Coronavirus, le zanzare non possono trasmetterlo

Intanto Desametasone ha ridotto in maniera significativa le vittime del virus

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Keywords | coronavirus, influenza, pandemia,

Sia la zanzara tigre (Aedes albopictus) che la zanzara comune (Culex pipiens) non sono in grado di trasmettere il virus SARS-CoV-2. Lo dimostrano i dati preliminari di uno studio condotto da un team di entomologi e virologi dell’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, proprio per valutare, attraverso prove di infezione sperimentale, la competenza vettoriale delle due specie di zanzare.
La ricerca ha mostrato che il virus, una volta penetrato all’interno della zanzara mediante un pasto di sangue infetto, non è in grado di replicarsi e quindi di essere successivamente inoculato dalla zanzara attraverso una puntura.
I risultati definitivi, che saranno pubblicati a breve dall’ISS e dall’IZSVe, forniranno quell’evidenza sperimentale, finora teoricamente ipotizzata, che permetterà di escludere in modo scientifico il coinvolgimento delle zanzare nella possibile trasmissione del COVID-19, rispondendo in modo chiaro e definitivo alle legittime preoccupazioni legate al ruolo delle zanzare nella trasmissione di numerose malattie. Preoccupazioni rese ancora più attuali dall’emergenza COVID-19 e dall’inizio della stagione calda.
Intanto arriva una possibile svolta nella ricerca di una cura per Covid-19. Dal Regno Unito, infatti, scienziati della piattaforma Recovery – sperimentazione sulle possibili cure alla malattia cui partecipa anche l’Università di Oxford – segnalano gli effetti positivi del farmaco desametasone, un comune antinfiammatorio steroideo.
"È il solo farmaco che a oggi ha ridotto sensibilmente le vittime per coronavirus. Potrebbe essere davvero una svolta", ha dichiarato il prof. Peter Horby, a capo della sperimentazione.
Il farmaco è stato sperimentato su 2mila pazienti, e i risultati verificati su un campione di altri 4mila soggetti che non hanno assunto il medicinale. Gli esiti dello studio sono sorprendenti, dal momento che il desametasone sembra aver salvato la vita a un terzo delle persone costrette a sottoporsi a respirazione artificiale. La percentuale di decessi nel gruppo trattato è passata infatti dal 40 al 28%. Per chi era sotto ossigenazione non invasiva, i decessi evitati hanno rappresentato il 25%, passando da un totale del 25 al 20%.
"C'è un beneficio evidente", ha commentato alla Bbc il prof. Martin Landray, uno dei leader del team di ricerca, "e soprattutto si parla di una cura molto economica. Il desametasone è stato somministrato per dieci giorni ai pazienti in cura e ogni confezione costa circa 5 sterline: in tutto, si parla di 35 sterline a paziente".
Una stima di alcuni scienziati indica che se il farmaco fosse stato utilizzato fin dall’inizio della pandemia si sarebbero potute salvare dalle 4 alle 5mila persone.
"Bisogna festeggiare dopo questo annuncio, perché milioni di pazienti in tutto il mondo potrebbero trovare immediato beneficio e forse sopravvivere. I risultati di questa sperimentazione, del resto, sono stati anticipati rispetto alla tabella di marcia, proprio perché può avere un effetto decisamente positivo a livello globale".
L’efficacia dei trattamenti nei pazienti Covid-19 dipende anche, e soprattutto, dalla precocità della loro somministrazione. Ecco perché i medici dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, per intercettare e spegnere la risposta infiammatoria scatenata dal nuovo coronavirus nelle primissime fasi della malattia, hanno deciso di intervenire sul territorio somministrando a domicilio la colchicina, una molecola con effetti antinfiammatori nota fin dall’antichità.
Lo studio, condotto da Emanuel Della Torre, ricercatore dell’Università Vita-Salute San Raffaele e immunologo presso l’Unità di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie Rare dell’IRCCS San Raffaele, e coordinato da Moreno Tresoldi, primario dell’Unità di Medicina Generale e delle Cure Avanzate, descrive per la prima volta l’efficacia e la sicurezza del farmaco antinfiammatorio in pazienti COVID positivi e sottolinea l’importanza di agire tempestivamente, per ridurre il rischio che una possibile progressione in insufficienza respiratoria porti a un’eccessiva affluenza di casi critici negli ospedali. Lo studio è stato recentemente pubblicato sulla rivista Clinical Immunology.
