(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) di vita. A livello mondiale ne è affetto dall’1,1 al 45 per cento della popolazione, con una media globale dell’11,2 per cento. In Europa l’incidenza si attesta tra il 5 e il 10 per cento, in Italia è del 7,2 per cento. Il sesso femminile è maggiormente interessato: in Italia ne è colpita il 10 per cento delle donne contro un 5-6 dei maschi. In relazione al sintomo dominante, si distingue l’IBS-D, in cui prevale la diarrea, l’IBS-C, caratterizzata da stipsi, e l’IBS-M, in cui si alternano i due tipi di evacuazione. IBS-C e IBS-D sono le varianti più frequenti, rappresentando circa due terzi di tutta la popolazione affetta da IBS.
L’IBS-C può ridurre notevolmente la qualità della vita a causa delle limitazioni fisiche e sociali prodotte dai disturbi e dalla preoccupazione che essi creano nel paziente. Per la sua elevata incidenza, l’IBS-C grava notevolmente in termini di costi sociosanitari: basta pensare al numero di esami non necessari, di trattamenti inappropriati, di interventi chirurgici inutili e di conseguenti danni all’organismo. Non a caso è stata documentata una correlazione tra IBS-C e alcuni disturbi psichici come ansia, depressione e sentimenti di ostilità. Emozioni queste che, al tempo stesso, possono determinare sulla motilità del colon già di per sé alterata.
Attualmente per le IBS, e in particolare per la IBS-C, mancano terapie mirate: pertanto, si fa spesso ricorso all’impiego a lungo termine di farmaci senza supporto di evidenze scientifiche e garanzia di sicurezza. A questo si aggiunge il fatto che, il più delle volte, l’attenuazione di un sintomo permessa da un farmaco si accompagna all’accentuazione di altri disturbi: per esempio, un antispastico può alleviare il dolore, ma può far peggiorare la stipsi e gonfiore. Questo significa che l’efficacia dei trattamenti è spesso parziale e non prevedibile. Del resto, il decorso stesso della IBS-C, in costante evoluzione, frequentemente confonde persino il medico portandolo a modificare nel tempo gli obiettivi terapeutici. In questo contesto l’introduzione di nuove molecole con azione sul sistema nervoso centrale rappresenta una novità: stimolando efficacemente la secrezione e la motilità intestinali, influenzano positivamente la sintomatologia. Resta, tuttavia, aperta la questione rimborsabilità: a oggi nessuno dei farmaci disponibili per il trattamento, anche sintomatico, dell’IBS-C è rimborsato dal Sistema sanitario nazionale e questo rappresenta un grave ostacolo nella possibilità di una terapia efficace, specie per i pazienti la cui sintomatologia è definibile come severa e caratterizzata da forti ripercussioni sulla qualità di vita. Un gap che i pazienti vorrebbero subito colmato, partendo proprio da una maggiore consapevolezza che l’IBS-C rappresenta a tutti gli effetti una condizione patologica ben definibile e non semplicemente un insieme di sintomi transitori, comuni anche a molti soggetti sani.
Per un 5 per cento dei pazienti la sintomatologia è così grave da essere invalidante. Enrico Stefano Corazziari, Professore Ordinario di Gastroenterologia presso La Sapienza-Università di Roma, spiega: «Occorre più attenzione da parte dei medici di medicina generale. Le nuove molecole danno un sollievo importante da dolore e costipazione, ma non sono ancora dispensate dal Sistema sanitario nazionale». Sarebbe importante un accesso facilitato, almeno a questa quota minoritaria di pazienti severi, tramite la prescrizione dello specialista.
Una patologia che può essere causa di dolore e disagio importanti e che è di grande ostacolo alla vita quotidiana. Purtroppo, al momento le terapie disponibili e realmente efficaci non sono ancora dispensate dal Sistema sanitario nazionale. Così i pazienti fanno ricorso ancora troppo spesso all’automedicazione e a terapie sintomatiche inefficaci.
Che tipologia di sintomi riportano questi pazienti definibili come gravi?
«Sicuramente costipazione e un dolore addominale così forte da creare sofferenza e allarme. Non a caso si registrano numerosi accessi al pronto soccorso».
In questi casi, se non trattati, sono possibili complicanze?
