Con Omicron non basta neanche l’isolamento

Il caso di due viaggiatori ospitati in un Covid Hotel

La capacità di contagio della variante Omicron è stupefacente. Il caso di un Covid Hotel di Hong Kong ne è la dimostrazione lampante. La vicenda ha coinvolto 2 viaggiatori risultati negativi al tampone molecolare prima di arrivare in città.
Il primo, 36 anni, proveniva dal Sudafrica, mentre il secondo, 62 anni, arrivava dal Canada.
Secondo i ricercatori, il primo si era contagiato poco prima di imbarcarsi in aereo, viaggiando durante il periodo di incubazione e risultando quindi ancora negativo al tampone di controllo alla partenza.
Ma durante l’isolamento in albergo ha sviluppato la positività, trasmettendo il virus al secondo uomo nonostante i due non si siano mai incontrati. La prova sta nel fatto che l’uomo di 62 anni è risultato positivo 4 giorni dopo il primo a un virus geneticamente identico, come ha dimostrato il sequenziamento del genoma virale dei due casi.
I ricercatori hanno allora ipotizzato che il secondo uomo si fosse infettato respirando l’aerosol che, provenendo dalla camera del primo uomo, si era diffuso nel corridoio dell’hotel. Quando l’uomo ha aperto la porta per prendere il cibo a lui destinato ha finito per lasciare entrare l’aria infetta nella sua camera.
La tesi è stata dimostrata dall’analisi dell’aria del corridoio, che ha mostrato un ristagno adiacente alle due stanze, oltre che dal movimento dell’aria stessa quando le porte delle camere venivano aperte in maniera brusca.
“In questo incidente sono state dimostrate la potenziale dispersione nell’aria, un’ampia contaminazione ambientale e la trasmissione per via aerea della variante di Omicron, che probabilmente rappresenterà una sfida maggiore per la strategia ‘zero COVID’ a Hong Kong”, spiegano gli autori dello studio.

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Uno studio in collaborazione fra il Centro Gamaleya e l’Istituto Spallanzani di Roma dimostra che 2 dosi di Sputnik V forniscono più titoli medi geometrici (GMT) di anticorpi neutralizzanti del virus contro la variante Omicron di COVID rispetto a 2 dosi di vaccino Pfizer (2.1 volte più alto in totale e 2.6 volte più alto 3 mesi dopo la vaccinazione).
Un articolo di un team di 12 scienziati italiani e 9 russi guidati da Francesco Vaia, direttore dell'Istituto Spallanzani e Alexander Gintsburg, direttore del Centro Gamaleya, è stato pubblicato su medRxiv.
Lo studio è stato condotto nell'Istituto Spallanzani nelle stesse condizioni di laboratorio dell'Istituto Spallanzani italiano su gruppi comparabili di sieri di individui vaccinati con Sputnik V e Pfizer, senza alcuna differenza statisticamente significativa nell'attività neutralizzante contro la variante Wuhan.
I vantaggi dello Sputnik V sono l'uso della glicoproteina S nativa (proteina spike senza stabilizzazione della prolina e altre modifiche) e l'uso di un regime di vaccinazione prime-boost eterologo. Il vaccino Pfizer utilizza la proteina spike in una forma stabilizzata con la prolina a differenza dello Sputnik V. La stabilizzazione con la prolina e altre modifiche possono spostare una risposta immunitaria prevalentemente verso il dominio di legame del recettore (RBD) attivamente mutante della proteina spike. Nella variante Omicron, un numero sostanziale di mutazioni è stato registrato esattamente nel RBD, che è il motivo per cui un calo così significativo dell'attività neutralizzante contro questa variante può essere osservato nei sieri dei vaccinati Pfizer.
Il potenziamento con Sputnik Light come parte dell'approccio "mix & match" può aiutare ad affrontare la bassa efficacia dei vaccini mRNA contro Omicron così come la documentata, e rapidamente calante, efficacia dei vaccini mRNA contro COVID-19. Le collaborazioni tra vaccini adenovirali e mRNA potrebbero fornire una protezione più forte contro Omicron e altre varianti.
Sulla base dei dati raccolti dall'Istituto Spallanzani e dei risultati di studi precedenti, il boosting eterologo ("mix & match") con Sputnik Light è la soluzione migliore per aumentare l'efficacia di altri vaccini ed estendere il periodo di protezione del richiamo in quanto la configurazione ottimale della piattaforma adenovirale fornisce una migliore protezione contro Omicron e altre mutazioni:

a. Sputnik Light come richiamo aumenta significativamente l'attività di neutralizzazione del virus contro Omicron, che è paragonabile ai titoli osservati dopo Sputnik V contro il virus di tipo selvaggio, associato ad alti livelli di protezione.

