(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) su 74 fra quelli che avevano smesso di assumere aspirina si era verificato un evento cardiovascolare aggiuntivo. Tradotto in percentuale significa che chi non aderiva alla terapia preventiva mostrava un rischio superiore del 37 per cento di nuovo infarto rispetto a chi ha continuato ad assumere il farmaco.
«Fintanto che non ci sono sanguinamenti o interventi chirurgici importanti - spiega Johan Sundstrom, autore principale della ricerca - lo studio mostra i significativi benefici per la salute pubblica che possono essere ottenuti quando i pazienti rimangono in terapia».
In ogni caso, utilizzare l'aspirina come forma di prevenzione delle malattie cardiovascolari è argomento dibattuto da tempo in ambito medico. Un nuovo studio pubblicato su Jama da Yasuo Ikeda della Waseda University di Tokyo si è concentrato proprio su questo argomento.
«Un recente studio dimostra che dal 1960 al 2000 c’è stato in Giappone un rapido incremento della prevalenza di iperglicemia, ipercolesterolemia e obesità, probabilmente a causa dell'adozione di diete e stili di vita occidentali», spiega il ricercatore.
Gli autori hanno reclutato oltre 14mila pazienti fra i 60 e gli 85 anni affetti da ipertensione, dislipidemia e diabete mellito. Una parte del campione ha aggiunto ai farmaci già assunti 100 milligrammi di aspirina, mentre gli altri hanno continuato con la normale terapia.
«Ma lo studio è stato interrotto dal comitato di monitoraggio dati dopo circa 5 anni per probabile inutilità della cura», riprende Ikeda. I due gruppi mostravano infatti tassi sovrapponibili di mortalità o morbilità globale per cause cardiovascolari, ictus e infarto.
«Va tuttavia segnalato che l’aspirina ha ridotto l'incidenza di infarto non fatale e attacco ischemico transitorio, aumentando il rischio di emorragia, trasfusioni e ricoveri», conclude il dott. Ikeda.
In un editoriale che accompagna la pubblicazione, Michael Graziano e Philip Greenland spiegano: «Questi risultati aiutano a capire quando usare l'aspirina per prevenire gli eventi cardiovascolari, decisione che andrebbe sempre discussa tra medico e paziente».
In sostanza, l'aspirina è indicata per quei pazienti che mostrano un rischio elevato a breve termine per eventi cardiovascolari acuti o per quei soggetti sottoposti a procedure vascolari e per quelli con malattie cardiovascolari in corso. Al contrario, i pazienti a basso rischio non dovrebbero assumerla, neanche a basso dosaggio.
«Anche se certe persone senza malattie vascolari ma con comorbidità multiple hanno livelli di rischio simili ai pazienti con malattie cardiovascolari. In questi casi un beneficio è probabile, ma il preciso livello di rischio per cui somministrare l’aspirina resta incerto», conclude l’editoriale.
Un'altra ricerca condotta per dieci anni dalle Università di Nottingham e Sheffield su 12mila pazienti uomini con più di 48 anni e donne oltre i 57 rivela che l'assunzione di un'aspirina al giorno dopo i 50 anni riduce il rischio di infarto e ictus. In relazione ai risultati dello studio, la British Heart Foundation consiglia un uso preventivo nei soggetti predisposti, ricordando che però il rischio si riduce soprattutto controllando e migliorando i propri stili di vita.
Naturalmente ci sono le controindicazioni: dolori allo stomaco e piccole emorragie. Prima dell'assunzione del farmaco in tali dosi è necessario l’approvazione di un medico specialista.
Ma bisogna anche sapere in anticipo quali persone risponderanno positivamente alla terapia con aspirina. Questo è l’obiettivo di uno studio condotto dai Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso. Un semplice test del sangue, che si può eseguire in pochi minuti, è risultato efficace nell’individuare chi avrà più probabilità di trarre beneficio clinico dall’aspirina e chi, invece, no.
L’aspirina viene oggi largamente usata in tutti quei pazienti che sono stati colpiti da un “evento trombotico”: la chiusura di un’arteria dovuta alla formazione di un coagulo sanguigno, le cui conseguenze più frequenti sono infarto cardiaco ed ictus cerebrale. Uno dei fattori principali che portano alla formazione del coagulo è rappresentato dalla capacità delle piastrine di aggregarsi tra loro. Ecco perché l’aspirina, riducendo tale capacità, rappresenta uno strumento terapeutico molto importante nelle mani dei medici per evitare che il paziente possa essere nuovamente colpito. È quella che viene definita “prevenzione secondaria”.
Però in alcune persone (“resistenti”) l’aspirina sembra avere un effetto limitato per cui, nonostante la terapia, le piastrine continuano in parte ad aggregarsi. In questi casi il rischio di essere colpiti, ad esempio, da un secondo infarto, potrebbe essere ridotto in modo molto modesto. Questi pazienti avrebbero bisogno di un aggiustamento della terapia. Ma prima di decidere, è necessario capire chi è “resistente” e chi no.
Una piccola apparecchiatura (PFA-100), sviluppata in Germania, mira proprio a questo. Un campione di sangue del paziente che sta prendendo aspirina viene esaminato in pochi minuti per stabilire il grado di riduzione della reattività delle piastrine.
Lo studio, condotto dalla Cattolica di Campobasso in collaborazione con l’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, ha preso in esame 53 diverse ricerche condotte con questo apparecchio in Europa ed in America, per un totale di oltre 6.000 persone, e le ha messe a confronto attraverso sofisticati metodi statistici per ottenere dei dati complessivi. È risultato che mediamente un quarto dei soggetti che assume aspirina mostra un’inibizione delle piastrine insufficiente. Un’analisi più ristretta ha evidenziato che i pazienti che, secondo il test, apparivano “resistenti” erano più facilmente esposti ad un secondo infarto o ictus, nonostante la terapia con aspirina.
«È necessario ricordare – dice Marilena Crescente, ricercatrice del Laboratorio di Biologia Cellulare e Farmacologia della Trombosi e principale autore dello studio – che siamo di fronte a risultati importanti ma ancora preliminari, che dovranno essere messi alla prova da studi futuri. Prima che questo test possa essere validamente inserito nella pratica clinica, sarà necessario raggiungere una migliore standardizzazione e ulteriori indagini. La nostra ricerca, comunque, indica chiaramente che esiste la possibilità di avere una risposta rapida al quesito della cosiddetta “resistenza” all’aspirina, una risposta capace di guidare le scelte dei medici».
Chiara Cerletti, capo del laboratorio della Cattolica dove lo studio è stato effettuato, sottolinea con soddisfazione che «è la prima volta nella letteratura internazionale che si procede ad una analisi così ampia e complessa di un test di laboratorio per valutarne la capacità di predire il ripetersi di eventi clinici cardiovascolari».

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11/10/2017 Andrea Sperelli

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