(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) di Flebologia: secondo questa ricerca peggiorano le belle gambe delle italiane. E degli italiani. Ce ne rendiamo conto noi specialisti ma tutti lo potranno constatare questa estate. Sono tante le donne che vanno dallo specialista, in molte perché temono le conseguenze ma in maggioranza perché chiedono la soluzione di un problema estetico. E tante volte lo specialista fa fatica a convincerle del fatto che si tratta di una malattia. Una malattia anche lunga che, nel caso dell’ulcera venosa, ha bisogno anche della pazienza della malata. E pensare che la Ricerca sta venendo incontro ai malati: consideriamo solo l’importante ruolo che recitano i farmaci flavonoidi”. Parla, in una conferenza stampa a Roma sull’Insufficienza Venosa Cronica, il professor Claudio Allegra, Presidente della Union Internationale de Phlebologie, Primario di Angiologia all’Ospedale San Giovanni di Roma.





Professor Allegra ma non è che le donne italiane si trascurano?




Non si può dire che le donne al primo gonfiore della caviglia o al primo capillare che emerge non si diano da fare. Una certa preoccupazione sorge subito. Ma è l’estetica che le spinge ad andare dallo specialista. Oggi l’estetica rientra nella definizione di qualità di vita perché anche il solo fatto di non essere belli o comunque ben presentabili determina il vivere male il rapporto con il prossimo. Nel caso specifico, l’estetica, rappresentata dal gonfiore alla caviglia e da alcuni capillari, non è altro che il primo segnale dell’insufficienza venosa cronica per cui, in questa malattia, l’estetica si sovrappone al decorso della stessa malattia. Ne risulta che la prevenzione di un fattore antiestetico è un modo per evitare che un primo stadio della malattia possa progredire fino a raggiungere la temibilissima ulcera. C’è anche da dire che i pazienti, in modo particolare le donne, non sono molto informati sui rischi che si nascondono dietro ai primi segni della malattia, quelli ritenuti erroneamente solo antiestetici. Non dando grande importanza a questi segni, e per di più davanti ad un costo non piccolo dei farmaci, si rischia che quei segni ritenuti solo antiestetici possano tramutarsi nel tempo in patologie gravi. Penso alle ulcere. Ma c’è anche un altro problema che penalizza i pazienti. Da alcuni anni, farmaci, calze e tutori non sono più elargiti gratuitamente dal SSN ma sono a carico del cittadino. Questo crea un rallentamento delle cure se non un’interruzione della terapia, in alcuni casi.





A proposito di cure, qual è l’aiuto della Medicina?




La Ricerca si impegna molto. E con grandi risultati. Ci sono farmaci come i flavonoidi micronizzati che sono prodotti estrattivi vegetali. Pensi che hanno alle spalle duemila anni di storia. Queste sostanze venivano usate addirittura nell’antica Roma. Sono farmaci molto importanti perché agiscono come protettori dei piccoli vasi impedendo la trasudazione dei liquidi nei tessuti. Il sintomo clinico più grande è il gonfiore alle caviglie. Farmaci, i flavonoidi micronizzati, con una storia antica ma che nei moderni laboratori hanno avuto una rielaborazione, in particolare hanno acquisito la assorbibilità a livello intestinale. Naturalmente, ci sono le calze particolari che sono molto utili. Anche in questo caso la tecnologia moderna ha saputo coniugare funzionalità con estetica.





Partiamo dalla prevenzione.




La prevenzione si attua attraverso tre percorsi. Il primo è l’informazione al cittadino, un incarico, questo, demandato alle Società scientifiche, al medico di base e, da alcuni anni, in modo proficuo quando è corretta, ai Media. Il secondo percorso è affidato alla Ricerca scientifica per stabilire con chiarezza la familiarità o l’ereditarietà della malattia. Al terzo posto c’è la terapia che è composta da due pilastri fondamentali: i farmaci flavonoidi e la compressione elastica e cioè le calze elastiche preventive.





E attuando questa prevenzione?




Attuando questa prevenzione il costo per ogni cittadino è di 1,08 euro al giorno. Al contrario, se si aspetta che insorgano le complicanze come l’ulcera, il costo sale a 350 euro al giorno. Non sono cifre da calcoli approssimativi ma emergono dal mio studio. Questo studio ha valutato l’impatto negli ultimi otto anni sulla spesa sanitaria in Italia provocato dalla decisione negli anni ‘93-‘94 di non rimborsare ai cittadini i farmaci, le calze e i tutori per l’Insufficienza Venosa Cronica. E’ emerso che prima della riforma, e cioè del taglio della gratuità dei farmaci e dei tutori, per le medicine nel 1991 si spendevano 115 milioni di euro (il dato in lire è stato convertito in euro). Adesso, ogni anno, si spendono 83 milioni di euro. Quindi, il SSN ha risparmiato. Per quanto riguarda le visite mediche, queste hanno richiesto una spesa nel 1991 di 35,4 milioni di euro e adesso di 13 milioni di euro. Ancora un risparmio per il SSN. Il problema sorge quando si va a esaminare il dato delle ospedalizzazioni. La spesa è stata di 210 milioni di euro nel 1991 e adesso è di ben 288 milioni di euro. In sintesi, il totale dei costi diretti è stato nel 1991 di 360,4 milioni di euro che è lievitato per arrivare agli attuali 384 milioni di euro.