“Lo studio è stato condotto nel mese di marzo, in piena pandemia. Abbiamo somministrato la colchicina in 9 pazienti domiciliari che, col passare dei giorni, avevano manifestato caratteristiche cliniche suggestive di un’evoluzione iper-infiammatoria”, spiega il dottor Moreno Tresoldi, coordinatore dello studio.
COVID-19 nella maggior parte dei casi, infatti, esordisce come una sindrome simil-influenzale che tende ad auto risolversi. In circa il 30% dei casi, invece, dopo una iniziale fase prodromica si assiste alla comparsa di febbre elevata, tosse e affaticamento respiratorio. “Questa popolazione di pazienti è quella più a rischio di ricovero e di supporto ventilatorio poiché la dispnea evolve rapidamente in un’insufficienza respiratoria”, specifica Tresoldi.
“Colchicina è stata somministrata con una dose di carico seguita da una dose di mantenimento dopo almeno cinque giorni di febbre > 38°C”, spiega Emanuel Della Torre, primo nome della ricerca. “Tutti i 9 pazienti trattati a domicilio si sono sfebbrati entro 72 ore con risoluzione della tosse e solo in un caso è stato necessario procedere al ricovero per un supporto di ossigeno a basso flusso”.
La colchicina è una molecola estratta dalle piante del genere Colchicum e, per le sue proprietà antinfiammatorie note fin dall’antichità, viene oggi considerata come terapia di scelta nella gotta, nelle pericarditi croniche e in malattie auto-infiammatorie caratterizzate da febbri periodiche, come la febbre mediterranea familiare.
“I meccanismi fisiopatologici responsabili della transizione da una fase pauci-sintomatica a una polmonite iper-infiammatoria in pazienti COVID-19 sembrano risiedere nell’attivazione dell’inflammasoma da parte del virus” – spiega Emanuel Della Torre. L’inflammasoma è un complesso di proteine che, se attivato, porta al rilascio di mediatori dell’infiammazione (citochine) responsabili della febbre e del danno d’organo. Nei pazienti con forme gravi di COVID-19 ricoverati in tutto il mondo, questi mediatori sono oggi bersaglio di terapie somministrate per via endovenosa con l’intento di bloccare a monte la cascata infiammatoria e spegnere la cosiddetta tempesta citochinica.
“Nel nostro studio - continua Emanuel Della Torre - abbiamo deciso di usare colchicina per le possibili interferenze di questo farmaco con i meccanismi patogenetici implicati in COVID-19. Colchicina, infatti, agisce bloccando l’attivazione dell’inflammasoma, impedendo l’eccessivo accumulo di cellule infiammatorie nei tessuti, e, secondo alcuni studi, ostacolando l’ingresso del virus nelle cellule”.
“Sebbene siano necessari studi di dimensione maggiore per confermare questi risultati, la nostra esperienza solleva spunti di riflessione importanti in termini di strategie terapeutiche e di politiche sanitarie”, conclude Moreno Tresoldi.
“Da un lato, considerato che si tratta di un farmaco diffuso in tutti i paesi del mondo, somministrato oralmente e a basso costo, colchicina rappresenta una molecola prontamente disponibile per il trattamento di COVID-19. Dall’altro, siamo fortemente convinti che agire sul territorio sia fondamentale per intercettare precocemente la risposta infiammatoria scatenata da SARS-CoV-2, evitare la progressione in insufficienza respiratoria di quadri clinici a rischio, e ridurre l’affluenza di casi critici negli ospedali e nelle terapie intensive”.
Intanto, i ricercatori dell’azienda farmaceutica Lilly hanno messo a punto un anticorpo monoclonale in grado di proteggere il soggetto dall’infezione.
Il farmaco, ancora in fase sperimentale, è stato denominato LY-CoV555 ed è stato somministrato a un gruppo di pazienti già ospedalizzati in alcuni centri statunitensi. Lo sviluppo del farmaco è stato molto veloce; gli scienziati del Centro di ricerca sui vaccini dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive guidato da Anthony Fauci, in collaborazione con AbCellera, avevano individuato l’anticorpo nel sangue di uno dei primi pazienti americani guariti dall’infezione, cui in seguito hanno lavorato i colleghi di Lilly, che nel giro di soli 3 mesi hanno concluso il loro lavoro.
