(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) l'unica praticabile per i leucemici che non possono tollerare i farmaci chemioterapici.
Oltre alla lotta contro il tempo e contro l'avanzare della malattia, non è facile trovare un donatore compatibile: anche i fratelli dei piccoli malati, affini per corredo genetico, sono in grado di coprire solo il 25% delle richieste di trapianto midollare, mentre i donatori non consanguinei sono disponibili solo per un bimbo su tre.
La drammatica conseguenza di tutto ciò è che per il 40% dei bambini leucemici non ci sono possibilità di cure chemioterapiche né speranze di trapianto di midollo osseo.
La nuova scoperta italiana è di grandissimo rilievo e verrà pubblicata sula, rivista scientifica internazionale “Blood”: il dott.Lorenzo Moretta, immunologo di fama internazionale e direttore scientifico dell'Istituto Giannina Gaslini di Genova, ha collaborato con un'équipe clinica diretta da Franco Locatelli del S. Matteo di Pavia per mettere a punto una tecnica di trapianto midollare chiamata "trapianto aploidentico", che vuol dire "identico a metà". Si tratta di prendere come donatore uno dei due genitori di un piccolo leucemico e di superare le difficoltà che erano emerse sino a oggi, dovute al fatto che il midollo paterno o materno era compatibile solo al 50% con quello del figlio. A questo era legato il rischio che le cellule T del sistema immunitario del bambino trapiantato non riconoscessero i tessuti midollari donati come “buoni” e scatenassero una forte risposta immunitaria.
Per vitare quest'attacco all'organismo del bambino malato, i medici del Gaslini hanno studiato un metodo per scegliere, tra i due genitori del piccolo paziente, quello col midollo maggiormente compatibile, grazie a un maggior numero di cellule capaci di contrastare la leucemia.
I ricercatori, una volta scelto il donatore e prelevato il suo midollo osseo, “ripuliscono” quest'ultimo dalle cellule T, che potrebbero uccidere il bambino trapiantato per la reazione di rigetto.
Nel midollo donato vengono lasciate, tuttavia, le cellule Nk (Natural killers), cioè un particolare tipo di globuli bianchi che sono in grado di uccidere le cellule leucemiche e di proteggere contro l'attacco dei virus.
L'intervento medico, pertanto, è duplice: da un lato si eliminano dal midollo da donare i pericolosi linfociti T, dall'altro vi si lasciano i Natural killers per stroncare la leucemia.
I primi risultati clinici della nuova sperimentazione sono decisamente incoraggianti, con tre bambini su quattro che riuscivano così a vincere la malattia.
Il dott.Franco Locatelli dell'Ospedale San Matteo di Pavia, che ha partecipato allo studio, ricorda che senza questo tipo di intervento i bambini colpiti da leucemia acuta e non sottoponibili a chemioterapia sarebbero morti. Il trapianto aploidentico potrebbe perciò diventare la terapia di riferimento per i bambini leucemici non rispondenti al trattamento con i chemioterapici.
Il gruppo di lavoro del Gaslini, coordinato dal prof.Lorenzo Moretta, comprendeva i dottori Daniela Pende, Stefania Marcenaro, Stefania Martini, Michela Falco, Maria Cristina Mingari e Alessandro Moretta.
Prima di arrivare a curare i bimbi leucemici col trapianto aploidentico, tuttavia, dovrà essere conclusa la fase di sperimentazione e dovranno essere confermati i positivi risultati fin qui evidenziati.
Il prof.Moretta, intervistato da Italiasalute, ci spiega lo studio che ha diretto.
Dice Moretta: “Le ricerche sono state condotte principalmente dalla Dott.ssa Daniela Pende con il suo gruppo (Dott.ssa Stefania Marcenaro e Stefania Martini) nel laboratorio di Immunologia, diretto dalla Prof.ssa Maria Cristina Mingari, dell'Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro. Lo studio si è avvalso della collaborazione fondamentale con la Dott.ssa Michela Falco (Istituto G. Gaslini), con il Prof. Alessandro Moretta (Università di Genova) e con l'equipe clinica diretta dal Prof. Franco Locatelli (S. Matteo di Pavia)”.