C’è un’altra cifra che va considerata ed emerge sempre dallo studio e cioè quella che riguarda i costi indiretti come le assenze dal posto di lavoro. La spesa è pari al 40 per cento del costo totale per Insufficienza Venosa Cronica.





Sono tante le assenze dal lavoro?




Dobbiamo considerare che, fra le cinquanta motivazioni più comunemente addotte per l’assenza temporanea dal lavoro, l’Insufficienza Venosa Cronica si colloca al 14° posto e, come causa di disabilità permanente e di assistenza finanziaria pubblica, al 32° posto per frequenza.







Agus/Uno studio in Italia sull’edema





Intervista a
Giovan Battista Agus,

Titolare della Cattedra di Chirurgia Vascolare e Angiologia
all’Università di Milano
e Presidente della Società Italiana
di Flebolinfologia





Vene varicose in Italia, è allarme. Aumentano i ricoveri, calano le visite dal medico di medicina generale. E’ emerso da una Conferenza stampa a Roma sul tema dell’Insufficienza Venosa Cronica. Fra i relatori, il professor Giovan Battista Agus, titolare della Cattedra di Chirurgia Vascolare e Angiologia all’Università di Milano e Presidente della Società Italiana di Flebolinfologia.





Professore, che cosa significa “Insufficienza Venosa Cronica”? Viene da pensare che si tratti di una patologia che riguarda gli anziani.




In effetti il termine “cronicità” individua giustamente una determinata fascia di età avanzata. Ma nel caso dell’insufficienza venosa, cioè del ristagno di sangue che si manifesta nelle vene varicose o in quei gonfiori che tecnicamente si definiscono edemi, la “cronicità” ha radici profonde nell’essere umano: nella donna soprattutto, ma anche nell’uomo, e nel giovane. La patologia è frequentissima in Italia come in tutto l’Occidente avanzato e riguarda il 50 per cento della popolazione. Dicevo di donne e di uomini: il rapporto è di 3 a 1 tra le prime e i secondi ma, appunto, nessuno è escluso. È un fenomeno di grande impatto sanitario e sociale, con ricadute importanti sul piano dei costi economici per l’individuo e per la collettività. Ci tengo a sottolineare questo concetto: bisogna curare l’insufficienza venosa nella prima parte dell’esistenza di un individuo affinché non diventi un problema grave nella seconda parte della vita. E fortunatamente ci sono i flavonoidi micronizzati. Dal disorder, come dicono correttamente gli americani, cioè dal “disturbo” della fase iniziale, la patologia si può evolvere drammaticamente in una serie di complicanze, come la tromboflebite o la lipodermatosclerosi, o addirittura portare tragicamente all’embolia polmonare, che mette a repentaglio la vita stessa.





Costi sociali ed economici: può spiegare?




Lei non ha idea di quanto costi un intervento medico su una patologia come l’ulcera venosa, derivata dall’evoluzione dell’Insufficienza Venosa Cronica non presa per tempo. Costa moltissimo curarla, costano moltissimo i medicamenti, pesano i lunghi tempi di rimarginazione dell’ulcera. Più in generale, sappiamo dall’ultimo Congresso dei Medici di Famiglia che in Italia, tra gli interventi per cui si attiva il medico presso gli assistiti, quello sulle vene varicose è al quarto posto. E sempre al quarto posto tra gli interventi chirurgici è quello sulle vene varicose, dopo cataratta, ernia inguinale e patologie del ginocchio: 150mila l’anno in Italia.





Parliamo di costi.




La gente oggi è molto più sensibile al problema delle vene varicose, non fosse altro che per l’aspetto estetico. È disposta anche a spendere per medicinali o preparati erboristici, anche se siamo in attesa di una normativa di legge che specifichi quali di questi ultimi siano utili e soprattutto quali siano effettivamente considerabili come farmaci, testati dal Ministero e quindi con la garanzia di essere curativi. Credo che il costo di farmaci come i flavonoidi, tra i migliori nell’affrontare da subito la patologia, eccellenti per quanto riguarda l’assenza di effetti collaterali sensibili, non debbano essere interamente a carico dell’assistito, come avviene oggi. Lo stesso discorso vale per presìdi come calze, tutori ecc. Insomma, mettiamo le armi della prevenzione a disposizione dei cittadini.





E la prevenzione da dove deve partire?




Come sempre, dalla base. Dal Medico di Famiglia. Un fattore decisivo di predisposizione alle vene varicose è la familiarità, cioè la presenza della patologia tra parenti stretti. Ecco che il Medico interviene e consiglia: fate movimento, controllate il peso, non vi esponete al forte calore. Se necessario, predispone una cura farmacologica, indirizza dallo specialista. Il Medico di Famiglia, quindi, non considererà mai i primi indizi della malattia come un semplice fastidioso inestetismo. Ed è importante che faccia capire al soggetto predisposto, che spesso non se ne rende conto, che la venuzza antiestetica di oggi si può trasformare in un’ulcera domani e perfino in un’embolia polmonare dopodomani.





E se non ci sono indizi chiari?




