(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) - che permette il congelamento di un elevato numero di follicoli immaturi, prelevati di norma in laparascopia tramite l’asportazione di parte dell’ovaio. Nei casi in cui la donna debba sottoporsi a terapie che comportano un alto rischio di distruzione completa delle gonadi, quali radioterapia pelvica e/o chemioterapie ad alte dosi, può essere indicata l’asportazione di un intero ovaio.
Solo dopo la completa remissione della neoplasia, i frammenti di tessuto ovarico vengono scongelati e trapiantati nella donna, con una ripresa della funzione endocrina, ossia della produzione di estrogeni da parte dell’ovaio trapiantato, nella maggior parte dei casi. Una volta verificatosi l’attecchimento del tessuto trapiantato, è possibile intraprendere procedure terapeutiche finalizzate all’ottenimento della gravidanza.
La crioconservazione del tessuto ovarico è indicata anche nelle donne adulte che non possono sottoporsi al congelamento degli ovociti perchè colpite da tumori ormono-dipendenti; in questi casi, infatti, la stimolazione ormonale potrebbe aggravare la patologia. Infine, la procedura è indicata nelle situazioni in cui l’esecuzione di una stimolazione ovarica non sia compatibile con la necessità di intraprendere in tempi rapidissimi una chemio o una radio-terapia.
Il centro di Napoli diretto dal Prof. De Placido e quello di Bologna del Policlinico S. Orsola Malpighi, diretto dal Prof. Stefano Venturoli (Ordinario di Ginecologia e Ostetricia- Università di Bologna), sono da considerare tra i centri all’avanguardia in Italia riguardo allo studio e alla ricerca su queste metodiche.
Nell'ambito del Convegno SEGI anche un’intera Consensus Conference sulle strategie cliniche e sull’approccio chirurgico dell’endometriosi profonda, una delle patologie ginecologiche più frequenti che colpisce 14 milioni di donne in Europa e 5,5 milioni nel Nord America; secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si parla di 150 milioni di pazienti al mondo.
L’endometriosi non solo è accompagnata da sintomi molto dolorosi, talvolta così severi da risultare invalidanti, ma spesso è anche causa di infertilità. Dati recenti dimostrano, infatti, che il 25-50% delle pazienti con infertilità presenta endometriosi e che il 30-50% delle pazienti con endometriosi presenta problemi di infertilità.
“L’associazione tra endometriosi e infertilità – ha dichiarato il Prof. Renato Seracchioli, Responsabile Unità Semplice di Endoscopia Ginecologia e Chirurgia Pelvica Mininvasiva del Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna e Presidente del Congresso - sembra imputabile a diversi fattori, principalmente riconducibili alla sovversione dei rapporti anatomici pelvici, alla modificazione del pattern immunitario e dell’assetto ormonale. Per la cura dell’endometriosi viene utilizzata la tecnica laparoscopica, i cui principali obiettivi sono l’asportazione radicale di tutte le lesioni endometriosiche e, non meno importante, la preservazione della funzione riproduttiva”.
L’endoscopia è una tecnica diagnostica e terapeutica che permette di avere una visione diretta e dall'interno di alcuni organi, con l'obiettivo di verificare l'eventuale presenza di alterazioni o lesioni e di effettuare, all'occorrenza, interventi.
L’endoscopia è una metodica basata sull'utilizzo di specifici strumenti (endoscopi), costituiti solitamente da un piccolo tubo flessibile composto da sottilissime fibre ottiche, che vengono inseriti nel corpo attraverso le cavità naturali.
In ginecologia, l’applicazione dell’endoscopia avviene attraverso la laparoscopia (introduzione degli endoscopi nell’addome) o isteroscopia (direttamente all’interno della cavità uterina).
L’approccio endoscopico in ginecologia è rivoluzionario perchè offre vantaggi determinanti rispetto alla chirurgia tradizionale: minor invasività, possibilità di esaltare l’immagine con evidenti vantaggi specialmente per l’asportazione di lesioni endometriosiche, minor rischio di aderenze, minor perdita ematica, più rapido recupero post operatorio. Inoltre, l’endoscopia si presta particolarmente ad un approccio chirurgico conservativo finalizzato ad asportare la patologia, preservando l’integrità anatomo-funzionale dell’apparato genitale.
Non ci sarà dunque più bisogno dell'asportazione totale delle ovaie e dell'utero, in caso di cancro all'ovaio. Questo è già possibile grazie ai miglioramenti sul fronte della chirurgia che sta diventando sempre meno invasiva e più dolce, permettendo di salvare parte dell'apparato riproduttivo e puntare a conservare la fertilità, recandosi nei centri specializzati per questo tipo di malattia. Contro una delle forme di tumore più insidiose per le donne (si tratta per loro della terza causa di morte), quello all'ovaio, occorre infatti necessariamente intervenire chirurgicamente. Questa forma di cancro cresce velocemente ed è molto difficile da diagnosticare in fase iniziale, tant'è vero che nel 70% dei casi sono diagnosticati solo quando sono ormai ad uno stadio avanzato.
Nel corso del XVII Congresso della Societa' Italiana di Oncologia Ginecologica (SIOG), il presidente della SIOG, Pierluigi Benedetti Panici, dell'Università di Roma La Sapienza, ha ricordato come questi nuovi metodi chirurgici forniscono speranze in più per le 4.500 donne circa, soprattutto fra 55 e 65 anni, che questa forma di tumore colpisce ogni anno. Di queste il male ne uccide 3.000.
Oggi si stanno facendo sempre più strada nuove tecniche. Con la terapia conservativa, consentita dalla laparoscopia e la crioconservazione dei tessuti ovarici sani che poi possono essere sottoposti nuovamente ad autotrapianto, si hanno a disposizione strumenti meno invasivi e permettono la conservazione della fertilità. Si può ridurre anche a soli quattro giorni la degenza post-operatoria, rispetto ai due mesi del passato, e si ha un minore dolore e minore pericolosità per la paziente. La tecnica consente di asportare anche solo un campione di tessuto, di analizzarlo e quindi di pianificare al meglio l'intervento radicale. Una volta superato il rischio di recidiva del tumore, dopo almeno due anni, si può tentare il reimpianto dei tessuti ovarici congelati prima che la donna cominciasse la chemioterapia. Panici ha però precisato che si tratta di una tecnica promettente ma ancora pionieristica, che finora nel mondo ha permesso di ottenere una sola gravidanza.
Ai centri gia' attivi in Italia in questo campo, come Palermo, Milano e Bologna, si aggiunge adesso quello dell'Universita' di Roma La Sapienza.
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12/06/2009

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