(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) cause non sono ancora completamente note.
Nella pre-eclampsia la placenta funziona male, e questo porta a serie conseguenze sia per la circolazione sanguigna della mamma sia per quella del feto, che soffre perché non riceve più in modo ottimale l'ossigeno e i nutrienti di cui ha bisogno. Se non trattata, questa malattia può avere conseguenze anche gravi, comprese la nascita prematura, ritardi o arresto della crescita del feto, fino al rischio di morte per la madre e il bimbo.
«L'unica terapia, di fatto, è il parto - spiega Luigi Fedele, direttore del Dipartimento Donna, Bambino e Neonato del Policlinico di Milano - perché con l'espulsione della placenta vengono a mancare le condizioni che causano la patologia. Quando questo avviene in epoca di prematurità, prima della 37esima settimana di gestazione, le complicanze materno-fetali possono essere drammatiche».
Anche per questo i ricercatori sono da tempo concentrati sul trovare una soluzione che prevenga la pre-eclampsia, o che perlomeno ne riduca di molto i rischi.
Esistono vari fattori che predispongono una donna allo sviluppo della pre-eclampsia, come l’età, il diabete, l’obesità, o malattie autoimmuni. «Grazie a un test eseguibile intorno alla dodicesima settimana di gestazione e che permette di combinare questi fattori tra di loro - commenta Nicola Persico, responsabile della Chirurgia Fetale del Policlinico di Milano e coordinatore dello studio per l'Italia - aggiungendo parametri rilevabili mediante l’ecografia ostetrica e dosaggi biochimici sul sangue materno, è possibile identificare già nel primo trimestre di gravidanza circa il 75% delle gravidanze che svilupperanno la pre-eclampsia. È proprio in questi casi che la prevenzione gioca un ruolo determinante».
Nello studio appena pubblicato, le donne con alto rischio di pre-eclampsia pre-termine sono state divise in due gruppi: a uno è stato dato un placebo, mentre all'altro una dose di aspirina pari a 150 mg (leggermente superiore a quella che si usa per la prevenzione delle patologie cardiovascolari). I risultati confermano che l'aspirina ha un effetto protettivo sullo sviluppo delle forme di pre-eclampsia che richiedono l’espletamento di un parto pre-termine: nel gruppo di donne che assumevano aspirina, infatti, solo 13 hanno dovuto partorire prima della 37esima settimana (contro le 35 del gruppo placebo: una riduzione del 62%), mentre solo 3 donne con una pre-eclampsia più grave e che assumevano aspirina hanno partorito prima della 34esima settimana (contro le 15 del gruppo placebo: una riduzione dell'80%). Complessivamente, il rischio di parto prematuro si è più che dimezzato. «Questi risultati - conclude Persico - sono per noi molto importanti e cambieranno la pratica clinica nella prevenzione dei disturbi ipertensivi in gravidanza, che rappresentano una causa importante di mortalità e morbidità materna e perinatale».
Anche uno studio del Baylor College of Medicine di Houston ha confermato l’efficacia dell’approccio preventivo a base di aspirina.
«Anche se la causa non è del tutto chiara, si pensa che la malattia venga innescata da una combinazione di fattori predisponenti, sia genetici o dovuti a concomitanti patologie materne, ma anche immunologici e dipendenti da mediatori endoteliali o dovuti alla presenza di tessuto trofoblastico disfunzionale», spiega la coautrice Mary Catherine Tolcher, che ha presentato lo studio durante il 37mo Annual Pregnancy Meeting promosso dalla Society for Maternal-Fetal Medicine svoltosi a Las Vegas. «La sovrapproduzione di trombossani svolge un ruolo nell'aggregazione piastrinica e nella vasocostrizione contribuendo all'ischemia placentare», spiega la ricercatrice.
Un farmaco in grado di prevenire la vasocostrizione potrebbe agire in maniera positiva e alleviare l'ischemia. Per le sue proprietà vasodilatative e per la sua sicurezza, l'aspirina è risultato il candidato migliore.