Fondamentale è sempre la competenza del Medico. Esistono vari stadi della malattia, da noi specialisti suddivisi per classi. La classe zero è la più insidiosa: non ci sono segni sulle gambe della persona, la quale però lamenta certi disturbi, che guarda caso vengono fuori con il caldo atmosferico estivo o quello artificiale, il riscaldamento casalingo. Ecco che il Medico di Famiglia deve sentire squillare il campanello d’allarme.





Lei ha coordinato per l’Italia uno studio mondiale sull’edema. Che cosa ne è venuto fuori?




I dati di questo grande studio sono stati raccolti nel 2003. Sono contento che si sia svolto nell’Anno Internazionale del Disabile, perché chi ha l’edema è penalizzato nella vita sociale e lavorativa. Lo studio è oltremodo significativo perché il 2003 è stato anno di grandissima calura da maggio a settembre e questo fatto ha inciso sul campione di individui scelti random, cioè a caso, tra i sofferenti di insufficienza venosa. In sostanza, un gruppo di persone ha assunto per un certo periodo di tempo un farmaco, un bioflavonoide micronizzato; un altro gruppo no. Gli infermieri della Fondazione don Gnocchi, che ha gestito l’operazione in Italia, due volte al giorno, la mattina e la sera, andavano a casa delle persone sotto test e, con strumenti adeguati, misuravano la volumetria degli arti inferiori. Insomma, anche se i dati raccolti sono ancora in elaborazione, posso già dire che il farmaco ha avuto effetti benefici e misurabili sul gonfiore delle gambe; il gruppo non trattato col farmaco aveva gambe con edema diurno che peggiorava nel corso della giornata, diventando edema vespertino o serale.





È la prova che l’intervento farmacologico preventivo e mirato ha successo.




Sì. Per questo voglio concludere richiamando un concetto che va ribadito con forza. Per combattere l’Insufficienza Venosa Cronica, bisogna intervenire precocemente: individuare, prevenire, agire. Intervenire con quei farmaci e quei presìdi fondamentali perché il problema di oggi non si trasformi nel dramma di domani. Perciò, noi medici chiediamo di essere aiutati dalle autorità a rendere accessibili quei farmaci e quei presìdi, nell’interesse del paziente.






De Anna/Le regole d’oro
della prevenzione





Intervista a
Dino De Anna,

Ordinario di Chirurgia
all’Università di Udine,
è stato Senatore nella passata legislatura, Segretario della Commissione Sanità





Professore, ma che sta succedendo alle gambe degli italiani, soprattutto delle donne? La domanda è per il professor Dino De Anna, Ordinario di Chirurgia all’Università di Udine, è stato Senatore nella passata legislatura, Segretario della Commissione Sanità. De Anna parla alla conferenza stampa a Roma sull’Insufficienza Venosa Cronica. Nel corso della conferenza stampa è stato lanciato l’allarme di un aumento della malattia venosa alla luce di uno studio del Collegio Italiano di Flebologia che ha evidenziato un aumento dei ricoveri e un calo delle visite dal medico di Medicina Generale. C’è ancora troppa gente che considera il problema solo estetico e ignora che, invece, può essere l’anticamera di una patologia ad alto rischio.




Sta succedendo che le gambe di uomini e donne, ma soprattutto di queste ultime, stanno correndo rischi grossi. Vediamo sempre più arti inferiori, in modo crescente anche fra i giovani, con quell’antipatica geografia di segni bluastri. Ma vediamo anche sempre più problemi patologici legati all’Insufficienza Venosa Cronica. Questo è il risultato della constatazione quotidiana dello specialista. Ma ci sono anche le cifre a dimostrare che aumentano i ricoveri ospedalieri e calano le visite dal Medico di Famiglia. Il fatto è che c’è gente che si rende conto del problema ma ce n’è tanta altra che ritiene che gli inestetismi iniziali siano solo un fatto estetico e ignora che possono essere l’anticamera di patologie ben più gravi. Quindi, bisogna fare in modo di spiegare ai cittadini che l’Insufficienza Venosa Cronica è sì un fatto antiestetico ma soprattutto una patologia che può addirittura portare al ricovero ospedaliero. Non posso non sottolineare però che anche il Servizio Sanitario Nazionale non aiuta: pensi, non c’è un farmaco e non c’è un presidio, come una calza o un tutore, che non sia a carico del cittadino.





Le cure sono fondamentali?




Certamente. Bisogna pensare che l’Insufficienza Venosa Cronica affonda le sue origini nella familiarità. E’ sempre opportuno ricordare che familiarità non vuol dire ereditarietà, significa solo possibilità di vedere nel proprio organismo una problematica presente in un genitore. Ebbene, quando un giovane si accorge di avere la sera caviglie gonfie e scopre qualche segno bluastro lungo le gambe, deve cominciare a preoccuparsi perché corre il rischio di diventare un flebopatico. Il rischio non è piccolo perché la malattia prima o poi farà la sua comparsa, di solito alla prima gravidanza, accentuandosi con le gravidanze successive. E si può arrivare all’IVC e cioè all’Insufficienza Venosa Cronica conclamata. Un’altra svolta, in senso peggiorativo, avviene nella peri-menopausa quando lo “squasso” ormonale è nettamente a sfavore delle varici delle donne. Tutto questo perché la rivoluzione ormonale provoca un cedimento della “tonaca” muscolare della vena. Si tratta di piccoli capillari che possono già dare un fastidio estetico più che funzionale. In questo momento la cura è fondamentale perché blocca l’evoluzione del problema. In pratica, la cura diventa una lotta contro il tempo.





