Gli antipertensivi riducono il rischio di Alzheimer

Effetto legato ai farmaci che stimolano i recettori dell'angiotensina II

Alcuni farmaci antipertensivi sembrano ridurre il rischio di insorgenza dell'Alzheimer. Lo dice uno studio pubblicato su Jama Network Open da un team della University of Washington School of Pharmacy di Seattle.
L'effetto però sarebbe legato solo agli antipertensivi che stimolano i recettori dell'angiotensina II, mentre è assente nei pazienti che assumono quelli che inibiscono gli stessi recettori.
Stando ai dati relativi a un campione di oltre 57.000 anziani, il trattamento con antipertensivi che stimolano i recettori era legato a un rischio inferiore del 16% di incidenza di malattia di Alzheimer (AD) e demenza correlata (ADRD) e a un rischio inferiore del 18% di demenza vascolare rispetto a quelli che inibiscono i recettori. ¬ęRaggiungere un adeguato controllo della pressione arteriosa √® essenziale per massimizzare la salute del cervello, e questa promettente ricerca suggerisce che alcuni antipertensivi potrebbero produrre benefici cerebrali superiori rispetto ad altri¬Ľ, sostengono gli autori dello studio guidati da Zachary A. Marcum.
Nel corso dello studio, alcuni partecipanti hanno utilizzato almeno una prescrizione per un farmaco stimolante il recettore dell'angiotensina II di tipo 2 e 4, come bloccanti del recettore dell'angiotensina II di tipo 1, calcio-antagonisti diidropiridinici e diuretici tiazidici. Altri partecipanti hanno usato una prescrizione per un inibitore dei recettori dell'angiotensina II di tipo 2 e 4, inclusi ACE-inibitori, beta-bloccanti e calcio-antagonisti non diidropiridinici.
¬ęTutti questi farmaci abbassano la pressione arteriosa, ma lo fanno in modi diversi¬Ľ, spiegano Marcum e colleghi. I ricercatori erano appunto interessati alla diversa attivit√† di questi farmaci sui recettori dell'angiotensina II di tipo 2 e 4.
I pazienti sono stati divisi in quattro gruppi: un gruppo di farmaci stimolanti (n = 4.879) costituito da individui che assumevano principalmente antipertensivi stimolanti; un gruppo di farmaci inibitori (n = 10.303) che includeva principalmente individui a cui era stato prescritto questo tipo di antipertensivo; un gruppo misto (n = 2179) che includeva una combinazione delle prime due classificazioni; e un gruppo di non utilizzatori (n = 40.413) composto da individui che non stavano usando nessuno dei due tipi di farmaco.
L'esito primario era il tempo alla prima comparsa di ADRD. L'esito secondario era il tempo alla prima insorgenza di demenza vascolare. Dopo aver considerato eventuali fattori confondenti, i risultati mostrano che l'inizio di un regime farmacologico antipertensivo che stimolava esclusivamente, piuttosto che inibire, i recettori dell'angiotensina II di tipo 2 e 4 era associato a un rischio inferiore del 16% di incidenza di ADRD su un follow-up di poco meno di 7 anni (hazard ratio [HR], 0,84; 95% CI, 0,79 - 0,90; P < 0,001).
Anche il rischio di ADRD rispetto ai farmaci inibitori era ridotto in maniera significativa). Per quanto riguarda la demenza vascolare, l'uso di farmaci stimolanti rispetto agli inibitori è stato associato a un rischio inferiore del 18% (HR, 0,82; IC 95%, 0,69 - 0,96; P = 0,02). Ancora una volta, l'uso del regime misto è stato associato a un ridotto rischio di demenza vascolare rispetto ai farmaci inibitori (P = 0,03).
Per quanto riguarda i meccanismi alla base del fenomeno, secondo Marcum e colleghi alla base potrebbe esserci un aumento del flusso sanguignoal cervello e una riduzione dell'amiloide.
¬ęSe si potesse spostare un po' la prescrizione dall'inibizione alla stimolazione, ci√≤ potrebbe ridurre il rischio di demenza. Tuttavia, non si suggerisce che tutti i pazienti cambino il loro regime¬Ľ, spiegano i ricercatori.


16/01/2023 14:30:00 Andrea Sperelli


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