b. Sputnik Light ha già mostrato forti risultati come richiamo in studi "mix & match" in Argentina. Una combinazione di Sputnik Light con vaccini prodotti da AstraZeneca, Sinopharm, Moderna e Cansino, condotta in 5 province (Città e Provincia di Buenos Aires, così come Córdoba, La Rioja e San Luis) ha dimostrato che Sputnik Light induce una risposta anticorpale e delle cellule T più forte rispetto ad un regime omologo (due iniezioni dello stesso vaccino). Ogni combinazione di "cocktail di vaccini" con Sputnik Light ha fornito un titolo anticorpale più alto il 14° giorno dopo la somministrazione della una seconda dose rispetto ai regimi omologhi originali (stesso vaccino come prima e seconda dose) di ciascuno dei vaccini.

c. Poiché la durata della protezione vaccinale è la chiave per evitare un frequente boosting, gli autori di un altro studio in Argentina hanno notato che la protezione contro il coronavirus rimane stabile dopo la vaccinazione con il vaccino russo Sputnik V come conseguenza della maturazione degli anticorpi, con conseguente miglioramento della potenza degli anticorpi alle mutazioni di fuga virale.

d. Lo studio condotto da un certo numero di istituti molto rispettati negli Stati Uniti (Centro Medico Beth Israel Deaconess, Università Harvard, Istituto Ragon di MGH, MIT e Università della Carolina del Nord) ha dimostrato che il richiamo del vaсcino Pfizer con vettore Ad26 produce un'ottima protezione durevole contro Omicron con un aumento di 4 volte superiore di cellule T specifiche per Omicron e 2.4 volte di titoli anticorpali neutralizzanti contro il richiamo Pfizer. Sputnik Light è basato sul vettore Ad26 ed è il richiamo universale per altri vaccini contro tutte le mutazioni:

e. Uno studio americano su 168 milioni di persone ha dimostrato che il vaccino COVID one-shot basato su Ad26 è superiore contro le infezioni e le ospedalizzazioni rispetto ai vaccini mRNA a due dosi che calano rapidamente. Nel sesto mese dopo la vaccinazione, la protezione Pfizer contro l'ospedalizzazione è scemata 4 volte, mentre non vi era alcuna prova di protezione calante contro l'ospedalizzazione per il vettore Ad26:

f. Un altro studio condotto su quasi 500.000 operatori sanitari in Sudafrica ha dimostrato l'85% di efficacia del richiamo Ad26 contro l'ospedalizzazione causata dalla variante Omicron:

La collaborazione tra i produttori di vaccini attraverso il potenziamento eterologo ("mix & match") con altri vaccini è necessaria per affrontare il rapido declino dell'efficacia dei vaccini mRNA contro COVID-19, che è stato documentato in più studi:

a. Lo studio negli Stati Uniti tra la popolazione di 65+ anni ha dimostrato che la diminuzione dell'efficacia del vaccino mRNA contro il Delta ha accelerato dopo il mese 4, raggiungendo un minimo di circa il 20% nei mesi dal 5 al 7

b. Secondo i dati svedesi, l'efficacia del vaccino Pfizer contro il ceppo Delta sta scendendo a meno del 30% dopo 6 mesi

c. L'Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito ha informato che coloro che avevano ricevuto tre dosi del vaccino di Pfizer hanno notato che la loro protezione contro la malattia sintomatica causata dalla variante Omicron e' scesa al 45% entro 10 settimane.

