesioni che interessano questa zona possono guarire, ma devono comunque riguardare un evento traumatico e un menisco giovane, e il menisco deve essere ricucito in maniera accurata al fine di serrare il più possibile i margini della lesione. Per la buona riuscita dell'intervento si usano anche fattori di crescita piastrinici, ovvero delle citochine ottenute dal sangue stesso del paziente, che favoriscono la cicatrizzazione.
A volte, tuttavia, il menisco non si può salvare né integralmente né in parte. In questi casi, c'è bisogno di un'asportazione totale, un'eventualità che, come abbiamo visto, sarebbe bene evitare per i motivi succitati. Di fronte a pazienti ancora giovani e con una funzionalità del ginocchio altrimenti buona, gli ortopedici propongono allora il trapianto di menisco. Anche qui le opzioni sono due, il trapianto parziale o totale. Nel primo caso, si trapianta un lembo di materiale sintetico, in poliuretano, mentre nel secondo caso si interviene innestando un menisco proveniente da donatore. In tutti e due i casi, il tessuto viene prima inserito nell'articolazione per via artroscopica e poi suturato. Il risultato è una nuova e più corretta redistribuzione del peso e delle sollecitazioni.
Nel caso del trapianto, tuttavia, affinché il menisco si integri nel ginocchio attraverso una buona vascolarizzazione e la colonizzazione delle cellule è necessario almeno un anno. Si tratta ovviamente di un periodo accettabile per le persone normali, ma che rischia di rappresentare la fine della carriera per gli sportivi professionisti, che per tale motivo ricorrono molto più facilmente all'asportazione, parziale o totale che sia.
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08/03/2013 Andrea Sperelli

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