(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) di 52 anni, che ha avuto una reazione avversa 15 ore dopo l’iniezione di acido ialuronico alle rughe naso-labiali, con pelle prima rossa, poi viola e infine necrosi; o in quello di una donna di 61 anni sottoposta a iniezione di filler nelle guance per eliminare vecchie cicatrici da acne, che hanno fermato l’afflusso di sangue.
In Italia, intanto, è stato condotto uno studio che definisce un protocollo, testato per la prima volta su un tessuto umano, per evitare che le iniezioni di acido ialuronico causino cecità o necrosi della pelle. Il lavoro è stato portato avanti da un’équipe composta da professori dell’Università degli Studi della Campania “Vanvitelli” di Napoli e dal direttivo della FIME (Federazione Italiani Medici Estetici), autori di uno studio scientifico pubblicato sulla più prestigiosa rivista del settore, Dermatological Surgery.
“L’acido ialuronico è una sostanza di norma sicura, che consente di ringiovanire il volto in modo naturale”, spiega Raffaele Rauso, professore all’Università Vanvitelli e vicepresidente FIME. “Ci sono però due problematiche: i medici, spesso senza preparazione, che minimizzano gli effetti collaterali dei filler e i pazienti che ne sottovalutano i rischi, per via dell’effetto temporaneo e dell’apparente semplicità di esecuzione. Il problema invece esiste e sta crescendo, in quanto iniezioni di filler in arterie e vene possono portare alla morte dei tessuti. Se si inietta troppo, o nel posto sbagliato, si può causare compressione sulle arterie o embolizzazione delle stesse, fermando l’afflusso di sangue e causando necrosi o cecità. Le zone più colpite del viso rientrano nel “triangolo pericoloso”, che ha come vertice la glabella – la parte della fronte tra le sopracciglia – e come base le rughe nasolabiali, anche conosciute come rughe del sorriso”.
Negli ultimi anni si utilizza una nuova “generazione” di filler, atti non più solo a spianare le rughe superficiali della pelle, ma contemplati per trattare i diversi strati del volto, fino al più profondo, per garantire un risultato naturale e duraturo nel tempo. Da qui le complicanze più gravi, a causa della presenza di strutture nobili (vasi sanguigni, nervi, etc.). “Fino a 15 anni fa non si parlava di complicazioni secondarie a infiltrazioni di filler (cecità, complicanze vascolari con necrosi della pelle), in quanto si restava su uno strato superficiale. Oggi, nel caso di effetti avversi, una diagnosi precoce, eseguita nelle ore immediatamente successive all'iniezione, può fare la differenza. Un medico preparato e competente, infatti, sa come agire nell’immediato, iniettando la ialuronidasi, una sorta di “antidoto” dell'acido ialuronico che ne annulla l’effetto”, afferma il professor Rauso.
Grazie allo studio è stato chiarito anche il protocollo da applicare. “Negli anni scorsi, altri studi erano stati condotti dal chirurgo plastico canadese Claudio De Lorenzi, che aveva cercato di comprendere quanta ialuronidasi iniettare e con che frequenza per ottenere il dissolvimento dell’acido ialuronico, ma mai su tessuti vivi, con tutti i limiti che questi risultati potevano avere - spiega Rauso -. Nello studio italiano invece, è stato utilizzato un tessuto vivo: durante un intervento di dissezione del collo, una porzione di arteria facciale è stata asportata dal paziente e riempita con acido ialuronico crosslinkato. Quest’ultima è stata letteralmente immersa in una soluzione di ialorunidasi per verificare modi e tempi dello scioglimento dell’acido ialuronico attraverso la parete del vaso sanguigno: è emerso che una singola somministrazione non è sufficiente per garantire la risoluzione dell’occlusione dell'arteria, le iniezioni devono essere ripetute a stretto giro. In questo modo abbiamo prove scientifiche per risolvere eventuali problemi, rendendo più sicuri gli interventi”.
Un altro studio scientifico, realizzato sempre dal gruppo di lavoro composto da medici e professori universitari italiani (Raffaele Rauso, Enrico Sesenna, Romolo Fragola, Nicola Zerbinati, Giovanni Francesco Nicoletti e Gianpaolo Tartaro) e pubblicato su The Journal of Craniofacial Surgery, evidenzia invece le zone del viso dove è più frequente che si verifichino effetti avversi gravi come necrosi o cecità dopo un'iniezione da filler, rilevando la presenza di un “triangolo pericoloso” che ha come vertice la glabella - il punto che si trova in mezzo alle sopracciglia - e come base le rughe naso geniene, ai lati delle labbra. “Questa è la zona dove, secondo quanto emerso dalla letteratura scientifica pubblicata dal 2009 al 2020, è più probabile che si verifichino danni seri, come necrosi della pelle e cecità. Il naso è la zona più frequentemente soggetta a queste complicazioni (44.5%), seguito da glabella (21%); rughe nasolabiali (15%), e fronte (10%); pertanto anche un filler infiltrato per distendere le rughe naso geniene (una delle zone più trattate) può dar luogo a problematiche devastanti”, conclude il professor Rauso.

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09/10/2020 Andrea Sperelli

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