Alexander Gintsburg, direttore del Centro Nazionale di Ricerca dell'Epidemiologia e Microbiologia, ha detto:

"Lo studio congiunto del Centro Gamaleya e dell'Istituto Spallanzani ha confermato i risultati ottenuti nel nostro studio separato pubblicato nel dicembre 2021. I dati scientifici concreti dimostrano che Sputnik V ha una maggiore attività di neutralizzazione del virus contro Omicron rispetto ad altri vaccini e avrà un ruolo importante nella lotta globale contro questa nuova variante contagiosa".
Denis Logunov, vice direttore del Centro Nazionale di Ricerca dell'Epidemiologia e Microbiologia, ha notato:

"L'Istituto Spallanzani è uno dei principali centri di ricerca europei e il nostro studio congiunto ha fornito un'opportunità unica per l'analisi indipendente di diverse piattaforme vaccinali contro Omicron. La piattaforma vettoriale adenovirale nel nucleo dei vaccini Sputnik V e Sputnik Light ha dimostrato ancora una volta di essere la soluzione migliore per creare un'immunità forte e duratura contro COVID e le sue nuove varianti".
Kirill Dmitriev, CEO del Fondo Russo di Investimenti Diretti, ha commentato:
"I risultati dello studio in Italia confermano che Sputnik V offre la protezione più forte contro Omicron. La piattaforma adenovirale ha mostrato un'alta efficacia nel combattere le mutazioni di COVID in precedenza. L'associazione di diverse piattaforme è la chiave e il potenziamento eterologo ("mix & match") con Sputnik Light aiuterà a rafforzare l'efficacia di altri vaccini alla luce della sfida combinata di Delta e Omicron".

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È probabilmente inutile somministrare una quarta dose di vaccino anti-Covid su vasta scala. I primi dati provenienti da Israele, l’unico paese in cui è già partita la campagna per l’ulteriore booster, non sono particolarmente incoraggianti.
Secondo i dati dello Sheba Medical Center, i vaccini di Pfizer e Moderna sono sicuri e assicurano la produzione di un maggior quantitativo di anticorpi con la quarta dose, ma la loro protezione nei confronti dell’infezione causata da Omicron risulta più debole rispetto ad altre varianti.
Nello studio sono stati reclutati 154 medici fra il personale dello Sheba Medical Center, sottoposti alla quarta dose del vaccino Pfizer, e altri 120 che si sono offerti volontari per il vaccino di Moderna. Gli studi hanno mostrato che una settimana dopo che le persone hanno ricevuto il vaccino Moderna (dopo che in precedenza avevano ricevuto tre dosi di Pfizer), l’aumento dei livelli di anticorpi è stato simile a quelli che hanno ricevuto con la quarta dose del vaccino Pfizer (dopo che in precedenza avevano ricevuto 3 dosi di Pfizer). Il processo ha inoltre mostrato che due settimane dopo aver ricevuto la quarta dose di vaccino Pfizer, i livelli di anticorpi hanno continuato a salire leggermente dopo la prima settimana.
Il professor Gili Regev-Yochay, direttore dell’Unità di Malattie infettive, ha dichiarato che “l’aumento dei livelli di anticorpi che abbiamo visto sia con Moderna che con Pfizer è leggermente superiore a quello visto dopo la terza dose di vaccino di richiamo. Tuttavia, come abbiamo visto all’interno dei nostri studi sierologici in corso tra il personale di Sheba e il numero crescente di personale che viene infettato da Omicron, nonostante l’aumento dei livelli di anticorpi la quarta dose di vaccino offre solo una difesa parziale contro il virus. I vaccini Pfizer-Moderna, che erano più efficaci contro le varianti precedenti, offrono una protezione inferiore rispetto a Omicron”.

