(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) Il 25% assumeva acido acetilsalicilico all’inizio dello studio. Nel corso del follow up, 1.330 persone hanno sviluppato lo scompenso cardiaco. L’uso dell’aspirina è stato registrato al momento dell’arruolamento e i volontari sono stati classificati come utilizzatori o non utilizzatori.
Dopo aver escluso fattori confondenti, è emerso che l’aspirina faceva aumentare del 26% il rischio di scompenso cardiaco nei soggetti con un fattore di rischio cardiovascolare. L’analisi è stata poi ripetuta dopo aver escluso i pazienti con una storia di malattie cardiovascolari.
In 22.690 partecipanti (74%) senza malattie cardiovascolari, l'uso di aspirina è stato associato a un aumento del rischio di insufficienza cardiaca incidente del 27%.
"Sebbene sia stata condotta un'analisi statistica rigorosa e, soprattutto, su di un ampio numero di pazienti, non è possibile comunque escludere con certezza un effetto di causalità inversa, bias caratteristico degli studi osservazionali”, commenta Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia (SIC). “Inoltre, le informazioni relative all’assunzione di aspirina sono circoscritte al momento in cui il paziente è stato incluso nello studio: quindi non sapremmo mai per quanto tempo l’aspirina è stata assunta o se i pazienti sono stati aderenti alla terapia anti-piastrinica. Infine, ma non meno importante, non è stato possibile riportare la causa determinante dello scompenso cardiaco (ischemico e non ischemico), elemento che risulta essere di enorme importanza se si parla di un farmaco utilizzato da anni nella prevenzione primaria e secondaria di eventi ischemici cardiovascolari".

24/11/2021 Andrea Sperelli


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