(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) all'educazione, l’Università, la ricerca, diritti e pari opportunità del Comune di Firenze, “è necessario investire sempre di più salute mentale, perché le fragilità sono sempre più complesse, in particolare dopo la pandemia. Lo vediamo in tutti i settori, a partire dall'infanzia. La salute mentale deve essere centrale, investire in presidi e risorse umane”. Sulla stessa linea Serena Spinelli, assessore alle Politiche sociali della Regione Toscana. L’obiettivo dell’amministrazione toscana è “incrementare la capacità di dare risposte" facendo in modo che "le persone con salute mentale non siano marginalizzate. Per far questo bisogna creare un sistema che risponda a 360 gradi".
Un occhio particolare deve essere dato ai giovani, quelli che maggiormente hanno sofferto durante la pandemia. Luisa Russo, direttrice UOC Neuropsichiatria Infantile e Direttrice Dipartimento di Salute Mentale Asl Napoli 1 Centro, è molto chiara: “L’adolescente è la vittima predestinata. Durante la pandemia la Dad ha creato nuovi problemi: non è sovrapponibile alla scuola, è una cosa da tempo di ‘guerra’. Molti insegnanti hanno riprodotto le stesse dinamiche che c'erano in classe, non era così: era cambiato tutto. Cambiato il contenitore cambia o deve cambiare anche il contenuto”. Per essere più vicini agli adolescenti, è l’invito, come prima cosa “cerchiamo di ascoltarli di più, perché parlano e ci dicono delle cose”.
“I suicidi tra gli adolescenti sono aumentati e sono un trauma per tutti: famiglia, comunità, servizi stessi - ha sottolineato Raffaele Barone, psichiatra e direttore MDSM Caltagirone -. Serve una nuova mission e una nuova visione. In questi ultimi due-tre anni sono arrivati a compimento cambiamenti, che erano in atto, che hanno modificato la nostra vita. Oggi, per esempio, è lo smartphone che controlla noi, ci guarda 24 ore su 24". In questo contesto è fondamentale "il valore del dialogo e della relazione”.
Tra i soggetti più fragili ci sono poi le donne vittime di violenza. “La pandemia - ha spiegato, Teresa Bruno, psicologa e psicoterapeuta, past president di Artemisia Onlus - ha portato alla luce le criticità del sistema sanitario ma anche una disparità nei diritti. Madri e i figli si sono sentiti in gabbia, è aumentata, con strumenti elettronici, la richiesta di aiuto, di contatti e colloqui. Alcune donne hanno rinunciato a chiedere aiuto in pandemia perché sarebbe stato un rischio maggiore per loro e i loro figli: pensiamo ai percorsi giudiziari, che sono stati paralizzati. Altre donne che avevano intrapreso un percorso di uscita dal luogo della violenza prima del Covid si sono trovate in difficoltà: la perdita dei lavori ha colpito soprattutto le donne e quindi condizione di povertà. Se vogliamo trovare il buono, la pandemia ci può insegnare a essere più attenti ai bisogni e dobbiamo saper cogliere questo insegnamento”.
Tra le soluzioni da mettere in campo c’è un maggiore coinvolgimento delle comunità e dell’associazionismo. Su questo, ha spiegato Daniela Mondatore, Cittadinanzattiva ha lanciato un progetto di “empowerment dei territori” con tre pilastri: “Approccio alla salute mentale basato sui diritti; forte radicamento nei territori; protagonismo delle comunità”. Le associazioni, ha garantito Teresa Petrangolini, direttore di Patient Advocacy Lab, ALTEMS, Università Cattolica del Sacro Cuore, sono pronte ad assumersi maggiore responsabilità: “Le associazioni vogliono conoscere di più, agire meglio, sedersi al tavolo con le istituzioni per parlare dei servizi”.

08/10/2021 Andrea Sperelli


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