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I ricercatori lo avevano intuito fin dalle prime battute della pandemia che ha sconvolto il mondo. La vera caratteristica vincente di Sars-CoV-2 è rappresentata dall’alta quota di asintomatici che portano in giro inconsapevolmente il virus. A dispetto di molte altre infezioni, però, in questo caso gli asintomatici sono pericolosi per la comunità proprio come chi sviluppa sintomi.
Una revisione pubblicata su Jama da un team di autori cinesi afferma che anche per gli asintomatici, laddove possibile, debba valere la regola dell’isolamento e della quarantena.
«Le infezioni asintomatiche dovrebbero essere considerate una fonte di infezioni da Covid-19 che svolge un ruolo importante nella diffusione del virus all'interno della comunità, proprio mentre la vita pubblica torna gradualmente alla normalità – chiariscono i ricercatori –. La gestione dei portatori asintomatici si dimostra così essenziale per prevenire focolai di cluster e la trasmissione all'interno dei luoghi di contatto sociale”.
“Abbiamo condotto una meta-analisi seguendo gli elementi di segnalazione preferiti per le revisioni sistematiche – spiegano gli autori della ricerca scientifica –. L’obiettivo era stimare la percentuale aggregata di infezioni asintomatiche tra le popolazioni testate e confermate. Per far questo abbiamo eseguito analisi di sottogruppi di luogo di studio (Africa, Asia, Europa, Nord America e Sud America), esaminato il livello dei Paesi presi in esame (sviluppato o in via di sviluppo), la popolazione oggetto degli studi analizzati (viaggiatori d’aereo o di crociera, contatti stretti, comunità residenti, operatori sanitari o pazienti ricoverati in ospedale, residenti o personale di case di cura e donne in gravidanza donne)”.
Si tratta di un materiale corposo costituito da 2.860 studi, 282 dei quali sono stati sottoposti a revisione full-text. Alla fine, ne sono stati inclusi 95, quelli che mostravano informazioni riguardanti le percentuali di infezioni asintomatiche.
Il campione rappresentato dagli studi era costituito da 29.776.306 soggetti, 11.516 dei quali presentavano un’infezione asintomatica.
La percentuale aggregata di infezioni asintomatiche tra i testati è stata dello 0,25%, declinata in questo modo: il 4,52% negli ospiti o nel personale delle case di cura; il 2,02% nei viaggiatori d’aereo o crocieristi; il 2,34% nelle donne in gravidanza; l’1,46% negli stretti contatti; lo 0,75% negli operatori sanitari o nei pazienti d’ospedale; lo 0,40% nei residenti della comunità. La percentuale complessiva delle infezioni asintomatiche è stata dello 0,90% in Europa, dello 0,47% nel Nord America e dello 0,05% in Asia. Ed era più alta quando l'età media della popolazione esaminata era di 60 anni o più.
Ma la percentuale di asintomatici fra i malati Covid conclamati era molto diversa: su 19.884 persone, ben 11.069 erano asintomatiche, una percentuale del 40,5%.
“La constatazione di un alto numero di infezioni asintomatiche tra chi si sposta in aereo o viaggia in crociera suggerisce che lo screening e la quarantena all'arrivo in aeroporto sono importanti per ridurre il contagio – sottolineano i ricercatori –. Inoltre, abbiamo scoperto un dato contrastante: la percentuale di infezioni asintomatiche tra la popolazione testata era relativamente bassa tra i residenti delle comunità, mentre era consistente tra i malati Covid accertati (39,74%). Ciò ci porta a pensare che, proprio a causa di chi non ha sintomi ma è positivo al Coronavirus, il contagio possa moltiplicarsi. Per cui, all’interno delle comunità, anche gli asintomatici dovrebbero essere testati ciclicamente”.
