La vitamina D utile contro l'influenza

Ricerca svela le capacità preventive del nutriente

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Keywords | raffreddore, influenza, vitamina,

Consumare integrazioni di vitamina D aiuterebbe a ridurre i casi di influenza, raffreddori e polmoniti su scala globale. Lo sostiene un grande studio pubblicato sul British Medical Journal da un team della Queen Mary University di Londra diretto da Adrian Martineau.
La ricerca, condotta prendendo in considerazione i dati di 11mila persone che avevano partecipato a un totale di 25 trial clinici, fa emergere l'efficacia della vitamina D nella protezione dalle infezioni delle vie respiratorie, grazie probabilmente alla capacità di stimolare la produzione di antimicrobici nei polmoni.
Nei soggetti che mostravano livelli bassi di vitamina D il beneficio era ancora più evidente. L'integrazione ha dimezzato il numero delle infezioni respiratorie nelle persone con livelli più bassi del nutriente e ridotto del 10 per cento le infezioni che colpiscono i soggetti con livelli adeguati di vitamina D.
«La nostra ricerca rafforza l’idea che sia opportuno prevedere un’integrazione nell’alimentazione per migliorare i livelli di vitamina D in paesi come il Regno Unito, dove la carenza è comune», hanno scritto gli autori del lavoro.
Altri ricercatori però si mostrano scettici. Mark Bolland dell'Università di Auckland e Alison Avenell dell'Università di Aberdeen hanno commentato lo studio in un editoriale di accompagnamento esprimendosi in questi termini: «Le ricerche finora non supportano l’evidenza che l’uso di integratori di vitamina D serva a prevenire le malattie, salvo nelle persone a rischio di rachitismo, fragilità ossea e osteoporosi».
Al contrario, il dott. Benjamin Jacobs, pediatra del Royal National Orthopaedic, è più ottimista: «I dati del nuovo studio sono molto significativi, visto che provengono da 11mila pazienti analizzati in studi clinici di buona qualità in tutto il mondo. La necessità di fornire integratori di vitamina D è ora innegabile. I governi e gli operatori sanitari devono prendere questa ricerca in seria considerazione d’ora in avanti».

Fonte: British Medical Journal
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Andrea Sperelli
08/03/2017



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