(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) la perdita di
peso e la salute cardiometabolica negli adulti in sovrappeso», spiega Neal Barnard, presidente del comitato e autore principale dello studio.
L’analisi si è basata su un precedente studio apparso su Jama Network Open nel quale un gruppo di soggetti in sovrappeso senza diabete hanno seguito una dieta a base di vegetali a basso contenuto di grassi o nessuna dieta per 16 settimane.
I risultati indicano che la dieta a base vegetale accelera il metabolismo con un aumento medio del consumo calorico dopo il pasto del 18,7% nel gruppo di intervento rispetto al controllo.
Gli scienziati hanno condotto un’analisi secondaria fra i partecipanti al gruppo di intervento dello studio per appurare una possibile connessione fra gruppo sanguigno e dieta. Dopo aver misurato peso corporeo, massa grasso, grasso viscerale, livello di lipidi nel sangue, glucosio plasmatico a digiuno e l'HbA1c, i ricercatori hanno confrontato i partecipanti con gruppo sanguigno A con tutti gli altri partecipanti (non-A) e gli individui con gruppo sanguigno 0 con tutti altri partecipanti (non-0).
Nessuna differenza significativa in alcun esito tra individui di gruppo sanguigno A e non-A, o tra individui di gruppo sanguigno 0 e non-0 è stata osservata. La variazione media del peso corporeo è stata di -5,7 kg per il gruppo sanguigno A e -7,0 kg per i gruppi non-A, e di -7,1 kg per il gruppo 0 e di -6,2 kg per i gruppi non-0. Il colesterolo
totale medio è diminuito di 17,2 mg/dL nel gruppo A e di 18,3 mg/dL per i partecipanti di gruppi non-A e diminuito di 17,4 mg/dL tra i partecipanti di gruppo 0 e 18,4 mg/dL per i partecipanti di gruppi non-0.
Anche uno studio pubblicato su Plos One ha certificato la totale assenza di basi scientifiche legate a questo regime alimentare che ha fatto tanti proseliti nel corso degli anni.
La dieta del gruppo sanguigno è un'idea del naturopata Peter D'Adamo e risale alla fine degli anni novanta. Questo tipo di alimentazione si basava sulla scoperta che le glicoproteine – elementi che differenziano i vari gruppi sanguigni – erano presenti anche sulle cellule intestinali e che l'attività di alcuni enzimi varia a seconda del gruppo sanguigno a cui si appartiene. D'Adamo pensò quindi che il gruppo sanguigno potesse rivelare le abitudini alimentari dei nostri antenati, e di conseguenza ognuno di noi avrebbe dovuto evitare quei cibi che mal si conciliavano con le glicoproteine ereditate. Questo comportamento ridurrebbe i rischi cardiometabolici e aiuterebbe a dimagrire e a restare sani. Anche le lectine – proteine che legano gli zuccheri presenti in alcuni cibi – provocherebbero intolleranze e problemi gastrointestinali se non compatibili con il proprio gruppo sanguigno.
Sulla base di questa ipotesi, D'Adamo ha pubblicato un libro di grande successo nel quale propone una serie di regimi alimentari diversificati a seconda dei gruppi sanguigni. Il gruppo 0 sarebbe quello che meglio si lega a una dieta ad alto contenuto di proteine, come quella seguita dai nostri antenati, mentre il gruppo A avrebbe bisogno di un'alimentazione vegetariana e il gruppo B di latticini.
I fortunati del gruppo AB possono godere del privilegio di una dieta onnivora.
Una classificazione che, secondo Andrea Ghiselli, medico ricercatore dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran), “non ha basi scientifiche”. Dello stesso avviso Cecilia Invitti, endocrinologa e nutrizionista dell’Istituto auxologico italiano: “Non c’è alcuna evidenza scientifica a sostegno dell’associazione tra il gruppo sanguigno e le esigenze nutrizionali”.
Il docente di nutrigenomica dell'Università di Toronto Ahmed El-Sohemy ha cercato un riscontro scientifico a questa ipotesi, coinvolgendo circa 1500 persone in uno studio controllato.
