(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) Roberto Latini, Capo del Dipartimento di Ricerca Cardiovascolare dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri - condotto su una parte dei pazienti dello studio ALBIOS hanno dimostrato la validità di PTX3 come indicatore prognostico. Infatti abbiamo rilevato che alti livelli di PTX3 al giorno 1 erano associati a maggiore gravità del paziente (shock settico) ed erano in grado di predire l’insorgenza di gravi complicanze a carico del sistema cardiovascolare, coagulativo e renale. Di conseguenza, una minore riduzione dei livelli di PTX3 nel tempo si associava ad un maggior rischio di mortalità del paziente.
“Questo, per il medico - conclude Pietro Caironi, del Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza Urgenza, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Policlinico di Milano - significherà poter valutare precocemente il rischio del paziente settico di andare incontro a complicanze gravi per le quali ci sono ancora poche armi terapeutiche, come ad esempio la compromissione del sistema coagulativo”.
Il premio viene ritirato in data odierna dal Dott. Roberto Latini nel corso di un evento organizzato a Barcellona dall’European Society of Clinical Investigation.

Lo studio
I ricercatori hanno utilizzato parte dei dati di 1.818 pazienti dello studio ALBIOS (ideato e realizzato dal Prof. Luciano Gattinoni per confrontare i protocolli di trattamento di reidratazione nei pazienti settici) ricoverati per sepsi grave o shock settico in 100 reparti di Terapia Intensiva italiani. I livelli di PTX3 sono stati misurati in una sottopopolazione di 958 pazienti a 1, 2 e 7 giorni dal ricovero.
La sepsi uccide 10 volte più dell’infarto e 5 volte più dell’ictus. I dati riportati in occasione della Giornata Mondiale dedicata alla Sepsi ci ricordano che le infezioni, spesso ritenute complicanze, sono la prima causa di morte per un gran numero di pazienti. Nel mondo, ogni anno sono 31 milioni e 500mila le persone che sviluppano sepsi, spesso arrivando al pronto soccorso in condizioni già molto gravi, e sono 5 milioni e 300mila quelle che muoiono ogni anno. Un’epidemia da non sottovalutare.
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01/06/2018 Andrea Sperelli

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