«Sicuramente. La ritenzione delle feci produce erosione della parete del colon, possibili ostruzioni con necessità di interventi chirurgici d’emergenza per rimuovere ostruzioni e curare perforazioni intestinali. Il rischio è tanto maggiore quanto è maggiore l’età del paziente, soprattutto se sono presenti altre patologie legate all’età come ipertensione, diabete e malattie cardiovascolari. In questi casi anche un’IBS-C meno grave diventa pericolosa se associata ad altre condizioni. Spesso, infatti, le terapie per patologie preesistenti possono avere un impatto negativo proprio sulla salute gastrointestinale».
Le conseguenze di un’IBS-C possono anche essere psicologiche. È corretto?
«Sì. La patologia in genere insorge da bambini e questo spinge il soggetto sin da piccolo ad abituarsi alla malattia, spesso influenzando negativamente le sue relazioni sociali: l’insorgere del dolore è infatti imprevedibile. Ma l’evitamento degli altri può provocare depressione. Si dice spesso che questa patologia è psicosomatica: in realtà è più frequente che sia il corpo a influenzare la mente».
Nell’IBS-C c’è maggiore rischio di incorrere in patologie gravi, come il tumore al colon?
«Fortunatamente no. Tuttavia, è una patologia che può confondere persino i medici e portare a diagnosi sbagliate. Ad esempio sappiamo che in questi pazienti c’è una maggiore incidenza di interventi chirurgici addominali inappropriati: nel ricercare la causa del dolore si sottopone il soggetto a interventi come la colecistectomia, l’isterectomia o l’appendicectomia. L’altro problema è che nell’IBS-C il paziente tende a convivere con la sintomatologia e quindi fa scarsa attenzione ai sintomi addominali. Così può capitare che, nel caso insorga una patologia importante come un tumore, il paziente tenda a ignorarne i primi sintomi ritardando la diagnosi».
Quanto passa mediamente dai primi sintomi alla diagnosi di IBS-C?
«Dipende dall’esperienza del medico. Più è esperto, meno ha necessità di ricorrere a diagnosi per esclusione. Il primo step è la valutazione dei fattori di rischio per patologie gravi. A chi non ne ha, ma mostra i tipici segni dell’IBS-C, il medico dovrebbe limitarsi a prescrivere esami per escludere altre patologie: il test dell’intolleranza al lattosio, il test della celiachia e il dosaggio della calprotectina fecale per escludere una malattia infiammatoria cronica (morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa). Ai pazienti con più di 50 anni invece è comunque consigliata una colonscopia. Solo seguendo questi step si evitano costi inutili a carico del Sistema ed effetti iatrogeni prodotti da esami invasivi inappropriati».
Quanto conta, nella diagnosi, il ruolo del medico di medicina generale?
«Moltissimo. Pensiamo che solo il 5 per cento dei pazienti con IBS-C si rivolge in prima battuta al gastroenterologo. Il medico di medicina generale dovrebbe quindi prestare grande attenzione ai sintomi del paziente, dedicandogli il tempo necessario. Inoltre il medico di base, a differenza del gastroenterologo, in genere conosce già il paziente e il suo stato di salute generale: questo dovrebbe aiutare».
Nell’IBS-C esiste un problema di automedicazione e di terapie inadeguate. Cosa comporta tutto ciò?
«I principali sintomi dell’IBS-C sono stipsi e dolore addominale; tuttavia, i farmaci spesso prescritti dai medici stessi o scelti dal paziente in autonomia agiscono solo su uno dei due sintomi e tendono a peggiorare l’altro: un lassativo migliora la stipsi ma peggiore il dolore, un antispastico migliora il dolore ma peggiora la stipsi. L’alternativa fino a oggi era costituita dagli antidepressivi, con un’azione sul sistema nervoso centrale. Tuttavia, anche questi sembrano agire più sul dolore che sulla stipsi. Le nuove molecole oggi disponibili sembrano invece dare un sollievo importante su entrambi i versanti; tuttavia, hanno un costo a carico del paziente. In questo senso, e proprio per i pazienti più gravi, sarebbe importante che queste terapie fossero dispensate dal Sistema sanitario nazionale, magari su esclusiva prescrizione dello specialista».
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06/12/2016 Arturo Bandini

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