Agire sul microbiota per curare la dermatite atopica

Si analizza la connessione fra pelle e microbiota

C'è un nuovo filone di ricerca in dermatologia che negli ultimi tempi sta attirando l'attenzione dei dermatologi. Si tratta della dermobiotica, cioè lo studio dell'interazione tra pelle, alimentazione e microbiota. La teoria infatti è che alcuni meccanismi che causano l'infiammazione tipica delle malattie croniche della pelle, siano proprio legati a una disbiosi, cioè a squilibri tra le diverse popolazioni di batteri che popolano sia l'intestino, sia la pelle. La correlazione sembra essere particolarmente evidente nella dermatite atopica, come riferisce Marco Pignatti, dermatologo operante a Carpi (Mo) e Rimini e autore di diversi libri sulla dermobiotica, “perché è una malattia che si sviluppa sulle barriere che mettono in contatto l'organismo con l'esterno, come quella intestinale e respiratoria oltre alla cute. Tant'è che i sintomi della atopia, non sono soltanto cutanei, ma anche intestinali e respiratori”.
Pignatti spiega che il microbiota (cioè l'insieme dei microorganismi che popolano una determinata area dell'organismo), e il microbioma (cioè l'insieme del loro materiale genetico) influenzano il funzionamento della barriera intestinale, cutanea e respiratoria, proprio come se fossero “un organo nell'organo”. Continua l'esperto: “Più nello specifico, il microbiota intestinale oltre a partecipare al mantenimento della permeabilità di tale barriera (un aspetto fondamentale nella atopia), è coinvolto anche nella processazione, digestione e tolleranza degli alimenti. Inoltre modula direttamente il sistema immunitario e in particolare le sottopopolazioni di linfociti T che sono spesso squilibrate in chi soffre di dermatite atopica e sono responsabili dell'infiammazione. L'interazione tra l'intestino e la pelle è ormai così nota che si parla spesso di gut-skin axis nella dermatite atopica e in altre patologie”.
Ancora, studi recenti sono stati condotti anche sul microbiota cutaneo, dimostrando che ha un ruolo nella funzione di barriera. Tanto che oggi è oggetto di studio continuo e si cerca di preservarlo quando è sano e riequilibrarlo quando ci sono disbiosi come nella dermatite atopica. “Era noto da tempo che lo Staphylococcus aureus avesse un ruolo nelle chiazze soprattutto nella dermatite atopica” cita come esempio Pignatti. “Adesso però sappiamo che non è un batterio che proviene dall'esterno e che causa un'infezione, ma che è spesso presente anche sulla cute sana e che è lo squilibrio tra questo e altri batteri a causare l'infiammazione”. Al momento però è difficile trovare una correlazione di causa-effetto e quindi stabilire se sia la dermatite atopica a causare questo squilibrio nel microbiota intestinale/cutaneo o viceversa sia la disbiosi dovuta per esempio a un'alimentazione scorretta o cure antibiotiche, una delle cause della malattia.
Pignatti spiega che a supporto del legame tra microbiota e dermatite atopica si contano ormai decine di pubblicazioni all'anno su PubMed, tanto da aver attirato anche l'attenzione dei dermatologi e delle associazioni italiane, come la Associazione italiana dermatologi ambulatoriali (Aida) che recentemente ha introdotto la dermobiotica nelle sessioni congressuali.
Alla base di questa relazione inoltre vi sarebbero due teorie ben note da tempo in dermatologia. La prima è la “teoria igienica” (nata agli inizi degli anni '90 dagli studi di David Strachan, epidemiologo britannico attualmente in forza alla Saint George University of London e Erika von Mutius, pediatra e allergologa tedesca, oggi ai vertici dell'Istituto per la prevenzione dell'asma e delle allergie di Monaco) secondo cui la mancata esposizione a batteri e virus nella prima infanzia aumenterebbe la suscettibilità alle malattie allergiche sopprimendo lo sviluppo naturale del sistema immunitario. La seconda è quella dei “vecchi amici perduti”, elaborata nel 2003 da Graham Rook, docente di microbiologia medica alla University College London, che amplia la precedente e sostiene che la dermatite atopica sarebbe causata non solo da una mancata esposizione ai microrganismi che si trovano nell'ambiente, ma anche a quelli “simbiotici” che da sempre convivono con l'uomo. Aggiunge Pignatti: “Lo confermano anche gli studi sui bambini nati da parto cesareo, che hanno un rischio molto maggiore di sviluppare dermatite atopica, quasi doppio rispetto quelli nati con parto naturale. Lo stesso vale per i bambini allattati artificialmente rispetto a quelli allattati al seno. Questo perché il microbiota intestinale e cutaneo comincia a formarsi proprio nel momento del parto”.
Per quanto riguarda l'alimentazione invece, il suo ruolo nella dermatite atopica è noto da tempo. Negli ultimi anni però si dà sempre meno peso alle diete di esclusione (poco utili secondo una review Cochrane del 2008 che ne ha rivelato lo scarso beneficio, soprattutto in assenza di allergie documentate), mentre sembra acquistare interesse la capacità che gli alimenti hanno di modulare il microbiota. Precisa Pignatti: “Quando parliamo di alimentazione e dermatite atopica non dobbiamo pensare soltanto alle allergie, ma a tutto il discorso che riguarda la digestione, l'infiammazione da cibo, le intolleranze e l'eccesso di istamina che dall'intestino arriva in circolo nel sangue. Per questo a mio avviso, nel trattamento della dermatite atopica, è inutile parlare di microbiota e di probiotici senza considerare anche l'alimentazione e coinvolgere un nutrizionista. Per questo nella pratica clinica attuale studiamo l'alimentazione con il supporto di un nutrizionista e il microbiota intestinale con test genomici più accessibili per poi riequilibrarlo”.
Sempre più in futuro è probabile che la dermobiotica farà parte dell'approccio di presa in carico della persona con dermatite atopica - al di là di terapie farmacologiche specifiche - per una migliore gestione della patologia. “Diventerà imprescindibile”, sostiene Pignatti, conscio che però nella medicina ci vogliono anni perché le nuove conoscenze diventino pratica clinica. Intanto l'auspicio è che nel frattempo la tecnologia permetta di studiare più a fondo anche il microbiota cutaneo, al momento una pratica ancora molto complessa. “Quello cutaneo è una frontiera, ma alcune considerazioni possiamo già farle: come ridurre l'utilizzo di antibiotici anche topici, disinfettanti e cercare di lavorare più sulla barriera cutanea”.

05/09/2023 11:30:00 Andrea Piccoli


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