Poi ci sono gli operatori sanitari, che pure contano il 30,01% di asintomatici in grado di veicolare il virus. “Pure in questo caso la sorveglianza è importante per il controllo e la trasmissione delle infezioni – concludono i ricercatori –. Ma, contestualmente, va mantenuta l’igiene delle mani e personale, nonché indossati i dispositivi di protezione per i visitatori negli ospedali”.
Il booster del vaccino Moderna garantisce l'aumento di 37 volte degli anticorpi neutralizzanti contro Sars-CoV-2. Il dosaggio della terza dose di Moderna è di 50 microgrammi. I ricercatori dell'azienda americana stanno anche sperimentando gli effetti di una dose da 100 microgrammi, la stessa utilizzata per le prime due dosi. In questo caso, gli anticorpi aumentano addirittura di 83 volte rispetto ai livelli precedenti.
La variante Delta è ancora largamente dominante in Italia, con una prevalenza stimata al 99%. La Omicron si è appena affacciata nel nostro paese ed è stimata allo 0,19%.
Tutti gli epidemiologi sono però concordi nel dire che si tratta solo di una questione di giorni o settimane prima che la nuova variante prenda il sopravvento. Nel Regno Unito sono stati registrati oltre 70.000 nuovi contagi, il 10% dei quali riconducibili a Omicron. In Danimarca la variante è stimata all’8%. Sulla base di questi dati, il governo ha deciso di imporre l’obbligo di tampone per i viaggiatori che arrivano in Italia, con la speranza di rallentare il diffondersi della nuova variante e dare al sistema sanitario il tempo necessario a immunizzare con la terza dose il maggior numero possibile di cittadini.
L’ultima indagine condotta da Iss e Fondazione Bruno Kessler ha sequenziato 2.241 campioni, di cui 4 sono risultati positivi alla Omicron.
“La flash survey dà una fotografia della situazione in un determinato giorno, da cui si può stimare la prevalenza delle varianti in circolazione. È uno strumento molto utile nelle fasi di transizione, in cui si cerca di monitorare possibili variazioni, e le informazioni che ne derivano sono complementari a quelle date dalla piattaforma ICoGen, che invece raccoglie tutte le segnalazioni di casi – osserva il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro -. La presenza della Omicron era largamente attesa, in linea con quanto osservato anche negli altri paesi, e le prossime indagini ci permetteranno di stimarne la velocità di diffusione. Restano fondamentali le raccomandazioni date finora, di iniziare o completare il ciclo vaccinale anche con la dose booster e di seguire le misure di distanziamento e igiene per ridurre al minimo la diffusione del virus”.
Queste le principali conclusioni
- In linea con i risultati della quick survey del mese di settembre 2021, la variante delta rappresenta la variante predominante di SARS-CoV-2 nel nostro Paese (prevalenza stimata> 99%).
- La variante omicron è stata segnalata in quattro casi in tre Regioni, relativamente alla data di campionamento di questa survey dell’inizio di dicembre (prevalenza grezza 0,19%, prevalenza pesata per numero di casi regionali 0,32%).
- A partire da questi risultati, anche considerando i possibili bias, si sottolinea che la
vaccinazione continua a prevenire i decessi, riduce il numero dei ricoveri nonostante il continuo predominio della variante Delta, che è fino al 60% più trasmissibile rispetto alla variante precedentemente dominante, Alfa.