LY-CoV555 è stato progettato per bloccare l’ingresso del virus nelle cellule umane, ma può essere utilizzato sia in fase di prevenzione che di cura.
“I trattamenti di questo tipo promettono di essere contromisure efficaci contro il Coronavirus”, ha dichiarato Mark J. Mulligan, direttore della divisione di malattie infettive e immunologia, nonché direttore del Vaccine Center presso la NYU Langone Health. “Inoltre – ha aggiunto Daniel Skovronsky, responsabile scientifico e presidente di Lilly Research Laboratories – sono importanti per i gruppi più colpiti dalla malattia come gli anziani e le persone con sistema immunitario compromesso che non potranno sottoporsi al vaccino. Qualora LY-CoV555 si rivelasse parte della soluzione a breve termine per Covid-19, vogliamo essere pronti metterla a disposizione dei pazienti il più rapidamente possibile, già entro la fine dell'anno”.
Intanto ha avuto successo la fase 1 di sperimentazione del vaccino per il nuovo coronavirus sviluppato dall’azienda di biotecnologia Moderna. Le persone sottoposte a immunizzazione hanno sviluppato gli anticorpi in maniera simile a quanto accade alle persone colpite dal virus e guarite.
I livelli di anticorpi rilevati nelle prime 8 persone sottoposte ai test clinici con l'mRNA-1273 sono uguali o superiori a quelli riscontrati nei pazienti guariti da Covid-19. Il vaccino appare peraltro sicuro e ben tollerato, e non mostra effetti collaterali gravi.
Partirà ora la fase 2 della sperimentazione, e i tecnici di Moderna sperano di arrivare alla definitiva fase 3 nel mese di luglio.
Il vaccino sperimentale è un'immunizzazione a base di Rna che punta a stabilizzare una proteina, detta spike, che si trova in Sars-Cov-2.
Sono tanti i gruppi di ricerca che stanno studiando un vaccino per l’infezione. Un cerotto da applicare sul braccio o sulla spalla e nel giro di 2 settimane l’immunità al virus Sars-Cov-2 è garantita. Così almeno affermano i ricercatori della School of Medicine dell’Università di Pittsburgh, fra cui l’italiano Andrea Gambotto.
Il cerotto è costituito da 400 microaghi che coprono una superficie di 1,5 centimetri. Il team americano è lo stesso che nel 2003 aveva realizzato il primo vaccino in assoluto contro un coronavirus, in quel caso il virus della Sars. Tuttavia, la Sars venne contenuta grazie a un livello di contagiosità molto meno rilevante del nuovo coronavirus e il vaccino non venne mai sperimentato sull’uomo. Nel 2014, poi, lo stesso gruppo studiò anche un vaccino per il virus della Mers, altro parente di Sars-Cov-2.
"Con la SARS già nel 2003 avevamo identificato la proteina chiave che dobbiamo usare come target anche per il nuovo SARS-Cov-2: la proteina spike, ovvero quella che forma le punte (in realtà più simili a minuscoli ombrelli) di cui è composta la corona del virione e che serve al virus per entrare nelle cellule legandosi ai loro recettori. La proteina spike è una specie di chiave che il virus usa per entrare nelle cellule: se blocchi quella chiave, puoi fermare il virus", spiega Gambotto a Repubblica. "Il successivo lavoro sulla MERS ci ha permesso poi di trovare la via più efficace per somministrare il vaccino, ovvero i microaghi".
I microaghi sono composti di carbossimetilcellulosa, un polimero derivato dalla cellulosa, che si sciolgono liberando la spike una volta entrati nella pelle. "A questo punto il sistema immunitario si rende conto che è un corpo estraneo al nostro organismo e inizia a produrre gli anticorpi contro di essa - spiega Gambotto - quando poi la persona vaccinata viene infettata dal virus, gli anticorpi ingloberanno rapidamente le particelle del virus e bloccheranno l'infezione".
I ricercatori hanno scelto questa modalità di somministrazione perché la pelle è la prima barriera nei confronti di virus e batteri: "È come la muraglia di un castello, e proprio per questo è ben presidiata dal sistema immunitario: la pelle è uno dei posti migliori per generare una risposta immunitaria rilevante, superiore a quella che si ha iniettando nel muscolo - sottolinea Gambotto - un altro vantaggio è che se si inietta un vaccino nel muscolo, questo si diluisce in tutto il corpo, quindi per generare una risposta forte serve una maggiore quantità di vaccino. Invece l'iniezione attraverso la pelle tramite microaghi è localizzata: c'è una concentrazione del vaccino molto più elevata, tutte le cellule immunitarie vanno ad attaccare l'invasore e basta una quantità minore di vaccino per dare l'immunità".
