(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) pregiudizi”. “E’ il caso del caffè – prosegue - il cui consumo, anche nella popolazione anziana, si è dimostrato viceversa non solo benefico ma anche preventivo rispetto alle patologie che si presentano in queste aree”.
“Ormai da molti anni affermiamo – dice Amleto D’Amicis (Dirigente di ricerca INRAN – Istituto Nazionale per la Ricerca sull’Alimentazione e la Nutrizione), riferendosi alla comunità scientifica nazionale e internazionale di cui fa parte – che il caffè è un concentrato di numerosissime sostanze, molte delle quali con attività biologica; se consumato senza esagerare, il caffé non solo non fa male, ma può addirittura aiutare a stare meglio”. Nel suo intervento, durante il quale D’Amicis cita, del caffè, le numerose “sostanze bioattive”, sottolinea che il rapporto fra caffè e salute vanta numerosi studi epidemiologici che dimostrano la completa assenza di relazione fra il consumo della bevanda e la mortalità in generale nelle varie comunità esaminate. Anzi, la caffeina, può addirittura essere un fattore favorevole negli anziani che dopo il pasto hanno un indesiderato calo pressorio; ed è proprio la tazzina post-prandiale a contrastare tale indesiderato evento.
E sempre riferendosi alla popolazione anziana D’Amicis ricorda: “sono le ricerche più recenti a evidenziare un effetto favorevole della bevanda non solo nei confronti del diabete di tipo 2 ma anche nella prevenzione della malattia di Parkinson”.
Le malattie cardiovascolari, l’aterosclerosi, fino all’infarto del miocardio, sono ancora oggi una fra le cause più importanti di decesso. Per questo, negli ultimi anni l’ INRAN ha condotto una serie di studi al fine di valutare il ruolo e l’azione biologica degli acidi fenolici (caratteristici del caffè) nella modulazione di alcuni fattori di rischio cardiovascolare (capacità antiossidante plasmatica, suscettibilità all’ossidazione di LDL, aggregabilità piastrinica).
E’ Cristina Scaccini (primo ricercatore INRAN) a parlare: “i nostri studi hanno dimostrato che bere una tazza di caffé induce un aumento significativo della concentrazione plasmatica di acidi fenolici cui corrisponde un aumento della capacità antiossidante totale del plasma. Gli acidi fenolici sono anche incorporati nelle LDL e nelle piastrine, ritardandone rispettivamente l’ossidazione e l’aggregazione”. E prosegue: “se per molti anni si è pensato che polifenoli e altre molecole ad azione antiossidante proteggessero l’organismo dal danno ossidativo esclusivamente attraverso la rimozione di radicali liberi, oggi tale concetto sembra semplificare troppo il loro meccanismo di azione. Pertanto è auspicabile che gli studi futuri sulle molecole bioattive del caffè avranno un duplice approccio: metabolomico (atto a identificare i principali cambiamenti del metabolismo indotti dal suo consumo) e nutrigenomico (per comprendere quali sono gli specifici meccanismi genetici attraverso cui questi “cambiamenti” metabolici avvengono)”.
Nella popolazione anziana il danno vascolare non è da leggersi solo in area cardiaca ma anche cerebrale; non solo, anche la sfera cognitiva trae giovamento dal consumo moderato di caffè. Dice Menotti Calvani, impegnato al Centro di Medicina dell’Invecchiamento del Policlinico Gemelli di Roma: “la somministrazione da 5 a 500mg/kg di caffeina, è dimostrato, induce attivazione dell’ elettroencefalogramma, percezione di benessere riferita come il sentirsi in forma, efficienti, svegli, ottimisti, motivati a lavorare, desiderosi di socializzare”.
“In soggetti anziani – prosegue Calvani – l’uso abituale del caffè, valutato come numero di tazze bevute al giorno ha evidenziato miglioramenti in test cognitivi; l’assunzione cronica di caffè, protratta per anni, dimostra una ridotta incidenza di malattia di Alzheimer e di Parkinson, per non parlare della riduzione del declino cognitivo legato alla età. Infine esistono evidenze che il caffè prevenga l’insorgenza del diabete di tipo 2 e migliori la resistenza alla insulina; attività dimostrata anche per il caffè decaffeinato: il diabete è fattore di rischio per la demenza, la resistenza all’insulina si accompagna a deficit cognitivi; la demenza è ipotizzata diabete di tipo 3!”.
E in ambito digestivo, le patologie epatiche (tra cui l’esordio da epatocarcinoma da cirrosi indotta da Epatite C) sono oggi una realtà non rara nella popolazione anziana. “Anche in quest’area – continua Menotti Calvani – i diversi costituenti del caffè hanno un ruolo positivo”. Lo confermano anche Aurora Napolitano e Paola Vitaglione (ricercatrici dell’Università Federico II di Napoli) nello studio presentato in occasione del Convegno SINU su “Effetto del caffè sulla modulazione dello stato antiossidanti in un modello sperimentale di patologia epatica”.
“Osservazioni come queste - conclude Gianni Tomassi (Direttore Scientifico FoSAN – Fondazione per lo Studio dell’Alimentazione e della Nutrizione) - possono aiutare il medico di medicina generale a formulare con maggiore sicurezza i consigli terapeutici da dare ai propri pazienti affetti da cardiovasculopatie, diabete, malattia di Parkinson e altre patologie tipiche dell’età senile. E comunque, l’insieme del quadro clinico e dell’esposizione ad altri fattori di rischio (fumo, sedentarietà, sovrappeso, ecc) del paziente, può indicare al medico quando e quanto caffè (caffeinato o decaffeinato) sia consentito”.


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