(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) entro un mese dal ricovero, al 6,5% e, entro un anno, arriva addirittura al 10%.
Questa casistica deve far riflettere, soprattutto se si pensa che ogni anno si potrebbero evitare 5mila vittime grazie al rispetto di stili di vita salutari, a cure adeguate e costanti,e a una corretta riabilitazione cardiovascolare. La riduzione dei fattori di rischio ha ridotto la probabilità di infarto in chi non l'ha mai avuto, ma questo non deve far abbassare la guardia nei confronti delle conseguenze dell'infarto nel tempo. Il primo infarto, infatti, è un campanello d'allarme, che mette in guardia su un cattivo stato di salute del cuore non è più in perfetta salute. Il secondo infarto è quindi evitabile se ci si prende più cura di se stessi e si cerca di adottare uno stile di vita più idoneo e salutare. Secondo gli esperti dell'Anmco le terapie farmacologiche adeguate e costanti possono dimezzare il pericolo di un secondo infarto e la conseguente mortalità. Ma la realtà dei fatti è che dopo l'infarto solo la metà dei pazienti segue cure appropriate. E sono le donne e i pazienti con meno di 60 anni ad essere i più indisciplinati nel seguire le cure prescritte, evidentemente ne sottovalutano l'importanza. Ancora più difficile è convincere chi ha subito un infarto che i cambiamenti vanno attuati nella vita di tutti i giorni, per esempio, per quanto riguarda l'alimentazione. Inoltre è emerso che appena 1 su 10 smette di fumare e addirittura il 70% non fa esercizio fisico.
Punto cruciale è poi la riabilitazione, in Italia esistono 190 strutture riabilitative per circa 3mila posti letto, che però sono concentrati soprattutto al Nord. C'è dunque bisogno di un cambiamento culturale ed e' in quest'ottica che arriva la campagna di Anmco.
Per quanto riguarda la prevenzione, ancora, individuare il rischio di infarto familiare e di aterosclerosi precoce è ormai una realtà grazie all’equipe di Medicina Interna del dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’ateneo veronese, diretta da Roberto Corrocher.
Negli anni passati il gruppo di lavoro veronese, composto da Domenico Girelli, Oliviero Olivieri e da Roberto Corrocher, in collaborazione con il dipartimento di Molecular Cardiology & Cardiovascular Genetics dell’Università di Cleveland negli Stati Uniti, coordinati dal docente Q.K.Wang, hanno affrontato il problema dell’infarto familiare e dell’aterosclerosi precoce, che insorge prima dei 50 anni. Il progetto prevedeva che i luminari veronesi studiassero una popolazione di italiani mentre i colleghi d’oltreoceano una popolazione bianca degli U.S.A.
Alla fine dei due anni di collaborazione intensa, è stato possibile dimostrare la presenza esclusiva di una variante del cromosoma 1 nei pazienti affetti da infarto miocardio di tipo familiare, mentre non è presente nell’infarto sporadico. Lo studio ha inoltre permesso di identificare le conseguenze che derivano da questa alterazione genetica. La presenza di questa variante determina, infatti, una maggiore reazione infiammatoria e un’alta aggregazione delle piastrine, entrambi fattori coinvolti nel processo di ostruzione delle coronarie che causa l’infarto.
Il lavoro è stato pubblicato sull’ultimo numero di “American Journal of Human Genetics “.
”La sempre più precisa conoscenza - afferma Corrocher - del genoma individuale e i suoi rapporti con l’ambiente permette già oggi di predisporre terapie individuali di tipo farmacologico e di individuare in un futuro la possibilità di terapie genetiche. L’infarto del miocardio, familiare o non, è sempre il risultato di un’interazione tra fattori ambientali e corredo genetico dell’individuo. Per questo motivo i fattori ambientali riconosciuti essere fattori di rischio, come ad esempio colesterolo, diabete, ipertensione, fumo, infezioni, stili di vita, possono causare l’infarto a seconda del corredo genetico individuale che incontrano”.

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11/11/2010


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