Intanto giungono buone notizie dal Sudafrica. La tanto temuta variante Omicron mostra caratteristiche potenzialmente utili ai nostri interessi. Sembra in grado di eludere la protezione data dal vaccino rispetto all’infezione, ma allo stesso tempo produrrebbe sintomi più lievi rispetto alle varianti precedenti.
È la conclusione cui giunge uno studio condotto da Discovery Health – una delle maggiori assicurazioni sanitarie del Sudafrica – su 211.000 casi positivi alla variante Omicron.
Dai dati emerge che la protezione contro il contagio dopo due dosi di Pfizer è appena del 33%, molto più bassa rispetto alle altre varianti. Rimane alta la protezione contro le complicanze della malattia, attorno al 70%.
Lo studio non ha dati sugli effetti della terza dose, ma è presumibile che le percentuali risalgano ai livelli accertati per la variante Delta.

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I ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele hanno messo a punto un innovativo modello sperimentale di infezione da coronavirus in grado di migliorare l’accuratezza della ricerca scientifica internazionale su Covid-19. Il modello, descritto sulle pagine della prestigiosa Science Immunology, permetterà di studiare nei topi sia i meccanismi di trasmissione di SARS-CoV-2 sia la malattia Covid-19, in fase acuta e a lungo termine, e di testare l’efficacia di nuove classi di antivirali e vaccini.
A guidare la ricerca sono Matteo Iannacone, professore associato dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, e Luca Guidotti, vicedirettore scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore ordinario presso la stessa università.
Trovare terapie e vaccini efficaci contro l’infezione da SARS-CoV-2 non sarebbe possibile senza modelli sperimentali, animali e in vitro, che permettano di replicare la manifestazione clinica del Covid-19 osservata negli esseri umani. Non solo, ma studiare in laboratorio SARS-CoV-2 e la sua interazione con il sistema immunitario può prepararci a eventuali futuri salti di specie di nuovi coronavirus appartenenti alla stessa famiglia (di cui fanno parte anche i virus della MERS e della SARS).
Il modello sperimentale utilizzato oggi nei laboratori di tutto il mondo per studiare il Covid-19, quello che ci ha permesso di sviluppare i primi vaccini e i primi antivirali, è stato infatti messo a punto tra il 2003 e il 2005, a seguito dello scoppio dell’epidemia SARS, da un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Iowa. Si tratta di topi modificati geneticamente per esprimere nelle cellule delle vie respiratorie lo stesso recettore (chiamato hACE2) presente negli esseri umani e a cui si lega con efficienza la proteina Spike dei coronavirus. I topi vengono poi contagiati utilizzando una soluzione liquida contenente il virus mentre si trovano sotto anestesia profonda.
“Questo modello replica purtroppo molto male la malattia che osserviamo negli esseri umani. Rispetto a noi, i topi mostrano infatti minori sintomi di tipo respiratorio e una più importante infezione a livello del sistema nervoso, rendendo lo studio della malattia, del suo impatto a lungo termine e dell’efficacia dei farmaci molto più difficile e lenta”, spiega Matteo Iannacone.
Ecco perché il gruppo di ricercatori del San Raffaele ha pensato di mettere a punto un nuovo modello basato su un sistema di contagio molto più simile a quello naturale, ovvero di esporre gli animali a una soluzione nebulizzata del virus, un aerosol in cui le particelle virali sono sospese, esattamente come accade quando entriamo in una stanza con un’alta concentrazione del virus e senza saperlo lo respiriamo attraverso le mucose del naso.
Nel nuovo modello i topi esibiscono tutte le caratteristiche che abbiamo imparato a conoscere di questa malattia, come l’infezione e l’ostruzione delle vie respiratorie, l’infiammazione, la perdita dell’olfatto.
Oltre a permettere una migliore comprensione dei meccanismi fisiopatologici del Covid-19, il modello ci aiuterà a capire meglio come temperatura, umidità e concentrazione delle particelle virali influenzino la probabilità di contagio e il decorso clinico dell’infezione.
“Lo sviluppo di nuove terapie sempre più efficaci e sicure contro infezioni virali come Covid-19 dipende dalla nostra capacità di costruire dei modelli sperimentali accurati, in grado di replicare al meglio delle nostre possibilità quello che accade nei pazienti”, afferma Luca Guidotti, responsabile della ricerca in vivo su Covid-19 al San Raffaele.
“Come dimostrano i recenti successi nel campo dell’Epatite B, è proprio grazie a piattaforme tecnologiche d’avanguardia, laboratori ad alta biosicurezza e competenze multidisciplinari che un istituto come il nostro può fare la differenza nella lotta ai virus”.
Questo lavoro è stato condotto all’interno dell’unico laboratorio di biosicurezza P3 in Italia per lo studio in vivo di virus ad alta pericolosità attraverso tecnologie avanzate di imaging e di sequenziamento genico. Tra il 2020 e il 2021 il laboratorio è stato parzialmente convertito allo studio di SARS-CoV-2 e Covid-19 grazie al supporto del gruppo Same Deutz Fahr e della Fondazione Prossimo Mio.

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Un nuovo test potrebbe rivoluzionare il tracciamento dei casi positivi a Sars-CoV-2. Ci stanno lavorando i ricercatori dell’Università di Sheffield in collaborazione con l’azienda Parayte.
Il test si basa sulla rilevazione di particelle di virus intatte e fornisce un risultato in 5 minuti. La quantità di particelle minima per essere rilevata è di 1.000 in un campione. Un paziente positivo ha in media circa 1 milione di particelle virali.
"Ciò che distingue questo test dalla tecnologia già disponibile come Pcr e test rapidi è la sua velocità - evidenzia il professor Carl Smythe, della School of Biosciences dell'Università di Sheffield - e il fatto che rileva particelle virali intatte. Il rilevamento di particelle intatte è importante in quanto la loro presenza è un ottimo indicatore di infettività rispetto a un test Pcr che rileva frammenti di geni, che possono persistere nel naso e nella gola delle persone per lunghi periodi di tempo. I test rapidi d'altra parte sono più veloci ma non sono così sensibili in quanto danno un risultato positivo solo quando ci sono grandi quantità di materiale virale in un campione, quindi spesso non possono identificare le persone asintomatiche".
Il test sviluppato dai ricercatori inglesi ha quindi l’obiettivo di coniugare l’affidabilità assicurata dai tamponi molecolari con la velocità garantita dai test antigenici. Il test funziona con un colorante fluorescente che evidenzia le proteine presenti nel virus. Il display integrato nel test darà esito verde per i negativi e rosso per i positivi.

