(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) chirurgo cardiotoracico Kumud Dhital, spiega: “tutto questo è stato possibile grazie allo sviluppo della soluzione protettiva e di una tecnologia che permette di preservare il cuore, risuscitarlo e monitorare la sua funzione".
Il team diretto da MacDonald lavorava al progetto da almeno 20 anni. “Abbiamo svolto delle ricerche per capire quanto a lungo il cuore possa sostenere la mancanza di battito. Abbiamo poi sviluppato la tecnica per riattivarlo nella console. Per fare questo abbiamo rimosso del sangue dal donatore per caricare il congegno e poi abbiamo estratto il cuore, l'abbiamo collegato al congegno, l'abbiamo riscaldato e ha cominciato a battere".
La tecnica promette di aumentare in maniera esponenziale il numero dei cuori disponibili per il trapianto, almeno del 30 per cento secondo le stime dei medici. Finora, infatti, le unità che si occupano di trapianti nei vari ospedali potevano contare soltanto su cuori che ancora presentavano battito cardiaco, ma di donatori cerebralmente deceduti.
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24/10/2014 Andrea Piccoli

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