In cosa consiste la prevenzione?




La prevenzione è fondamentale. Siamo stati noi del Collegio Italiano di Flebologia fra i primi a fare prevenzione. Un ruolo fondamentale lo recita il Medico di base che, nel vedere il paziente giovane, deve indagare se esiste una familiarità e comportarsi di conseguenza. Prevenzione è igiene di vita, quindi:




1. Non usare tacchi alti, salvo particolari ma non frequenti situazioni.


2. Dormire in una posizione di scarico e cioè collocando un cuscino fra il materasso e il letto sotto le gambe.


3. Occhio alla bilancia, il sovrappeso è un fattore di rischio.


4. Non fumare. Il tabacco fa sempre male, le vene in particolare sono un obiettivo della sigaretta.


5. Nei limiti del possibile non stare tanto in piedi. Comunque, se si può, è bene ogni tanto sedersi e distendersi.


6. Nell’arco della settimana svolgere, in due o tre occasioni, un’attività sportiva. Attenti, non fare sport che richiedono scatti o comunque movimenti bruschi. A questo proposito bisogna ricordare che il calciatore soffre, come pure il tennista, di Insufficienza Venosa Cronica proprio perché sul terreno di gioco compie movimenti a scatto. Vanno bene nuoto e bicicletta e comunque un’attività che richiede gesti ripetuti e non bruschi.


7. Una particolare attenzione va prestata all’arrivo della stagione calda, in particolare quando si registra un’escursione termica.


8. Un rischio è legato all’assunzione della pillola anticoncezionale.





Funzionano i farmaci?




Certamente. E mi vorrei soffermare sui flavonoidi micronizzati che presentano alcune importanti caratteristiche. In primo luogo, rinforzano la tonaca muscolare media della vena. In questo modo la vena invece di cedere (allungandosi e allargandosi) rimane tonica. Poi i flavonoidi micronizzati agiscono a livello del microcircolo perché alcune resine flavonoidi presenti nella sostanza favoriscono gli scambi ionici. Sono farmaci sicuramente importanti e quello che vorrei fosse chiaro è il concetto che, farmaci gratis o a pagamento, le cure vanno fatte perché evitano guai grossi.





Lei ritiene che i farmaci per l’Insufficienza Venosa Cronica debbano essere concessi dal Servizio Sanitario Nazionale?




Purtroppo, si tratta di malattie che colpiscono fasce sociali e di età che non possono permettersi farmaci e tutori, specie i pensionati, ma penso anche che si dovrebbe contribuire a diffondere il concetto della prevenzione facendo comprendere che se non si interviene per tempo quel segno bluastro, ritenuto un fattore antiestetico, può costituire l’anticamera di patologie molto gravi che possono portare addirittura al ricovero ospedaliero.





Genovese/Occhio ai capillari





Intervista a
Giuseppe Genovese,

Presidente del Collegio Italiano
di Flebologia
Professore di Fisiopatologia
del Sistema Venoso e Linfatico dell’Università di Perugia





Occhio ai capillari, per noi medici teleangectasie, quei segni bluastri che compaiono sulle gambe. Attenti, non è solo un fatto estetico ma può essere l’anticamera di una patologia grave. E’ il messaggio che manda il professor Giuseppe Genovese che è un chirurgo vascolare, Presidente del Collegio Italiano di Flebologia e Professore di Fisiopatologia del Sistema Venoso e Linfatico dell’Università di Perugia. Il messaggio viene lanciato da una conferenza stampa a Roma dove è stato annunciato che è allarme per le malattie legate all’Insufficienza Venosa Cronica. L’aumento è documentato da uno studio che dimostra che c’è stata una grande crescita dei ricoveri. “Attenzione – dice Genovese alla conferenza di Roma sull’Insufficienza Venosa Cronica – quelli che sembrano solo degli inestetismi possono essere il primo segnale di un problema più grave e quindi quelli che scoprono questi antiestetici segni sulle gambe non devono limitarsi a dire che si tratta di un fatto di bellezza, camuffabile con una crema o con una calza, ma devono preoccuparsi e rivolgersi a uno specialista. A questo proposito, attenti a non affidarsi a chi cura solo l’estetica. Ci troviamo davanti a una situazione medica molto delicata che va trattata da mani sapienti, dagli specialisti”.





Professor Genovese, partiamo dai capillari. Ma perché si ammalano?




