(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) placentare», spiega la ricercatrice.
Un farmaco in grado di prevenire la vasocostrizione potrebbe agire in maniera positiva e alleviare l'ischemia. Per le sue proprietà vasodilatative e per la sua sicurezza, l'aspirina è risultato il candidato migliore.
«Le linee guida Uspstf sull'argomento sono state implementate al Baylor nel settembre 2014, con particolare attenzione alle donne con storia di preeclampsia», riprende Tolcher.
Il team ha studiato 284 parti avvenuti prima dell'implementazione delle linee guida e altri 133 avvenuti dopo. Ciò ha permesso di osservare una riduzione del 30 per cento dei casi di preeclampsia nelle gestanti che avevano partorito dopo l'implementazione delle nuove linee guida.
«Abbiamo cercato a lungo un modo per prevenire la preeclampsia, e ora questi risultati, se confermati, ci dicono che probabilmente l'abbiamo trovato», concludono
gli autori.
Anche i risultati di un lungo studio clinico coordinato dal professor Sergio Ferrazzani evidenziano che l’associazione dell’aspirina alla eparina a basso peso molecolare fornisce alle donne in gravidanza una valida possibilità di prevenzione della preeclampsia.
Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale “Hypertension in Pregnancy”, apre prospettive molto interessanti sul ruolo protettivo di questa terapia nella formazione della placenta. La preeclampsia è una patologia che si presenta solo nella gravidanza umana.
«L’eziologia purtroppo non è ancora ben conosciuta - afferma Ferrazzani -, l’unica terapia valida per interromperne la progressiva e ingravescente evoluzione rimane solo la programmazione del parto».
Negli ultimi decenni molti sono stati gli sforzi della comunità scientifica per studiare gli aspetti biochimici e molecolari alla base di questa patologia dalla complessa patogenesi e dal relativo polimorfismo clinico. «Alla luce di questi studi - aggiunge il ginecologo dell’Università Cattolica di Roma - si è cercato di mettere in atto misure terapeutiche preventive che potessero agire sul vasto spettro di fattori eziopatogenetici chiamati in causa».
Nessuna delle terapie messe in pratica ha però dato i risultati attesi.
Nell’Unità operativa di Patologia ostetrica del Gemelli dal 1990 al 2001 sono state seguite 5587 gravidanze ad alto rischio. Tra queste, 68 rientravano in stretti criteri classificativi, i.d. storia ostetrica positiva per preeclampsia severa associata a iposviluppo fetale. «La politica della nostra Unità operativa - racconta Ferrazzani -, sulla base di evidenze scientifiche presenti in letteratura, è stata quella di trattare in via profilattica dal 1990 al 1996 tale tipologia di pazienti con aspirina a basso dosaggio dall’inizio fino alla 36 settimana di gravidanza.
Le pazienti, in virtù della loro storia ostetrica, presentavano un’alta probabilità di ricorrenza di preeclampsia. Successivamente, dal 1997 al 2001, venendo meno le evidenze scientifiche sull’efficacia dei questo noto farmaco, alla stessa tipologia di pazienti è stata associata all’aspirina l’eparina a basso peso molecolare».
Tale combinazione terapeutica prendeva spunto da osservazioni scientifiche presenti in letteratura, visto il crescente utilizzo dell’eparina in gravidanza per problematiche di trombofilia associate a un esito sfavorevole della gravidanza e grazie alla scoperta di altre azioni terapeutiche del farmaco al di là del suo noto effetto anti-trombotico. «Il gruppo di pazienti trattate con eparina e aspirina (n=31) presentava rispetto al gruppo di pazienti (n=23) trattato con sola aspirina un miglior esito della gravidanza in termini di settimana gestazionale al parto, di peso neonatale, e di ricorrenza di preeeclampsia (riduzione di 10 volte)», aggiunge Ferrazzani. Tale aspetto sembra essere particolarmente rilevante visti gli sforzi effettuati per cercare una profilassi per tale patologia. «Il nostro studio - afferma Ferrazzani - che per primo, al momento, fornisce dei dati sulla prevenzione della preeclampsia, viene suffragato dalla recentissima pubblicazione di dati scientifici che ascrivono all’eparina un ruolo facilitante e quindi protettivo sulla placentazione». Attraverso studi policentrici la comunità scientifica è chiamata a confermare l’efficacia di tale profilassi.


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17/02/2017 Andrea Piccoli

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