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I dati israeliani sulla terza dose del vaccino anti-Covid sembrano promettenti. Stando ai dati relativi a 728.231 persone che hanno ricevuto la terza dose nell’ambito del programma di vaccinazione dello stato di Israele, la percentuale di efficacia riguardo alla protezione dalla malattia severa sarebbe del 92%.
La percentuale emerge da un raffronto con i dati di un gruppo di controllo che aveva ricevuto solo le prime due dosi.
Le ospedalizzazioni del gruppo di controllo sono state 231, mentre quelle del gruppo della dose booster soltanto 29. Fra questi ultimi i decessi sono stati 7, contro i 44 del gruppo che aveva ricevuto solo le prime due dosi. Ran Balicer, uno dei responsabili della ricerca, commenta: “i risultati dimostrano che la terza dose è estremamente efficace”.
Quasi 4 milioni di israeliani hanno già ottenuto la terza dose, circa il 42% della popolazione. L’effetto della campagna è evidente dall’analisi del tasso di positività, arrivato all’8% agli inizi di settembre e ora ridisceso allo 0,81%.

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Cartelli con il numero 3.783 sono comparsi nel corso delle manifestazioni contro il Green Pass in varie città italiane. Di cosa si tratta? In sostanza, dell’ultima sciocchezza no-vax riguardo alla pandemia da Covid-19.
Alcuni giorni fa, il quotidiano Il Tempo ha pubblicato un editoriale nel quale si sosteneva che soltanto 3.783 persone erano morte a causa di Covid-19 in Italia. Una cifra lontanissima da quella ufficiale che parla di oltre 130.000 morti. Com’è possibile?
L’autore dell’articolo ha preso spunto dal rapporto dell’Iss datato 19 ottobre nel quale gli esperti stratificano i contagi e i decessi in vari modi. Tra le altre cose, l’Iss segnala il numero medio di malattie osservate in un campione di morti pari a 7.910 soggetti. In questo campione, non risultavano affetti da altre patologie 230 pazienti, ovvero il 2,9 per cento del campione.
L’editorialista del Tempo ha pensato bene di utilizzare questa percentuale – ricavata su un campione – per stabilire il numero “reale” di morti per Covid-19. Il 2,9% di 130.468 decessi (quelli registrati fino a quel momento) fa appunto 3.783. Un calcolo senza alcun senso logico, in primo luogo perché ottenuto utilizzando una percentuale relativa a un altro dato, in secondo luogo perché arbitrariamente esclude dal conteggio le persone decedute per Covid ma affette da altre malattie. Non fosse stato per il virus, quelle persone avrebbero continuato la loro vita anche se affette da un’altra malattia, che in molti casi era del tutto gestibile, ad esempio il diabete o l’ipertensione.
Per contribuire a chiarire la situazione, l’Iss ha poi pubblicato una nota sul tema che riportiamo di seguito:

In relazione a quanto riportato da diversi media riguardo ai dati contenuti nel report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi a SARS-CoV-2 in Italia pubblicato lo scorso 19 ottobre, ed al fine di promuovere una loro appropriata interpretazione si ritiene utile precisare che:
- Nel rapporto non è affermato che solo il 2,9% dei decessi attribuiti al Covid-19 è dovuto al virus. La percentuale del 2.9%, peraltro riportata anche nelle edizioni precedenti, si riferisce alla percentuale di pazienti deceduti con positività per SARS-CoV-2 che non avevano altre patologie diagnosticate prima dell’infezione. La cifra peraltro è confermata dall’osservazione fatta fin dalle prime fasi della pandemia e ampiamente riportata in diversi studi nazionali e internazionali e rapporti anche dall’Iss, che avere patologie preesistenti costituisce un fattore di rischio.
- I rapporti congiunti ISTAT-ISS stilati sulla base dei certificati di morte riportano come COVID-19 sia la causa direttamente responsabile della morte nell’89% dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2
- Indipendentemente dal COVID 19, si sottolinea che la presenza di patologie croniche nella popolazione anziana è molto comune. Un recente rapporto dell’Istat indica che solo il 15% della popolazione anziana non soffrirebbe di patologie croniche e che circa il 52% soffrirebbe di 3 o più patologie croniche.
In considerazione del fatto che le patologie croniche rappresentano un fattore di rischio per decesso da COVID-19 e che queste sono molto comuni nella popolazione generale, non deve sorprendere l’alta frequenza di queste condizioni nella popolazione deceduta SARS-CoV-2 positiva.
- Non è inoltre corretto, altresì, affermare che le patologie riscontrate nei deceduti SARS-CoV-2 positivi avrebbero comunque portato a decesso “in tempi brevi”. La concomitanza di più patologie croniche nella stessa persona costituisce di per sé elemento di fragilità in genere compensato con appropriate terapie: il contrarre una infezione come SARS-CoV-2 si traduce in un aumentato rischio di complicanze e di morte. Sin dall’inizio della pandemia, infatti, è stato censito un eccesso di mortalità nella popolazione, cioè un numero di deceduti superiore a quello degli anni precedenti, le cui stime sono periodicamente riportate nel rapporto congiunto Iss-Istat. Si precisa che le patologie pre-esistenti riportate nel report, finalizzato alla caratterizzazione delle caratteristiche dei deceduti, vengono valutate da un gruppo di medici dell’ISS attraverso la revisione di un campione di cartelle cliniche ospedaliere inviate a ISS dalle regioni e Province Autonome, e le patologie preesistenti riscontrate più frequentemente sono ipertensione, diabete di tipo 2 e demenza, patologie molto frequenti nella popolazione.