Ad essere precisi, non sono i capillari veri e propri che destano problemi ma quello che ci può essere dietro che a volte non è apprezzabile con la sola visita: sono le alterazioni delle vene safene e delle loro tributarie che sono la causa dell’insufficienza venosa. Quando una persona si accorge di queste teleangectasie deve interpellare il medico specialista che ha il dovere di non limitarsi a una visita esteriore ma deve sottoporre il paziente ad un esame Eco-Doppler per valutare le alterazioni patologiche del circolo profondo e superficiale ed il grado di insufficienza venosa. La patologia varicosa è molto diffusa e colpisce dal 30 al 40% della popolazione adulta dei paesi industrializzati ed aumenta con l’età. E’ più frequente nel sesso femminile ma il rapporto tra femmine e maschi, che è di 3,5 a 1 in età adulta, si riduce ad 1,5 contro 1 in età geriatrica. Vi è una predisposizione familiare alla patologia ed i fattori favorenti, in senso negativo, naturalmente, sono la sedentarietà, le tempeste ormonali, le gravidanze ed anche la brutta abitudine di indossare indumenti molto stretti come certi jeans. E poi il sovrappeso ed anche il fumo (l’uso del tabacco va sempre evitato ed anche se il suo ruolo in questo contesto può essere considerato marginale è comunque un’abitudine che sarebbe opportuno fosse da tutti dimessa). Un ruolo particolare recita la pillola anticoncezionale che favorisce l’insorgenza della malattia. A questo proposito, a scopo preventivo, sarebbe opportuno associare alla terapia anticoncezionale orale farmaci flebotonici come i flavonoidi micronizzati. Sarebbe un ottimo comportamento di difesa dall’insorgenza dell’Insufficienza Venosa Cronica.





Che fare? Ci sono i farmaci, c’è la chirurgia, c’è il ricorso alla terapia sclerosante. A questo proposito lei è stato il primo in Italia ad adottare quest’ultima metodica.




Sono stato tra i primi a propugnare la terapia sclerosante quando veniva combattuta e messa all’indice da tanti specialisti. Oggi viene praticata diffusamente. E’ stato duro difendere le proprie opinioni ma i risultati ci hanno premiato ed è una gran soddisfazione vedere come oggi questa pratica sia diffusa. Ma attenzione la terapia sclerosante non è una pratica facile, è una metodica codificata con regole precise e che necessita di un non breve periodo di apprendimento. Le improvvisazioni che disgraziatamente non sono infrequenti possono essere causa di seri guai. Ho insegnato queste metodiche per più di vent’anni (dal 1990 con i Corsi di perfezionamento dell’Università di Perugia) ed ho la soddisfazione di vedere affermati e qualificati tanti colleghi che sono stati miei allievi.





La prevenzione è fondamentale.




Certamente. La prevenzione è un’arma indispensabile per impedire il sopraggiungere di gravi complicanze. Da alcuni anni farmaci e tutori elastici (calze e bende elastiche) non sono purtroppo più elargiti dal Servizio Sanitario Nazionale come in altri Paesi europei. Comunque quello che vorrei fosse chiaro è il concetto che, farmaci gratis o a pagamento, le cure vanno fatte perché evitano guai grossi.





Vede sempre più situazioni a rischio?




Purtroppo sì. Mi dice lei chi fa moto di questi tempi? Si parla tanto di diete poi la risposta della bilancia, per tanta gente, è sempre più allarmante. Si dice di non fumare ma poi si fuma, specie la donna. Se a questo si aggiunge il costo delle cure - come uno studio ha dimostrato - avremo sempre più pazienti con gambe varicose. E’ un domani pieno di preoccupazioni. A pensarci bene ci rimette anche l’estetica perché vediamo sempre più gambe meno belle di un tempo. Che peccato!





Mancini/Ulcere venose,
una piaga sociale





Intervista a
Sergio Mancini,

Direttore del Dipartimento di Chirurgia dell’Università di Siena,
Direttore del Centro di Flebologia dell’Università di Siena,
Direttore dell’Istituto di Chirurgia Generale e Specialità Chirurgiche dell’Università di Siena,
Direttore della Scuola di Specializzazione di Chirurgia Generale
dell’Università di Siena.
Il professor Mancini è Presidente Eletto
del Collegio Italiano di Flebologia.






Quella delle ulcere venose è una piaga sociale. Si tratta di una progressione lenta e inesorabile dell’Insufficienza Venosa Cronica. E così è allarme. Che cosa è l’ulcera venosa? Lo abbiamo chiesto al professor Sergio Mancini in una conferenza stampa a Roma nel corso della quale è stato lanciato l’allarme vene, l’allarme gambe in Italia. Sergio Mancini è Direttore del Dipartimento di Chirurgia dell’Università di Siena, Direttore del Centro di Flebologia dell’Università di Siena, Direttore dell’Istituto di Chirurgia Generale e Specialità Chirurgiche dell’Università di Siena, Direttore della Scuola di Specializzazione di Chirurgia Generale dell’Università di Siena e Presidente Eletto del Collegio Italiano di Flebologia.




L’ulcera venosa è una lesione cutanea cronica che non tende alla guarigione spontanea. E’ causata nella maggior parte dei casi dall’Insufficienza Venosa Cronica. Interessa epidermide, derma, frequentemente il tessuto sottocutaneo e risparmia generalmente la fascia che si oppone validamente alla sua espansione in profondità. Le ulcere venose vengono classificate in varicose e post-trombotiche a seconda che la patologia di base sia rappresentata dall’Insufficienza Venosa Cronica in pazienti affetti da varici essenziali oppure che questa sia secondaria ad un episodio di trombosi venosa profonda. Per Insufficienza Venosa Cronica si intende una anormalità del sistema venoso periferico che riduce o impedisce il ritorno venoso provocata da fattori vascolari o extra vascolari. E’ una condizione patologica che interessa quasi esclusivamente gli arti inferiori.





