(2° pagina) (Torna
alla 1° pagina..) un numero significativo di casi” riporta l’Oms. Un segno di come l’epidemiologia della malattia sia in evoluzione, complici soprattutto i cambiamenti climatici che favoriscono la sopravvivenza dei vettori e l’aumento della mobilità internazionale. Tra i Paesi europei coinvolti c’è anche l’Italia, che nel 2025 ha registrato il suo terzo focolaio autoctono.
chikv 2025
Una malattia non più (solo) tropicale
“I dati dimostrano che chikungunya come altre malattie trasmesse da vettori, non può più essere considerata solo ed esclusivamente una malattia tropicale” commenta Andrea Rossanese, presidente della Società italiana di Medicina dei viaggi e delle migrazioni (Simvim) e responsabile dell’Ambulatorio Viaggiatori dell’Ircss Sacro Cuore-Don Calabria di Negrar (Verona).
“Il primo focolaio comparso in Italia nel 2007, il secondo nel 2017 e il terzo nel 2025, evidenziano che le arbovirosi non sono più un’eccezione nel panorama della sanità del nostro Paese” continua l’esperto. “L’epidemiologia sta cambiando. Se c’è ancora un elemento ‘tropicale’ in queste malattie è il fatto che, non essendo stabilmente radicate in Italia, il primo caso di un nuovo focolaio è quasi sempre importato da un Paese dove la malattia è endemica, spesso situato in un’area tropicale. Poi entrano in gioco i vettori, che abitano e si diffondono anche nelle nostre città”.
Perché l’epidemiologia sta cambiando
Tra i fattori che stanno favorendo la diffusione della chikungunya anche in aree non endemiche, l’Oms ricorda: l’espansione geografica del vettore zanzare Aedes legata ai trasporti e ai cambiamenti climatici, l’urbanizzazione non pianificata, la cattiva gestione delle acque e il rafforzamento insufficiente della sorveglianza e del controllo dei vettori.
“Il fattore principale che sta guidando questa trasformazione è senz’altro il cambiamento climatico – aggiunge Rossanese – e per una serie di fattori. In primis perché aumenta il numero dei vettori competenti. A mano a mano che la temperatura cresce, infatti, le zanzare vivono meglio. Ma non solo, in alcuni casi il caldo può accorciare il tempo necessario per la maturazione delle uova, al punto che una singola zanzara femmina nell’arco della sua vita può deporre le uova due volte anziché una come avviene attualmente. Il che significa raddoppiare nello stesso tempo il numero di vettori che possono trasmettere l’infezione. A ciò si aggiunge il fatto che le zanzare competenti si stanno spostando sempre più verso nord e che le stagioni di trasmissione si stanno ampliando”.
Focolai più frequenti
L’impatto del clima e dell’insediamento di Aedes albopictus, sui focolai di chikungunya in Europa è stato documentato anche da un lavoro pubblicato lo scorso maggio su Lancet Planet Health. I ricercatori hanno evidenziato come tra il 1990 e il 2024, l’intervallo tra il primo insediamento regionale di Ae. albopictus e il primo focolaio di dengue o chikungunya è diminuito da 25 anni a meno di 5 anni. Analogamente, l’intervallo tra il primo e il secondo focolaio è passato da 12 anni nel 1990 a meno di 1 anno nel 2024.
A favorire questa riduzione dei tempi le condizioni climatiche appunto, che potrebbero intensificare ulteriormente questa tendenza. Secondo le proiezioni degli autori, in scenari di cambiamento climatico estremo il numero di focolai di dengue o chikungunya potrebbe aumentare fino a quasi cinque volte entro il 2060 rispetto al periodo di riferimento 1990–2024.
A rischio l’Europa meridionale
Aggiunge Rossanese: “Quello che più preoccupa chi studia le dinamiche di questi flussi non è tanto il numero assoluto dei casi, ma il numero degli eventi di trasmissione locale: tra il 2007 e il 2017 in Europa se ne sono registrati 13; nei sei anni successivi, dal 2017 al 2023, sono stati 43. È il numero dei focolai locali, cioè dei contesti in cui si innesca la trasmissione, ad aumentare in modo significativo”.
