Dubbi sulla mammografia

L'ipotesi è che non riduca i tassi di mortalità

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Keywords | mammografia, seno, tumore,

Uno studio danese appena pubblicato su Annals of Internal Medicine sostiene che lo screening mammografico per il cancro al seno può portare a forme di sovradiagnosi.
Karsten Juhl Jorgensen del Nordic Cochrane Center e del Rigshospitalet di Copenhagen, primo autore dello studio, commenta: «I tassi di diagnosi di carcinoma duttale in situ (DCIS) sono aumentati notevolmente negli ultimi anni poiché più donne si sottopongono a mammografie di controllo. Il nostro lavoro pone in evidenza questa correlazione. Una diagnosi di cancro al seno è un evento che cambia la vita di una donna e della sua famiglia».
Lo studio ha analizzato i dati di oltre 1,4 milioni di donne fra i 35 e gli 84 anni, in un periodo che va dal 1980 al 2010. I dati indicano che la mammografia non è associata a un'incidenza minore di tumori in fase avanzata, di fatto l'obiettivo dello screening periodico. Inoltre, fra i tumori diagnosticati, almeno uno su tre non avrebbe mai provocato danni alla salute della donna.
«Anche se lo studio aggiunge evidenze convincenti del fatto che le mammografie di routine possono comportare un rischio di eccesso di diagnosi, ciò non significa che è il momento di cambiare le linee guida sullo screening», osserva Otis Brawley, responsabile medico presso l’American Cancer Society, nell’editoriale che ha accompagnato la pubblicazione dello studio.
«Non si sta dicendo di non fare una mammografia, ma di usarla più efficacemente per salvare più vite possibile», ha continuato Brawley. «Oltre allo screening, esistono altre misure preventive che le donne non dovrebbero trascurare, come mangiare bene, fare molto esercizio fisico e non ingrassare eccessivamente».
Una ricerca canadese pubblicata sul British Medical Journal giunge a conclusioni simili riguardo l'uso della mammografia come strumento preventivo del tumore al seno. La ricerca ha coinvolto ben 90mila donne di età compresa fra i 40 e i 59 anni e si è protratta per 25 anni.
Lo studio, coordinato da Anthony Miller dell'Università di Toronto, ha analizzato l'efficacia della mammografia, un esame diventato ormai di routine in molti paesi, fra cui l'Italia. Finora i ricercatori hanno discusso sul fatto che vi siano o meno benefici in relazione a certe età. Dai 50 anni in poi, la maggior parte degli esperti è d'accordo sulla necessità dello screening, mentre sono state avanzate delle perplessità per la fascia d'età fra i 40 e i 49 anni. Tuttavia, molti ricercatori negli ultimi anni hanno espresso dubbi sulla reale efficacia dell'esame nell'abbattimento dei tassi di mortalità per cancro al seno.
La ricerca canadese sembra dare ragione a questi ultimi, dal momento che nel campione analizzato i tassi di mortalità per cancro al seno sono gli stessi fra le donne sottoposte a screening e quelle che si sono limitate a visite senologiche presso un medico specializzato, le quali prevedono la palpazione.
Al contrario, la diffusione dello screening mammografico ha avuto anche una conseguenza negativa, ovvero il fenomeno della sovradiagnosi. Il punto è che la mammografia scopre qualsiasi tipo di tumore, anche quelli che non hanno bisogno di essere trattati per vari motivi. In molti casi, i tumori crescono assai lentamente e non rappresentano una minaccia per la vita, in altri casi addirittura scompaiono da soli.
Secondo i ricercatori canadesi, la differenza nei risultati fra il loro studio e le tante ricerche precedenti che hanno evidenziato invece i benefici della mammografia sta nel fatto che la maggior parte di queste ultime è stata portata a termine prima dell'avvento dei nuovi farmaci antitumorali assunti per via orale come il tamoxifene, che hanno ridotto in maniera significativa il tasso di mortalità per cancro al seno.
Inoltre, quelle ricerche, sostengono i medici canadesi, sono state condotte su campioni di donne a caso e non su donne consapevoli del rischio del cancro al seno. Ciò significa che normali controlli come la palpazione possono garantire alla donna la stessa efficacia mostrata dalla mammografia.
Ma anche la ricerca canadese si presta a possibili obiezioni. Il parametro della sopravvivenza per valutare l'efficacia dello screening non è la scelta migliore per uno studio dal follow up così lungo. È probabile, infatti, che nel tempo si manifestino altre malattie che possono provocare la morte e confondere così i risultati finali. Inoltre i mammografi di 25 anni fa non sono paragonabili in termini di efficacia a quelli utilizzati oggi.
Sta di fatto che la ricerca danese e quella canadese pongono degli interrogativi sui quali sarebbe bene che tutto il mondo medico si concentrasse per offrire alle pazienti il miglior percorso diagnostico e terapeutico possibile per questa malattia tanto diffusa.
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Andrea Piccoli
11/01/2017



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