(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) o sugli arti. Colpisce il 3% della popolazione italiana sopra i 50 anni, ma oggi è in crescita soprattutto fra le persone (soprattutto donne) di età compresa fra i 40 e i 50, i cosiddetti “stakanovisti del sole”, che non rinunciano all’abbronzatura neanche d’inverno.
Non sono più solo muratori, pescatori e agricoltori, esposti al sole per professione, a rischiare lesioni alla pelle, ma quarantenni con anni di abbronzatura naturale e artificiale alle spalle per motivi puramente estetici.
«Il problema è che la cheratosi attinica è oggi considerato un tumore della pelle localizzato a tutti gli effetti, che va diagnosticato e trattato subito», spiega Torello Lotti Professore Ordinario di Dermatologia e Direttore U.O.Complessa Dermatologica di Fisioterapia Dermatologica - Dipartimento di Scienze Dermatologiche Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Medicina e Chirurgia, presidente dell’84° Congresso SIDeMaST e uno degli autori delle linee guida sulla cheratosi attinica.
Le persone più a rischio sono rappresentate dai fototipi 1 e 2, quindi quelle con pelli bianche, occhi e capelli chiari, presenza di efelidi, che si scottano facilmente. Ma anche chi ha una lunga storia di esposizione solare senza adeguata protezione, per esempio con frequenti eritemi solari durante l’infanzia.
L’altra notizia del Congresso SIDeMaST riguarda l’evolversi della malattia. «Nelle linee guida è stato evidenziato il concetto di “campo di cancerizzazione”, che spiega perché una singola lesione può recidivare o trasformarsi in tumori multipli», spiega Lotti. «In pratica, la cute circostante alla lesione può diventare sede di alterazioni genetiche e di iniziale e graduale sostituzione delle cellule normali con cellule anomale».
La presenza del “campo di cancerizzazione” fa si che anche che la rimozione chirurgica del tumore primario (con bisturi, crioterapia, laser, curettage ed elettrocoagulazione) non sempre sia in grado di evitare la crescita di nuovi nuclei cancerosi. Si è così posto in primo piano l’esigenza di trattare non solo il tumore visibile, ma anche il “campo invisibile” in cui si è sviluppato e che lo circonda. L’indicazione di utilizzare terapie che agiscano sui due fronti è stata quindi al centro del dibattito su quale sia la cura migliore per la cheratosi attinica.
Le nuove linee guida raccomandano una terapia completa (lesione+campo di cancerizzazione) soprattutto nelle persone che presentano lesioni multiple (il 20% dei pazienti ha più di 10 lesioni). In questi individui, infatti, una terapia completa può consentire di eliminare ciò che è evidente e di prevenire un carcinoma invasivo, determinando una lunga remissione e aumentando l’intervallo fra i cicli di terapia.
Le Linee guida per la cura della cheratosi attinica hanno confermato che diclofenac al 3% e sodio ialuronato, un farmaco ad uso topico sotto forma di gel, rappresenta una terapia specifica nel caso in cui si vogliano eliminare non solo le lesioni visibili ma anche si voglia agire sulle cellule nell’area circostante.
Molti studi clinici hanno provato l’efficacia e la tollerabilità di questo farmaco, che spesso evita il ricorso alla chirurgia. «Negli studi clinici pubblicati i pazienti trattati per 60-90 giorni con diclofenac sodico ialuronato gel hanno visto la remissione dell’80% delle lesioni con una tollerabilità buona della cura e una bassa percentuale di effetti collaterali», conclude Lotti.
Si è parlato di cheratosi attinica anche al Simposio Almirall: durante l'incontro sono stati delineati i futuri scenari dei possibili danni da esposizione solare, per poi focalizzarsi sulle terapie più efficaci contro questa lesione precancerosa della pelle che oggi colpisce oltre il 3% degli italiani sopra i 50 anni. La punta di un iceberg: ecco come è stata descritta questa malattia, che all’inizio appare come una semplice macchia o irritazione locale (molti pazienti la prendono come l’esito di un microtrauma), ma che può nascondere un futuro carcinoma.
Si controllano i nei, ma certe macchie vengono trascurate. La cheratosi attinica, invece, è particolarmente insidiosa perché, circa nel 10% dei casi, si può trasformare in carcinoma squamocellulare. Inoltre, la popolazione italiana è ormai conscia del pericolo melanoma e dell’importanza del controllo dei nei, ma non è a conoscenza del fatto che quella macchia rossastra che si può formare su varie parti del corpo, sulla quale poi compare una crosticina, può trasformarsi in tumore, per cui è fondamentale rivolgersi al più presto al dermatologo.
“La Cheratosi attinica, a differenza del melanoma, non è provocata da ripetute scottature, ma dalla prolungata esposizione nel tempo ai raggi UV negli anni - spiega il professor Andrea Peserico, Direttore della Clinica Dermatologica dell’Università di Padova - Le lesioni possono essere multiple e colpiscono le zone foto esposte e cioè il volto, le mani, le braccia e le gambe. Negli uomini che non hanno la protezione dei capelli, anche sul cuoio capelluto e sulle orecchie”.
Durante il Simposio si è delineato l’identikit di chi è più a rischio di essere colpito da quello che alcuni esperti hanno definito come carcinoma in situ, cioè come vero e proprio tumore localizzato. Un cancro dotato di timer, definizione che rappresenta la capacità della cheratosi attinica di trasformarsi, nel tempo, da semplice macchia squamosa in qualcosa di più pericoloso. Le persone che rischiano di più hanno un’età superiore ai 60, i capelli rossi o chiari, la carnagione chiara e le efelidi.
“Anche se non tutte le cheratosi attiniche si trasformano in carcinoma squamocellulare, il dermatologo deve comunque curarle tutte, perché oggi non si è ancora in grado di prevedere quali di queste si trasformeranno - spiega Peserico. La diagnosi si fa con una semplice visita dermatologica e non richiede esami particolari”.
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11/06/2009


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