(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) È già noto che il 20% dei dislessici ha un’alterazione in DCDC2, tuttavia il ruolo di questo gene finora era rimasto oscuro. Nella ricerca, apparsa in questi giorni su The Journal of Neuroscience, gli autori hanno preso in esame un gruppo di dislessici portatori di un’alterazione di questo gene, dimostrando che sono ciechi al movimento di alcuni stimoli visivi, quelli che di solito sono i più visibili nei soggetti normali. “Questi soggetti dislessici riportano correttamente la forma o l’orientamento di un oggetto, ma se forzati a indicare la direzione in cui si muovono alcuni stimoli tirano a caso”, spiega Maria Concetta Morrone. “Per fortuna questo deficit è presente solo per alcuni tipi di stimoli e quindi l’impatto nella vita quotidiana può essere limitato, ma in alcuni casi potrebbe non essere così: per esempio la direzione di un pedone o di una bicicletta visti da lontano potrebbe non essere percepita. Siamo di fronte a un sottotipo particolare di dislessia che sarebbe auspicabile riconoscere e trattare in maniera specifica nei primi anni di vita e la genetica può aiutare a selezionarlo in età molto giovane, quando le terapie riabilitative sono più efficaci”.
Nello studio venivano mostrate a soggetti normali e dislessici con l’alterazione del DCDC2 mire visive di varie grandezze che si muovevano in direzioni diverse e di differente contrasto. Mentre i primi percepivano la direzione del movimento fino a contrasti molto bassi, i dislessici avevano forti difficoltà con gli stimoli minori di un grado di angolo visivo e non riuscivano a indicare correttamente la loro direzione di movimento neanche al massimo contrasto (bianco su nero). La ricerca ha anche chiarito che un terzo gruppo sperimentale, composto da dislessici senza l’alterazione genetica del DCDC2, aveva un deficit di gravità molto inferiore e solo per stimoli molto piccoli, vicino ai limiti della visibilità.
I ricercatori pisani e milanesi da oggi sono più vicini all'obiettivo di definire biomarker specifici e terapie più appropriate soprattutto nella dislessia associata a mutazioni genetiche. Grazie al loro lavoro, possiamo comprendere che un approccio multidisciplinare integrato alla dislessia è necessario per avere diagnosi e terapie sempre più specifiche e risolutive.
Lo studio è stato svolto in collaborazione con Daniela Perani dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, e Cecilia Marino e Sara Mascheretti dell’Ircss Medea.
Anche uno studio precedente pubblicato sulla rivista scientifica CORTEX dai ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e dell’Università Vita-Salute San Raffaele ha dimostrato l’associazione tra la mutazione del gene e le alterazioni di numerosi fasci di sostanza bianca di connessione nel cervello.
In questo lavoro gli autori hanno evidenziato per la prima volta specifiche modifiche di fasci di sostanza bianca cerebrale, nei soggetti portatori di una mutazione del gene DCDC2, fondamentale per la corretta migrazione neurale durante lo sviluppo.
I ricercatori si sono concentrati su DCDC2 per il compito che esso ricopre durante le fasi di sviluppo del cervello: un suo funzionamento anomalo può contribuire all’alterazione delle connessioni cerebrali, potenzialmente con un ruolo sostanziale nei disordini cognitivi dello sviluppo e, in particolare, nella dislessia evolutiva.
La dislessia evolutiva è un disturbo dell’apprendimento che determina difficoltà significative nelle abilità di lettura. Durante le fasi di apprendimento la dislessia ha un’incidenza che varia dal 4% al 18% a seconda delle caratteristiche ortografico/fonologiche delle lingue. Nelle forme più lievi si può avere un buon recupero, in quelle più gravi il disturbo può persistere anche in età adulta.
Le cause della dislessia non sono ad oggi note, anche se appare chiaro il contributo di fattori genetici con probabile effetto sullo sviluppo del cervello. Alcuni studi dell’anatomia e del funzionamento cerebrale in vivo con risonanza magnetica MRI condotti precedentemente dai ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e dell’Università Vita-Salute San Raffaele, avevano rilevato, infatti, la presenza di riduzioni di volume o di malformazioni della corteccia cerebrale nei soggetti dislessici. Le evidenze di questa nuova ricerca aggiungono un tassello fondamentale a sostegno delle basi genetiche dei disordini evolutivi, dimostrando che alla base della dislessia ci sono disturbi della migrazione neuronale, ovvero del processo che, nel corso dello sviluppo e su base genetica, permette ai neuroni e ai fasci di sostanza bianca di raggiungere la loro destinazione finale, con conseguenti alterazioni delle connessioni cerebrali e delle funzioni cognitive sottese.
L’identificazione di disturbi cognitivi evolutivi associati a varianti dei geni della migrazione neuronale rappresenta quindi un fondamentale approccio di ricerca.
Daniela Perani – professore di Neuroscienze presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e capo dell’unità di neuroimmagine molecolare e strutturale in vivo nell’uomo, IRCCS Ospedale San Raffaele – sottolinea come, in questo studio, sia stata altrettanto importante la scoperta di alterazioni di numerosi tratti di sostanza bianca in tutti i soggetti con gene DCDC2 modificato, anche senza il fenotipo dislessia: “questo dato apre quindi la strada ad ulteriori ricerche scientifiche nell’ambito della genetica associata ai disordini cognitivi dello sviluppo, in particolare alla dislessia, ai ritardi o ai disturbi evolutivi del linguaggio, della capacità di calcolo, dell’attenzione e della percezione spaziale. Non solo, una genetica che comporti alterazioni delle connessioni del cervello potrebbe renderlo più vulnerabile ad insulti o patologie neurodegenerative nel corso della vita e dell’invecchiamento”.
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28/05/2015 Arturo Bandini


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