(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) a fare scuola, è Francesco Latrofa professore associato di endocrinologia presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell'Università di Pisa.

- In questi mesi si è chiaramente parlato molto di infezione da Covid mentre pochi conoscono la tiroidite subacuta, di cosa si tratta professore? E quali sono i trattamenti per questa patologia?
"La tiroidite subacuta è un'infezione della tiroide che si manifesta nel corso o immediatamente dopo aver contratto una infezione virale più spesso delle prime vie aeree. La patologia è stata associata a numerosi virus come i Coxsackie e gli Echovirus ma mai in precedenza ai Coronavirus. I pazienti che ne sono affetti lamentano dolore nella regione tiroidea irradiato fino agli angoli delle mandibole. Dagli esami di laboratorio emerge un aumento degli indici d'infiammazione degli ormoni tiroidei circolanti mentre dall'ecografia si evidenzia una tiroide disomogenea. Il trattamento con antinfiammatori tiroidei permette una risoluzione più rapida del quadro clinico. A seguito del processo distruttivo alcuni pazienti, dopo la distruzione della fase tiroidea dovuta all'eccesso di ormoni tiroidei circolanti, vanno incontro a un ipotiroidismo transitorio o in alcuni casi permanente".

- Il vostro studio appena pubblicato sulla rivista americana documenta il primo caso al mondo di insorgenza di tiroidite a seguito di infezione da Covid. Ci racconta i passaggi dall'osservazione clinica del paziente alla stesura del vostro lavoro? E l'importanza della condivisione all'interno della comunità scientifica per identificare altri casi?
"Abbiamo di recente pubblicato questo caso di tiroidite subacuta a seguito d'infezione da Sars-Cov 2 che è stato pubblicato Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, rivista della Società americana di endocrinologia. La paziente in questione ha 18 anni e vive con il padre che è stato affetto da Covid e dopo la comparsa della sintomatologia tipica dell'infezione e cioè febbre, astenia tosse e secrezione nasale la stessa paziente dopo il tampone è risultata positiva a Covid-19. La sintomatologia in ogni caso è regredita in pochi giorni come hanno dimostrato i due successivi tamponi entrambi negativi. Poco dopo la ragazza, seppur ormai negativa al Coronavirus, ha accusato nuovi sintomi stavolta legati alla tiroidite subacuta con febbre, astenia e dolori del collo accompagnati da esiti di esami di laboratorio tipici della patologia tiroidea. È stata trattata con farmaci che hanno ripristinato la funzionalità della tiroide. Caso vuole che la ragazza una settimana prima di infettarsi da Coronavirus aveva eseguito un controllo della tiroide che era risultata funzionante. Dunque la correlazione temporale tra l'insorgenza dell'infezione da Sars-Cov-2 e la tiroidite subacuta ci ha indotto a concludere che il virus ha indotto questa patologia. C'è stato un forte impatto sia nella comunità scientifica sia nel pubblico generale di questa notizia poiché è il primo caso. Anche il
gruppo di endocrinologia dell'Università degli studi dell'Insubria di Varese ha pubblicato sulla rivista italiana di endocrinologia il secondo caso di tiroidite subacuta collegata all'infezione da Covid-19. Dalle notizie che provengono anche da altri colleghi pare che questa patologia non sia rara tra soggetti colpiti da Covid e forse viene sottostimata sia perché si presta attenzione ad altri sintomi soprattutto respiratori che per la riluttanza dei pazienti a sottoporsi a controlli con esiti di diagnosi per la paura del contagio all'interno delle stesse strutture ospedaliere".

- Il ripristino della funzionalità tiroidea secondo lei anche se sono stati osservati pochissimi casi sarà totale dopo un certo periodo di tempo o questo non si può ancora prevedere?
"Per quanto riguarda altri casi precedenti di tiroidite subacuta dovuti ad altri virus di solito vi è una fase di eccesso di ormoni tiroidei circolante nel sangue a seguito del processo distruttivo seguita da una fase di ipotiroidismo, cioè di una ridotta capacità della funzionalità dell'organo. Nella maggior parte dei casi questa fase è transitoria ma circa nel 10% di questi pazienti può determinare un ipotiroidismo permanente dovuto alla ghiandola che non è in grado di ripristinare la funzionalità. È difficile capire oggi se ci sarà un impatto della disfunzione tiroidea a seguito dell'infezione da Covid-19. La mia impressione è che non ve ne siano tantissimi ma bisogna vedere nel corso dei mesi qual è la prevalenza".


- Quali sono le conseguenze indirette della pandemia sulla gestione delle patologie tiroidee più diffuse come ipotiroidismo e ipertirodismo? E se dal lockdown e in questa fase due come azienda ospedaliera avete adottato sistemi di teleassistenza?
"La gestione dell'ipotiroidismo e ipertiroidismo, che come sappiamo sono patologie comuni in particolar modo la prima, la gestione è stata difficile soprattutto nella fase 1 della pandemia quando la quasi totalità delle risorse mediche è stata indirizzata alla gestione dei pazienti affetti dall'infezione. Lo sforzo di noi endocrinologi a Pisa ma anche in tutta Italia stiamo compiendo è quello di rivalutare i pazienti che non hanno potuto eseguire i controlli. L'azienda ospedaliera universitaria pisana sta incentivando lo strumento della telemedicina che consente di limitare il disagio degli spostamenti sia rischio di infezione a cui potrebbe contribuire l'affollamento degli
ospedali. Mi preme sottolineare che l'ipotiroidismo da tiroidite subacuta, qualora dovesse essere permanente, è facilmente correggibile con trattamento sostitutivo con levotiroxina. Tanto per tranquillizzare la popolazione".


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05/06/2020 Andrea Sperelli


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