(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) dello studio - presentando non solo i classici problemi cognitivi ma anche un certo numero di sintomi Spcd, e questo ha rappresentato un modello valido per determinare se i benefici della caffeina potevano compensare i suoi effetti negativi".
Lo studio dimostra che la caffeina aveva il potere di modificare il comportamento dei roditori sani e di aggravare i sintomi neuropsichiatrici di quelli affetti da Alzheimer.
"Le nostre osservazioni - spiega Lydia Giménez-Llort, coautrice dello studio - suggeriscono che un aggravamento dei sintomi simili a quelli psicologici e comportamentali delle demenze possa in parte interferire con gli effetti benefici della caffeina sul cervello".
Altri studi, invece, sostengono che la caffeina abbia un effetto preventivo nei confronti della stessa malattia. Lo dice ad esempio uno studio realizzato dall'Indiana University e pubblicato su Scientific Reports.
Stando ai risultati, la caffeina riesce a potenziare l'attività di un enzima noto per il suo effetto protettivo sul cervello, NMNAT2, che di recente ha evidenziato capacità importanti di contrasto alla formazione di aggregati tossici nelle cellule nervose.
Nel corso dello studio, i ricercatori hanno analizzato circa 2000 molecole attive, fra cui la caffeina, allo scopo di individuare quella in grado di stimolare la produzione di NMNAT2. Fra tutte le molecole testate, la caffeina è risultata la più potente. Sperimentata su topi a rischio di demenza in quanto geneticamente incapaci di produrre quantità adeguate dell'enzima, la caffeina ha riportato il cervello degli animali alle condizioni ideali.
Non è la prima volta che il caffè viene proposto come fattore di protezione nei confronti della memoria.
Secondo un altro studio pubblicato sul Journal of Gerontology, tre espressi - ovvero circa 260 milligrammi di caffeina - avrebbero l'effetto di ridurre il rischio di demenza senile.
Lo studio, diretto da Ira Driscoll, docente di Psichiatria presso la University of Wisconsin-Milwaukee, ha esaminato 6.500 donne oltre i 65 anni, prendendone in considerazione le abitudini in fatto di consumo di caffè e l'incidenza della demenza senile.
Alla luce dei dati raccolti, che riguardano un periodo di 10 anni, rispetto a chi consuma una sola tazza di caffè al giorno, chi ne beve 3 mostra un rischio di ammalarsi di demenza o di deficit cognitivo ridotto del 36 per cento. Se invece si predilige il tè, servono 5 tazze per assicurarsi la stessa protezione.
Non è la prima volta che il consumo di caffè viene messo in relazione con un effetto protettivo nei confronti dell'Alzheimer, anche se la ragione del beneficio sarebbe da ricercare altrove.
Secondo una metanalisi presentata dall'ISIC (Institute for Scientific Information on Coffee) e pubblicata su Nutrition, il consumo moderato di caffè può ridurre fino al 27% il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer.
Alcuni frutti, ortaggi e bevande contengono polifenoli. Queste molecole, presenti anche nel caffè, agiscono sulle cellule cerebrali per ridurre l'infiammazione, diminuire la mortalità dei neuroni e mantenere bilanciati i livelli di acetilcolina, una sostanza chimica che funge da neurotrasmettitore e che viene rilasciata dalle cellule nervose per inviare segnali alle altre cellule. Tra i polifenoli, viene segnalato l'acido ferulico per il suo effetto positivo nella prevenzione dai problemi alla vista.
La caffeina inoltre ha mostrato di ridurre due marcatori tipici dell’Alzheimer: l'accumulo del peptide beta-amiloide e la iperfosforilazione di proteina tau. Inoltre ridurrebbe anche la morte dei neuroni, soprattutto nelle aree del cervello che giocano un ruolo nella memoria. Infine, come neurostimolante, produce elevati livelli di acetilcolina.
Un ulteriore recentissimo studio ha evidenziato il ruolo svolto dalla quercetina, uno dei componenti del caffè, quale neuroprotettore nei confronti sia della malattia di Alzheimer che del morbo di Parkinsons.
Una vasta letteratura scientifica riporta i numerosi benefici associati a un moderato consumo di caffè su ulteriori importanti aspetti della fisiologia umana: dalla memoria alla concentrazione, dalla performance fisica al rallentamento del fisiologico declino cognitivo legato all’età, dalla riduzione del rischio di malattie neurodegenerative (come appunto il morbo di Alzheimer e la malattia di Parkinson) a una forte azione preventiva e protettiva nei confronti del diabete di tipo 2 e di alcune malattie del fegato tra cui cirrosi, steatosi ed epatite.
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05/04/2018 Arturo Bandini

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