Quale la causa?




La causa principale dell’IVC è rappresentata dall’incontinenza valvolare del sistema superficiale, delle perforanti e/o del sistema profondo. L’incontinenza valvolare, primitiva o secondaria, provoca ipertensione venosa, insufficienza funzionale della pompa muscolare del polpaccio e stasi che, determinando alterazioni del trofismo cutaneo, porta alla formazione dell’ulcera.





Quanto incidono le ulcere venose?




Le ulcere venose rappresentano il 50 -70 per cento di tutte le ulcere cutanee degli arti inferiori. Con l’aumentare dell’età (dai 50 ai 70 anni) compaiono in maniera omogenea tanto nelle donne che negli uomini. Il pericolo vero è la recidiva che si presenta con un’elevata frequenza: in base alla casistica analizzata al Centro di Flebologia dell’Università di Siena, che si basa su 2800 pazienti, nel 22-30 per cento dei casi si verifica una recidiva. Nel 30-40 per cento dei casi si verifica una recidiva a 10 anni. E consideri che si tratta di una delle casistiche più rilevanti in Europa. Per avere un’idea ancora più precisa del pianeta ulcera venosa, basti pensare che, sempre in base alla nostra casistica, nel 2002 abbiamo avuto 389 ulcere (di cui 293 nuove) per passare a 496 ulcere nel 2003 (con 388 nuove lesioni). I costi per il trattamento delle ulcere sono così passati dagli 822.384 euro ai 973.010 euro del 2003. Due dati significativi: l’aumento dell’innesto cutaneo omologo (dal 5,9 per cento del 2002 al 7,9 del 2003) e del costo dei materiali (balzato dal 5,2 per cento del 2002 al 14,8 del 2003). Insomma, siamo di fronte ad una patologia largamente sottovalutata e che può compromettere la qualità di vita anche in maniera pesante.





C’è consapevolezza della malattia?




Ci sono due tipologie di pazienti. La prima che non comprende la gravità dell’Insufficienza Venosa Cronica e, di conseguenza, si sottopone a qualsiasi tipo di terapia con la certezza di raggiungere rapidamente la guarigione. Questa è destinata a cambiare un gran numero di medici, a frammentare e spezzare la terapia ritenendola troppo lunga; a sostenere spese ingenti senza tuttavia ottenere alcun risultato ma rafforzando la convinzione che niente e nessuno può aiutarla, fino a scivolare in una forma depressiva. Questa è destinata a vedere peggiorare il proprio quadro clinico in maniera lenta ma inesorabile. La seconda è rappresentata dai pazienti che, invece, comprendono la gravità della patologia di cui sono affetti e intraprendono con consapevolezza e serietà la terapia che li porterà verso la guarigione. Comunque, grande sarà l’impegno, grande la costanza, grande la pazienza e grande la spesa.





Come si cura l’ulcera venosa?




Il processo che porta alla risoluzione di un episodio di ulcera venosa passa attraverso la valutazione di tutto il quadro clinico del soggetto, senza tralasciare il modus vivendi (compresa la capacità di deambulazione) ed il lavoro (sono a rischio le professioni in cui è richiesta una lunga permanenza in posizione eretta e quindi quella del chirurgo, del parrucchiere, del commerciante, del cameriere). Solo dopo queste valutazioni sarà possibile intraprendere la cura che consiste in:




1. Terapia farmacologica: recenti trials hanno indicato l’efficacia dei flavonoidi micronizzati.


2. Bendaggi e calze elastiche.


3. Drenaggio linfatico manuale.


4. Pressoterapia (che annulla la stasi e l’edema).


5. Medicazione topica locale.


6. Medicazioni avanzate.


7. Medicazioni complesse tra le quali gli innesti cutanei con cute prelevata dallo stesso paziente o dai cadaveri.


8. Ossigenoterapia.


9. Luce polarizzata.


10. Laser terapia.


11. Chirurgia.


12. Scleroterapia.




Tuttavia non esiste una terapia radicale e definitiva che garantisca la “chiusura” permanente di un’ulcera. A volte basta un piccolo trauma per riaprire le ferite. Ecco perché è fondamentale non abbassare mai la guardia e seguire la fase di mantenimento in modo serio e costante attraverso l’uso di calze elastiche, l’assunzione di farmaci come i flavonoidi micronizzati e la pratica di attività fisica, laddove è possibile. Uno dei motivi per cui le recidive colpiscono soprattutto le persone anziane è, infatti, la “incapacità” e l’impossibilità di fare fronte a questa fase fondamentale di mantenimento.





Le ulcere venose rappresentano una piaga sociale?