«Le linee guida Uspstf sull'argomento sono state implementate al Baylor nel settembre 2014, con particolare attenzione alle donne con storia di preeclampsia», riprende Tolcher.
Il team ha studiato 284 parti avvenuti prima dell'implementazione delle linee guida e altri 133 avvenuti dopo. Ciò ha permesso di osservare una riduzione del 30 per cento dei casi di preeclampsia nelle gestanti che avevano partorito dopo l'implementazione delle nuove linee guida.
«Abbiamo cercato a lungo un modo per prevenire la preeclampsia, e ora questi risultati, se confermati, ci dicono che probabilmente l'abbiamo trovato», concludono
gli autori.
Anche i risultati di un lungo studio clinico coordinato dal professor Sergio Ferrazzani evidenziano che l’associazione dell’aspirina alla eparina a basso peso molecolare fornisce alle donne in gravidanza una valida possibilità di prevenzione della preeclampsia.
Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale “Hypertension in Pregnancy”, apre prospettive molto interessanti sul ruolo protettivo di questa terapia nella formazione della placenta. La preeclampsia è una patologia che si presenta solo nella gravidanza umana.
«L’eziologia purtroppo non è ancora ben conosciuta - afferma Ferrazzani -, l’unica terapia valida per interromperne la progressiva e ingravescente evoluzione rimane solo la programmazione del parto».
Negli ultimi decenni molti sono stati gli sforzi della comunità scientifica per studiare gli aspetti biochimici e molecolari alla base di questa patologia dalla complessa patogenesi e dal relativo polimorfismo clinico. «Alla luce di questi studi - aggiunge il ginecologo dell’Università Cattolica di Roma - si è cercato di mettere in atto misure terapeutiche preventive che potessero agire sul vasto spettro di fattori eziopatogenetici chiamati in causa».
Nessuna delle terapie messe in pratica ha però dato i risultati attesi.
Nell’Unità operativa di Patologia ostetrica del Gemelli dal 1990 al 2001 sono state seguite 5587 gravidanze ad alto rischio. Tra queste, 68 rientravano in stretti criteri classificativi, i.d. storia ostetrica positiva per preeclampsia severa associata a iposviluppo fetale. «La politica della nostra Unità operativa - racconta Ferrazzani -, sulla base di evidenze scientifiche presenti in letteratura, è stata quella di trattare in via profilattica dal 1990 al 1996 tale tipologia di pazienti con aspirina a basso dosaggio dall’inizio fino alla 36 settimana di gravidanza.
Le pazienti, in virtù della loro storia ostetrica, presentavano un’alta probabilità di ricorrenza di preeclampsia. Successivamente, dal 1997 al 2001, venendo meno le evidenze scientifiche sull’efficacia dei questo noto farmaco, alla stessa tipologia di pazienti è stata associata all’aspirina l’eparina a basso peso molecolare».
Tale combinazione terapeutica prendeva spunto da osservazioni scientifiche presenti in letteratura, visto il crescente utilizzo dell’eparina in gravidanza per problematiche di trombofilia associate a un esito sfavorevole della gravidanza e grazie alla scoperta di altre azioni terapeutiche del farmaco al di là del suo noto effetto anti-trombotico. «Il gruppo di pazienti trattate con eparina e aspirina (n=31) presentava rispetto al gruppo di pazienti (n=23) trattato con sola aspirina un miglior esito della gravidanza in termini di settimana gestazionale al parto, di peso neonatale, e di ricorrenza di preeeclampsia (riduzione di 10 volte)», aggiunge Ferrazzani. Tale aspetto sembra essere particolarmente rilevante visti gli sforzi effettuati per cercare una profilassi per tale patologia. «Il nostro studio - afferma Ferrazzani - che per primo, al momento, fornisce dei dati sulla prevenzione della preeclampsia, viene suffragato dalla recentissima pubblicazione di dati scientifici che ascrivono all’eparina un ruolo facilitante e quindi protettivo sulla placentazione». Attraverso studi policentrici la comunità scientifica è chiamata a confermare l’efficacia di tale profilassi.

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06/09/2017 Andrea Piccoli

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