Dopo essere stati esaminati a fondo, i volontari hanno fornito una serie di informazioni sulle loro abitudini alimentari, ricevendo un punteggio legato al grado di adesione alla dieta del gruppo sanguigno. Dopodiché, i ricercatori hanno valutato la presenza di possibili marcatori di rischio per la salute. Secondo l'ipotesi, nei soggetti che non seguivano la dieta si sarebbero dovuti riscontrare parametri legati alla salute cardiovascolare sballati, in particolare trigliceridi, glicemia e colesterolo.
In realtà, non è stato così, come spiega il dott. El-Sohemy: “l’aderenza ai regimi diversi proposti nella dieta del gruppo sanguigno si associa in alcuni casi a profili cardiometabolici positivi, ma senza alcun legame con il gruppo sanguigno di appartenenza. In pratica è il tipo di alimentazione proposto a essere di per sé più salutare e questo può spiegare perché vi siano persone che affermano di stare meglio seguendo la dieta del gruppo sanguigno. Tuttavia il modo in cui un individuo risponde a un’alimentazione vegetariana o a basso contenuto di carboidrati non ha nulla a che vedere con il gruppo sanguigno a cui appartiene, bensì con la propria capacità di adattarsi a quello specifico regime dietetico”.
“L’ipotesi era intrigante, per questo l’abbiamo messa alla prova – continua El-Sohemy –. Ma dopo aver valutato così tante persone credo sia corretto dire che la teoria alla base della dieta del tipo sanguigno è falsa”.
Alla base della dieta vi è l'assunto per cui il gruppo sanguigno di ognuno di noi rappresenta una caratteristica genetica come il colore degli occhi o l'altezza.
Nel Dna le cellule mostrano una sorta di “targa”, le glicoproteine, elemento fondamentale per le trasfusioni. In assenza di compatibilità fra donatore e ricevente, infatti, il sistema immunitario nota la differenza e aggredisce le nuove cellule.
“All’inizio degli anni Novanta, si era capito che queste stesse glicoproteine erano presenti anche nelle cellule che rivestono l’intestino e che l’attività di alcuni enzimi digestivi variava in base al gruppo sanguigno di appartenenza”, spiega Enzi Spisni, esperto di fisiopatologia del tratto digerente e docente al Master di alimentazione ed educazione alla salute dell’Università di Bologna.
Qui si trova l'origine del collegamento fra gruppo sanguigno e funzionalità dell'apparato gastrointestinale, in realtà poi smentito da diversi studi epidemiologici. A quel punto, però, alcuni medici cominciarono a distinguere i cibi in base alla digeribilità associata al proprio gruppo sanguigno di appartenenza.
“È un’idea che non sta in piedi”, prosegue Spisni. “ I gruppi sanguigni variano moltissimo tra le diverse popolazioni, senz’alcun collegamento con il tipo di dieta seguita durante l’evoluzione. Questo implica che i geni dei diversi gruppi sanguigni non hanno subito una pressione selettiva, che avrebbe favorito il migliore in base all’alimentazione etnica. Quel che è successo nel corso dell’evoluzione, invece, è che si sono affermate in seguito all’avvento di agricoltura e pastorizia mutazioni vantaggiose, come la tolleranza al lattosio, che permette, a chi ne è portatore, di metabolizzare lo zucchero del latte anche in età adulta”.
L'altro limite della dieta del gruppo sanguigno riguarda le lectine, proteine presenti in molti alimenti che assomigliano alle glicoproteine del sangue. L'idea è che se le lectine sono incompatibili con il gruppo sanguigno possono scatenare reazioni di rigetto e quindi intolleranza.
“Resta ancora molto da capire sui meccanismi immunitari che scatenano reazioni allergiche a certi alimenti, ma forse a smentire il collegamento tra lectine e gruppi sanguigni basterebbe dire che la sensibilità al glutine e la celiachia si distribuiscono equamente tra A, B, 0 e AB”, replica Spisni. “Inoltre, le lectine si trovano in tantissimi cibi, ma chi è intollerante lo è solo verso alcuni”, aggiunge Invitti. “È evidente che i fattori in gioco, genetici e non, siano altri e più complessi”.


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21/12/2020 Andrea Piccoli


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