E’ vero. Ma quello che deve essere sottolineato è che l’esito della terapia dipende anche dallo stato finanziario del paziente. Non a caso il più alto numero di ulcere cronicizzate è presente fra coloro che hanno un basso reddito e che non hanno la possibilità di far fronte alle spese ingenti che comportano materiali, medicazioni e visite. Ad esempio, presso il Centro di Flebologia dell’Università di Siena è stato stimato un costo totale nel 2002 di 822.384 euro con una media di 2.114 euro per ulcera mentre nella gestione del 2003 la stima di costo totale è stata di 973.010 euro con una media di 1.962 euro per ulcera. Questi costi comprendono i viaggi, il costo del personale medico e infermieristico, il materiale di medicazione, gli innesti omologhi e autologhi, la diagnostica e la chirurgia. Una nota positiva è che pur essendo aumentato il numero delle ulcere trattate (496 nel 2003 contro le 389 del 2002) c’è stata una tendenza verso la diminuzione del costo.





Allora bisognerebbe far comprendere ai pazienti l’importanza della prevenzione?




Certamente. La prevenzione è un’arma fondamentale. Quello di cui spesso le persone non si rendono conto è che intervenendo per tempo è possibile evitare complicanze molto gravi che, in alcuni, casi possono portare al ricovero ospedaliero.





Insufficienza Venosa Cronica.
I sintomi. Cosa si rischia non curandosi. E tanti consigli per prevenirla





UNA PATOLOGIA CRONICA




L’Insufficienza Venosa Cronica (IVC) è quella situazione clinica in cui per il malfunzionamento delle vene periferiche, il ritorno del sangue venoso al cuore non è più garantito per cui, sia in posizione eretta che seduti, si crea una ipertensione venosa che causa i sintomi e segni obiettivi.





SIA DONNE CHE UOMINI




La prevalenza dell’Insufficienza Venosa Cronica è del 10-50 per cento nella popolazione adulta maschile e del 50-55 per cento in quella femminile. L’IVC colpisce prevalentemente il sesso femminile fino a 50-60 anni. Dopo i 50-60 anni non si notano significative differenze tra i due sessi. L’età media dell’insorgenza delle varici è di 35-40 anni. Persone in sovrappeso, specie di sesso femminile pluriparto e abitanti in aree civilizzate, soffrono maggiormente di IVC e di malattia varicosa rispetto a soggetti di peso normale: si va dal 25 a oltre il 70 per cento in entrambi i sessi contro il 16-45 per cento.





FATTORI DI RISCHIO COMUNI PER UNA PATOLOGIA GRAVE




I fattori di rischio delle flebopatie sono:


› la familiarità;


› il sovrappeso


› le attività lavorative che obbligano a stazione eretta prolungata;


› precedenti episodi di trombosi venosa profonda o embolia polmonare;


› le gravidanze;


› l’uso di farmaci estroprogestinici, pillola o terapia ormonale sostitutiva.





ELEVATO RISCHIO DI COMPLICANZE




Inizialmente l’IVC si presenta con un quadro clinico non preoccupante se la diagnosi ed un appropriato trattamento con farmaci non sono puntuali, il rischio di complicanze è molto frequente. I quadri clinici più comunemente riscontrati nella patologia venosa degli arti inferiori sono: le varici, l’insufficienza valvolare profonda primitiva, l’ulcera venosa, la sindrome post-trombotica, l’embolia polmonare.





Le varici.



Si manifestano quando la parete di una vena superficiale subisce uno sfiancamento e cioè una dilatazione segmentaria con una tendenza del sangue a ristagnare. Le vene che più facilmente sono sede di varici sono quelle delle gambe e delle cosce. Quando sulle gambe compaiono dilatazioni e tortuosità di grossi tronchi venosi si parla di “sindrome varicosa conclamata”: questa comporta un alto rischio di complicanze. Quando, invece, compaiono le microvarici, cioè i cosiddetti “capillari”, è importante la localizzazione Spesso anche se ci si trova innanzi ad una patologia cronica, i pazienti dopo un trattamento iniziale interrompono le terapie esponendosi così al rischio di complicanze gravi.





L’insufficienza valvolare profonda primitiva.



Comprende quei casi in cui non è dimostrabile né con l’anamnesi né con gli esami strumentali un pregresso episodio trombotico e in cui il circolo venoso profondo è incontinente.





L’ulcera venosa.



Si tratta di una lesione cutanea cronica che non tende alla guarigione spontanea, causata da una condizione di ipertensione venosa stabile. Anche se numerose situazioni cliniche possono portare all’ulcera, più dell’80 per cento delle stesse ulcere si associa alla presenza di una malattia post-trombotica.





La sindrome post-trombotica.



Comprende numerosi quadri clinici che hanno come comune denominatore quello di essere causati dai danni che seguono a una trombosi venosa profonda. A seguito di un episodio di trombosi, un segmento venoso può restare ostruito (sindrome ostruttiva), ricanalizzarsi con una perdita della funzione valvolare (sindrome da reflusso). Ostruzione e reflusso possono essere anche associati sullo stesso arto in settori differenti.





L’embolia polmonare.



Si verifica quando un frammento di un trombo si distacca e trasportato dalla corrente ematica raggiunge i polmoni. Dati sottostimati indicano che le embolie polmonari mortali in Italia sono 20.000/anno.