La minor quantità di vaccino, in media tra un quinto e un decimo di quanto servirebbe con la modalità tradizionale, rappresenta un grande vantaggio nel caso di una pandemia, quando cioè la richiesta è comprensibilmente enorme e globale. Un altro vantaggio è costituito dal sistema di iniezione a microaghi: "I microaghi proteggono la proteina spike, liberando i medici dalla necessità di conservare il vaccino attraverso la catena del freddo - sottolinea Gambotto - questo significa che il vaccino è più facilmente trasportabile anche nelle zone più povere del pianeta".
Il vaccino è stato già sperimentato sui topi: a due settimane dall’iniezione i topi mostrano già di possedere gli anticorpi specifici contro Sars-Cov-2. "Gli anticorpi maturano progressivamente, diventano più potenti e selettivi contro il virus, e dopo 5-6 settimane dalla prima iniezione se ne sviluppa una quantità sufficiente ad arrestare la malattia”, spiega Gambotto. “Naturalmente dovremo condurre la sperimentazione clinica per assicurarci che quanto abbiamo visto nei topi possa replicarsi anche nell'uomo: entro 1-2 mesi - a seconda della celerità della FDA americana nell'autorizzarci - dovremmo essere in grado di far partire la sperimentazione clinica, che - magari limitata agli studi di fase 1, vista l'emergenza mondiale della pandemia - potrebbe concludersi entro altri 2-3 mesi. La sperimentazione clinica ci aiuterà a calibrare la dose giusta di vaccino che può essere efficace con l'uomo. Se questa fase si concluderà con successo, il vaccino potrebbe essere pronto per la produzione industriale entro 5 mesi da ora".
Uno studio che alimenta speranze quello cinese pubblicato su Nature Medicine e rilanciato dal virologo Roberto Burioni su Twitter: "Seppure in quantità variabili – twitta Burioni - i pazienti guariti da Covid-19 producono anticorpi contro il virus. Questo è bene perché rende affidabile la diagnosi sierologica e, se gli anticorpi fossero proteggenti, promette bene per l'immunità".
Dallo studio della Chongqing Medical University si evince che a 19 giorni dai sintomi il 100 per cento dei pazienti analizzati nello studio (285) aveva sviluppato le IgG contro Sars-Cov-2.
Gli anticorpi IgG sono quelli che proteggono a lungo termine da un’infezione, mentre gli Igm si attivano nell’immediato, conferendo all’organismo protezione per un periodo breve.
Una notizia molto positiva secondo Guido Silvestri della Emory University: “Lo studio cinese conferma che il nostro sistema immunitario monta una risposta anticorpale contro il virus, risposta che con tutta probabilità, basandosi sui precedenti di Sars-1 e Mers oltre che sui modelli animali di infezione da coronavirus, protegge dalla reinfezione o almeno dal ritorno della malattia. Non possiamo sapere quanto dura questa risposta ma i precedenti con virus simili suggeriscono che dovrebbe durare almeno 12-24 mesi".
Le regole di base per evitare il contagio:

- Lavare spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi;
- Evitare di toccare gli occhi, il naso o la bocca con le mani non lavate;
- Evitare contatti ravvicinati con persone mantenendo una distanza di almeno due metri;

Nel caso si rientri da un'area a rischio e si manifestino i sintomi per evitare di contagiare i propri contatti e familiari è molto importante:

- Stare a casa se si hanno sintomi;
- Chiamare il proprio medico;
- Evitare il contatto ravvicinato con familiari e conviventi;
- Coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando si tossisce o starnutisce, quindi gettare il fazzoletto nella spazzatura e lavarsi le mani oppure starnutire nel gomito;
- Pulire e disinfettare oggetti e superfici.



Per vedere il conteggio dei malati della protezione civile
Clicca la scritta


Per seguire in tempo reale l'evoluzione della diffusione del nuovo coronavirus, gli esperti della Johns Hopkins University hanno messo a punto una mappa interattiva con i dati relativi ai contagi e ai decessi.









Domanda al medico specialista gratis

Andrea Sperelli
25/06/2020



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