Tumore del seno, la mammografia riduce la mortalità

Lo screening andrebbe esteso fino a 74 anni

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Keywords | mammografia, screening, procedura,

La mammografia rappresenta uno degli elementi più importanti nei meccanismi di prevenzione del cancro al seno.
«Lo screening nelle donne dai 50 ai 69 anni ha contribuito in maniera determinante a ridurre la mortalità per cancro del seno nell’ultimo ventennio, con una diminuzione costante e statisticamente significativa (-1,9% anno)», spiega la dott.ssa Stefania Gori, presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica). «E il test, attualmente raccomandato con cadenza biennale alle donne fra i 50 e i 69 anni, dovrebbe essere esteso fino a 74 anni. Oggi solo alcune Regioni tra cui Emilia-Romagna e Piemonte hanno ampliato in maniera strutturata la fascia d’età da coinvolgere nei programmi di screening».
L’appello degli oncologi italiani viene dal Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO, European Society for Medical Oncology) in corso a Madrid. Nel 2015 il numero di donne invitate a eseguire l’esame è aumentato di quasi il 14% rispetto all’anno precedente. E i risultati evidenziano che grazie a questo test nel 2012-13 sono stati identificati più di 13.000 carcinomi.
«Nel 2016 sono stati stimati in Italia circa 50.200 nuovi casi di tumore del seno e 692.955 donne vivono dopo la diagnosi», continua la dott.ssa Gori. «L’innovazione prodotta dalla ricerca ha permesso di raggiungere risultati importanti. Oggi l’87% per cento delle persone colpite da questa malattia nel nostro Paese guarisce, una percentuale superiore non solo alla media europea (81,8%) ma anche al Nord Europa (84,7%). Si tratta di un risultato eccezionale, da ricondurre alle campagne di prevenzione e a trattamenti innovativi sempre più efficaci».
E, se si interviene ai primissimi stadi, le guarigioni superano il 90%. «Le evidenze scientifiche – sottolinea la dott.ssa Gori – dimostrano che nelle donne ad alto rischio per importante storia familiare o perché portatrici della mutazione di un particolare gene, BRCA1 o BRCA-2, i controlli dovrebbero iniziare a 25 anni d’età seguendo protocolli diagnostici ben precisi. Fortunatamente questi sono casi particolari, perché la maggior parte delle diagnosi di tumore del seno sotto i 50 anni non è legata a fattori ereditari».
Si è registrato negli ultimi vent’anni un aumento costante e progressivo dell’incidenza, ma la mortalità, dopo il picco negli anni Ottanta, è diminuita. È migliorata anche la durata della sopravvivenza nelle pazienti con patologia in stadio avanzato.
«Il futuro sarà sempre più rivolto alla personalizzazione delle terapie per colpire la singola neoplasia del singolo paziente», conclude la dott.ssa Gori. «È ormai improprio parlare di tumore del seno: si deve utilizzare il plurale, perché le differenze biologiche sono tali da configurare vere e proprie patologie diverse. Il carcinoma della mammella è fra quelli che più hanno beneficiato delle terapie a bersaglio molecolare. Si stanno aprendo prospettive importanti anche grazie all’immuno-oncologia che ha già dimostrato di essere efficace nel melanoma, nel tumore del polmone e del rene stimolando il sistema immunitario contro le cellule malate».
Uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine ha cercato di capire come ridurre gli svantaggi della mammografia e al contempo migliorarne i benefici.
Secondo i ricercatori dello University of Wisconsin Madison Carbone Cancer Center, in collaborazione con i colleghi del Breast Cancer Surveillance Consortium, la chiave sarebbe nella personalizzazione degli intervalli di screening.
Secondo la coordinatrice Amy Trentham-Dietz, quindi, basterebbe un esame ogni 3 anni per le donne a basso rischio e con seno a bassa densità, mentre l'intervallo dovrebbe essere di 1 solo anno per le donne ad alto rischio con mammelle dense.
Gli scienziati americani hanno analizzato quattro intervalli di monitoraggio mammografico (uno, due, tre anni fra due esami successivi oppure nessuno screening) e quattro livelli di densità del seno.
Per la definizione della densità mammaria è stato preso come riferimento l'American College of Radiology's Breast Imaging Reporting and Data System (BIRADS):

a) tessuto quasi interamente grasso;
b) densità fibroghiandolare sparsa;
c) tessuto eterogeneo denso;
d) tessuto estremamente denso.

«Abbiamo anche individuato quattro livelli di rischio relativo basandoci su fattori come obesità dopo la menopausa, pregresse biopsie al seno risultate benigne e storia di carcinoma lobulare in situ», spiega Trentham-Dietz. Il team ha esaminato le variabili misurate ai diversi intervalli di screening, densità del seno e rischio di cancro.
Fra le variabili prese in considerazione, vanno ricordati gli anni di vita guadagnati, i decessi evitati a causa di tumore al seno, il Quality Adjusted Life Years - una misura di incremento dell'aspettativa di vita media che tiene conto anche della qualità di vita -, i costi sanitari diretti e indiretti, i falsi positivi, le biopsie benigne e il rischio di sovradiagnosi.
I risultati indicano che a determinare pro e contro della procedura sono il rischio individuale e la densità del seno. Christine Berg, ricercatrice presso la Johns Hopkins University, commenta in un editoriale di accompagnamento: «Sono dati che sottolineano l'importanza crescente degli intervalli di screening personalizzati, che permettono di identificare le donne che trarranno il massimo beneficio dallo screening triennale e quelle che invece godranno di maggiori vantaggi con quello annuale».

Fonte: Annals of Internal Medicine

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Andrea Piccoli
12/09/2017



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