PER PREVENIRE LE COMPLICANZE: DIAGNOSI PRECOCE E TERAPIA





LINEE GUIDA DIAGNOSTICO TERAPEUTICHE
DELLE MALATTIE DELLE VENE E DEI LINFATICI




Le Linee Guida Diagnostico Terapeutiche della Malattia delle Vene e dei Linfatici del Collegio Italiano di Flebologia contengono un insieme di raccomandazioni al medico specialista e generico sul modo di comportarsi davanti al malato e alla malattia. Le Linee Guida, che scaturiscono dalla Ricerca nazionale e internazionale, si sono rese estremamente necessarie per portare un po’ di ordine nelle molteplici tecniche di diagnosi e di terapia delle varici. Le Linee Guida rappresentano una salvaguardia del malato perché si senta garantito nell’essere curato allo stesso modo in Lombardia come in Sicilia, a Berlino come negli Stati Uniti. Esse sottolineano l’importanza di una diagnosi precoce e di un trattamento adeguato e costante attraverso farmaci flebotropi micronizzati, uso di calze elastiche, corretti stili di vita e chirurgia. Il Collegio Italiano di Flebologia mette in evidenza, inoltre, che al momento non esistono evidenze cliniche di efficacia farmacologica dei prodotti fitoterapici e di erboristeria. Un panorama così ampio come quello dell’Insufficienza Venosa Cronica aveva bisogno, dunque, di una riflessione profonda che si è concretizzata con le Linee Guida, preziose perché rappresentano uno strumento importante non solo per il medico che nella quotidianità esercita nel campo della flebolinfologia ma anche per tutti gli studiosi che stanno disegnando il domani. E in conclusione per i pazienti.


Le Linee Guida sono state redatte in accordo con: Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare, Società Italiana di Diagnostica Vascolare-GIUV, Società Italiana di Chirurgia Vascolare e Endovascolare, Società Italiana per lo Studio della Microcircolazione.





I SEGNALI DELL’INSUFFICIENZA VENOSA CRONICA




I più comuni sintomi associati all’Insufficienza Venosa Cronica sono:


› gambe pesanti


› dolore alle gambe


› sensazione di gambe gonfie


› crampi durante la notte


› sensazione di calore o di bruciore


› gambe irrequiete


› necessità di muoversi


› fitte alle gambe


› prurito alle gambe


› formicolio alle gambe





Questi sintomi si aggravano: in posizione eretta; in posizione seduta prolungata; a fine giornata; quando fa caldo; durante il periodo premestruale.





LA TERAPIA





La diagnostica non invasiva. L’IVC può essere il risultato di ostruzione al deflusso, reflusso o combinazione di entrambe. L’obiettivo dell’esame clinico e strumentale è quella di rilevare quale fra queste condizioni sia presente. Sono disponibili molti test come Doppler C.W., Eco-Doppler, Eco(color)Doppler e Imaging Radiografico.





I farmaci.



I farmaci possono essere efficaci come profilassi oppure in associazione a terapie chirurgiche e para-chirurgiche per prevenire le complicanze. Tra i Bioflavonoidi, studi randomizzati e in doppio cieco sono riferibili alla Diosmina Esperidina micronizzata per la quale una recente meta-analisi ha mostrato i benefici nella riduzione del tempo di guarigione. Il miglioramento sorprendente della qualità della vita dopo somministrazione di 1g di Diosmina Esperidina micronizzata è stato evidenziato per tutte le dimensioni della vita: fisica, psicologica, relazionale. Molteplici studi di base e sull’uomo hanno confermato l’effetto microcircolatorio di alcuni farmaci flebotropi e particolarmente dell’associazione Diosmina Esperidina micronizzata sui parametri microcircolatori compromessi nell’IVC. L’uso dei farmaci flebotropi trova la sua indicazione clinica sui sintomi soggettivi e funzionali dell’IVC (stancabilità, crampi notturni, gambe irrequiete, pesantezza, tensione) e sull’edema e, da una meta-analisi specifica, sulla riduzione dei tempi di guarigione delle ulcere.





Gli integratori alimentari e i prodotti erboristici.



Le Linee Guida Italiane si soffermano sull’abuso di questi prodotti attualmente in voga nel curare patologie gravi e croniche.
Non esistono al momento attuale evidenze cliniche di efficacia farmacologica nell’IVC per integratori; esistono esclusivamente per farmaci e calze elastiche.



La chirurgia.

La chirurgia cura solo un momento della malattia varicosa, non guarisce la malattia. Esistono varie tecniche a seconda del tipo di Insufficienza Venosa Cronica. L’importanza della chirurgia delle varici nei sistemi sanitari occidentali è data dalla frequenza della domanda. Si calcola in generale un fabbisogno di 80.000 interventi nel Regno Unito, 200 per 100.000 abitanti in Finlandia, fino ad oltre 150.000 interventi per anno in Italia (dati 2000 dal sistema DRG e stima approssimativa della flebologia privata) e 200.000 per anno in Francia.



La scleroterapia.

Nel caso di piccole varici e nelle teleangectasie si eseguono le iniezioni sclerosanti che consistono nell’immettere direttamente nella vena sostanze che ne determinano l’indurimento e la chiusura.



La compressione.

Per compressione si intende la pressione esercitata su di un arto da materiali di varia estensibilità al fine di prevenire e curare la malattia del sistema venolinfatico.




07/10/2010

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