(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) priorità chiave per i cardiologi. Alcuni di questi decessi potrebbero potenzialmente essere prevenuti, in particolare nei pazienti già considerati ad alto rischio perché hanno una storia pregressa di Acs», ha dichiarato Gregory G. Schwartz, della University of Colorado School of Medicine di Aurora, coautore principale del trial.
In aggiunta al trattamento intensivo con statine, alirocumab è stato messo a confronto con la sola terapia con statine alla massima dose tollerata nei pazienti con pregressa Acs nei 12 mesi precedenti.
I dati apparsi sul New England Journal of Medicine dimostrano che alirocumab riduce il rischio di eventi avversi Cv maggiori (Mace) ed è associato a un minor rischio di mortalità per ogni causa.
Le analisi su 8.242 pazienti seguiti per almeno 3 anni hanno rivelato una riduzione del 22% del rischio di morte per ogni causa grazie ad alirocumab.
Le analisi post-hoc hanno mostrato che i pazienti trattati con alirocumab i cui livelli basali di Ldl-C erano pari o superiori a 100 mg/dl avevano un rischio inferiore del 29% di morte per tutte le cause. In ulteriori analisi post-hoc i ricercatori hanno riscontrato che i pazienti trattati con alirocumab hanno sviluppato meno eventi Cv non fatali e hanno meno probabilità di morire in un evento non Cv e che questi due risultati possono essere associati.
Non sono emersi timori per la sicurezza del farmaco durante le analisi. L’incidenza di eventi avversi è risultata simile in entrambi i gruppi analizzati nello studio Odyssey. Fanno eccezione soltanto le reazioni locali nel sito di iniezione. (3,8% nel gruppo alirocumab rispetto al 2,1% nel gruppo placebo).
«Il significato clinico di quanto dimostrato dallo studio è altamente rilevante, tale da influenzare profondamente le scelte terapeutiche del cardiologo nella gestione quotidiana dei pazienti coronaropatici a
rischio Cv molto alto. In una condizione ad altissimo rischio, come quella del paziente con 'profilo Odyssey outcomes', il clinico ha oggi l'opportunità di ridurre da subito le recidive di eventi ischemici, fatali e non fatali, e di incidere sulla sua sopravvivenza», ha commentato Claudio Rapezzi, direttore della Cardiologia del Policlinico Sant'Orsola, Università degli Studi di Bologna. «Tutto questo porta a fare diverse considerazioni. Oltre al noto 'quanto più basso è l'Ldl-C meglio è' - che tra l'altro nello studio viene riformulato grazie al ragionato schema di gestione dei due dosaggi per indirizzare il clinico nella gestione e controllo della terapia nel tempo - ora altre due sfide: 'tanto prima si comincia ad abbassare l'Ldl-C tanto meglio è' e 'tanto più a lungo si continua il trattamento tanti più benefici si osservano'».
Si tratta della prima testimonianza accertata di riduzione della mortalità associata a un inibitore della Pcsk9.
«Ciò è la conseguenza sia del fatto che il disegno dello studio prevedeva una durata media del follow-up superiore a quella degli altri studi e che ha raggiunto i 5 anni per una quota dei pazienti arruolati, sia dello specifico meccanismo di azione del farmaco».
Alirocumab impedisce il legame tra la proteina Pcsk9 e i recettori del colesterolo Ldl-C, aumentando di conseguenza il numero dei recettori Ldl espressi sulla superficie delle cellule epatiche e riducendo l’Ldl-C in circolazione nel sangue.
«I risultati dell'Odyssey outcomes sono stati considerati nelle nuove-linee guida Aha/Acc 2018 per il trattamento dell'ipercolesterolemia», ha aggiunto Rapezzi. «Il clinico è nuovamente invitato a ragionare in termini di valori target di Ldl-C e non più in termini di riduzione percentuale del valore basale e, in questo contesto, viene valorizzato l'approccio 'dinamico' scelto da Odyssey outcomes: se il paziente raggiunge valori di Ldl-C < 25 mg/dL durante il trattamento con un inibitore della Pcsk9, il clinico può decidere o meno di ridurre l'intensità della terapia antidislipidemica, avendo tra l'altro a disposizione due dosaggi del farmaco».


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04/12/2018 Andrea Sperelli


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