“La strada seguita dai ricercatori si chiama “trapianto aploidentico”, che significa “identico a metà”: è quello che ha come donatore, uno dei genitori del bambino leucemico. Questo trapianto è stato messo a punto per la prima volta dal gruppo di Perugia coordinato dai Proff. Massimo Martelli e Andrea Velardi, per trattare leucemie mieloidi acute in pazienti adulti. Si tratta di un trapianto complesso perché “incompatibile a metà”. In queste condizioni il rischio di aggressione da parte del trapianto (o, più precisamente, dei linfociti T contenuti nel midollo osseo trapiantato) contro i tessuti dell’ospite (la temibile GvH) è elevatissimo e perlopiù letale”.
“Pertanto la strada seguita è stata quella di infondere cellule staminali emopoietiche (CSE) purificate e, soprattutto, ripulite a fondo dai linfociti T. In questo caso, l’effetto curativo del trapianto è legato all’azione delle cellule NK”.
“Le cellule Natural Killer (NK) sono particolari globuli bianchi che, come dice il loro nome, sono in grado di uccidere le cellule di tumori o leucemie. Giocano anche un ruolo fondamentale nelle difese contro i virus”.
“Le NK, come tutte le cellule del sangue, hanno origine dalle CSE (Cellule Staminali Ematopoietiche). Ma è necessario premettere – prosegue il dott.Lorenzo Moretta - che le cellule NK hanno, sulla loro superficie, dei recettori, detti KIR, scoperti dal nostro gruppo di ricerca molti anni fa. I KIR sono dei sensori in grado di riconoscere la presenza degli antigeni di istocompatibilità HLA (vere e proprie carte di identità). Questo riconoscimento genera un segnale di inibizione che disattiva la cellula NK (evitando uccisioni indiscriminate). Però i KIR di un individuo sono sempre “tarati” sugli antigeni HLA propri (self). Nel caso del trapianto aploidentico, invece, i recettori KIR delle cellule NK del genitore, non saranno in grado di riconoscere tutti gli HLA presenti sulle cellule leucemiche del figlio malato (perché metà HLA li ha ereditati dall’altro genitore). Le cellule NK equipaggiate con questi KIR incapaci di identificare HLA non propri, uccideranno le cellule leucemiche”.
“Le principali novità del nostro lavoro - continua Moretta - sono l’aver applicato con successo il trapianto aploidentico alle leucemie linfoblastiche acute del bambino refrattarie alla chemioterapia. Poi l’aver messo a punto un sistema per identificare, nei possibili donatori, la percentuale di cellule NK capaci di uccidere la leucemia. Questo è stato possibile grazie all’uso di anticorpi monoclonali fluorescenti specifici per diversi KIR (da noi selezionati). Questa analisi è molto importante perché ci ha permesso di scegliere sempre il genitore con il numero più elevato di cellule NK “efficaci”. Ci siamo poi chiesti se le CSE trapiantate fossero davvero in grado di dare origine, nel bambino leucemico trapiantato, a cellule NK con le stesse caratteristiche (vale a dire “efficaci” contro la leucemia). La risposta è stata affermativa: le cellule NK “efficaci” vengono prontamente generate e persistono per molti mesi o anni dopo il trapianto”.
“Questo è uno dei pochi esempi - dice Alessandro Moretta (primo firmatario delle pubblicazioni che descrissero la scoperta e la caratterizzazione dei recettori KIR, nei primi anni ’90) - in cui importanti risultati di laboratorio hanno avuto ricadute di rilievo, in tempi relativamente brevi, sulla cura di gravi malattie”.

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09/03/2009

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