Un ulteriore conferma della possibile maggiore diffusione dell’infezione arriva da un altro lavoro pubblicato il 18 febbraio sul Journal of The Royal Society Interface che segnala come il virus Chikv sia trasmissibile a temperature più basse di quelle precedentemente riconosciute, suggerendo una trasmissione plausibile nella maggior parte dell’Europa a luglio e agosto, con un’idoneità estesa da maggio a novembre nelle regioni meridionali. “La trasmissione di Chikv è possibile su un’ampia gamma termica, mettendo a rischio vaste parti d’Europa, soprattutto le regioni meridionali” scrivono gli autori.
Rafforzare la risposta sanitaria
Che fare, dunque, per contenere la diffusione del virus? Gli autori dello studio raccomandano di rafforzare la sorveglianza epidemiologica, potenziare il monitoraggio e il controllo dei vettori e migliorare la preparazione dei sistemi sanitari e dei laboratori per consentire una rapida rilevazione, una segnalazione tempestiva e una risposta efficace ai focolai di chikungunya.
Per Rossanese, però, il primo passo resta la consapevolezza del rischio. “Solo se siamo consapevoli che il pericolo esiste possiamo mettere in campo misure efficaci per prevenirlo” precisa. “È fondamentale conoscere le malattie trasmesse da vettori ed educare la popolazione ad adottare comportamenti corretti, a partire dalla riduzione dei possibili focolai domestici, evitando ristagni d’acqua nei sottovasi, sui davanzali o sui balconi”.
“Accanto a questo – continua – è importante diffondere le misure di protezione personale che fino a pochi anni fa consigliavamo soprattutto ai viaggiatori diretti in Paesi tropicali, ma che oggi dovrebbero diventare patrimonio comune: uso di zanzariere, applicazione di repellenti cutanei adeguati e trattamento degli abiti con insetticidi. La prevenzione passa prima di tutto dalla conoscenza. E, in presenza di sintomi insoliti in periodi dell’anno non abituali, è essenziale rivolgersi tempestivamente al medico”.
Puntare sulla formazione
Cruciale è anche la formazione dei medici, chiamati a riconoscere tempestivamente la malattia. La diagnosi precoce — soprattutto nei soggetti a rischio di forme gravi — e l’accesso rapido a cure appropriate sono determinanti per ridurre complicanze e mortalità.
“Questo è probabilmente l’anello più debole della catena”, osserva Rossanese. “Molti medici hanno studiato le malattie trasmesse da vettori come realtà lontane, relegate a poche righe nei manuali e associate a Paesi in cui difficilmente avrebbero esercitato. Oggi, invece, è necessario diffondere una conoscenza non solo clinica ma anche epidemiologica tra tutti i professionisti che operano sul territorio”.
Un esempio concreto: “Se una persona si presenta in piena estate con febbre, dolori articolari e muscolari e sintomi simil-influenzali, è improbabile che si tratti di influenza. Anche in assenza di viaggi in aree endemiche, deve scattare il sospetto di un’infezione virale trasmessa da vettori” conclude l’esperto. “È così che si intercettano precocemente i casi, per limitare la diffusione del virus e prevenire l’insorgenza di eventuali focolai autoctoni”.
Notizie specifiche su:
09/09/2026 Francesco Antinori
|
Puoi
fare una domanda agli specialisti del forum
e iscriverti alla newsletter,
riceverai le notizie più importanti. |
Rischio estremamente basso in Italia
I consigli degli esperti
L’intervallo fra primer e booster è un fattore determinante
Offre una protezione completa dall’infezione
Una malattia diventata ormai endemica
Il ruolo dei biofilm e nuove terapie contro la malattia
I casi acuti devono essere gestiti in ambiente ospedaliero
Identificate nuove varianti genetiche associate al rischio
La gestione dei pazienti sottoposti a trapianto di midollo
L’anticorpo si dimostra efficace in uno studio real world
Dalla lotta alla resistenza agli antibiotici ai robot batterici
Esempio di Best Practice nella sorveglianza ospedaliera
Approvato il vaccino anti-pneumococcico CAPVAXIVE
La tecnica utilizzata per evadere la risposta immunitaria
Un patobloccante potrebbe contrastare l’infezione
Rileva con precisione la proteina Spike di Sars-CoV-2
Sembra migliorare l’efficacia della bedaquilina