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Una percentuale non indifferente di popolazione è sensibile alle reazioni allergiche, di conseguenza la vaccinazione anti-Covid viene spesso sconsigliata. Il caso di Imad Rouita, però, potrebbe fare scuola. L’uomo si è sottoposto all’inoculazione presso l’Ospedale Angelo di Mestre attraverso la tecnica definita di “vaccinazione frazionata”.
"Mi sono affidato alla scienza - dice Imad -, e ora quei miei amici che non si sono vaccinati per paura, pur essendo invece idonei, ci stanno ripensando". L'uomo ha deciso di immunizzarsi sotto osservazione all'Angelo: il primo ospedale del Nordest ad aver già vaccinato in ambito protetto due soggetti, uno è appunto Imad, allergici all'eccipiente del vaccino. I due pazienti non hanno mostrato effetti collaterali.
La vaccinazione frazionata si basa su inoculazioni progressive: ogni dose viene divisa in 3 iniezioni somministrate in ambito ospedaliero a distanza di 20 minuti l’una dall’altra. Il paziente viene lasciato poi in osservazione per un’altra ora. L’efficacia rimane la stessa, ma la tollerabilità è molto più alta.
In genere, sono comunque poche e nella maggior parte dei casi non gravi le reazioni avverse ai vaccini anti-Covid. Lo segnala il nuovo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini dell’Aifa. Stando al rapporto, sono state segnalate 101.110 reazioni avverse su un totale di oltre 84 milioni di dosi somministrate.
L’85,4% di esse sono però riferite a eventi non gravi, sostanzialmente dolore in sede di iniezione, febbre, stanchezza, dolori muscolari. Le segnalazioni gravi sono il 14,4% del totale, con un tasso di 17 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate.
Nella maggior parte dei casi, la reazione avversa si è avuta nella stessa giornata della vaccinazione. Il vaccino più utilizzato è quello di Pfizer (71,2%), poi AstraZeneca (14,5%), Moderna (12,5%) e Johnson & Johnson (1,8%). La segnalazione di eventi avversi rispetta più o meno questa distribuzione. Il vaccino di AstraZeneca mostra un tasso di segnalazioni leggermente più alto rispetto a quello relativo alla distribuzione (22%), mentre Moderna è quello che fa meglio in rapporto all’utilizzo con soltanto il 9% di segnalazioni.
C’è anche un dato sulle vaccinazioni eterologhe: fra le persone che avevano ricevuto AstraZeneca come prima dose, sottoponendosi poi alla somministrazione di Pfizer o Moderna, sono state segnalate 262 reazioni avverse su 644.428 dosi, con un tasso di segnalazione di 40 ogni 100.000 dosi somministrate.
Il rapporto indica in 14 i casi di morte associata all’utilizzo dei vaccini, per un tasso di 0,2 casi ogni milione di dosi.

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Un team di ricercatori italiani ha effettuato uno studio su 166 soggetti affetti da Covid-19 con differente grado di carica virale nel quale è stata messa a punto una metodologia per determinare il numero assoluto di molecole di RNA virale contenute nei tamponi molecolari utilizzati per individuare la positività al virus. La ricerca pubblicata su Communications Biology permette di individuare il grado di infettività di persona affetta da Covid-19.
A seguito dell’infezione da SARS-Cov-2, il virus produce due tipi di molecole di RNA: 1) un filamento di RNA di circa 30,000 nucleotidi corrispondente al genoma completo del virus; 2) una serie di molecole di RNA discontinue dette anche trascritti-sub-genomici che codificano per le proteine necessarie ad assemblare nuovi virioni e sono necessari per la replicazione del virus. Queste molecole costituiscono dunque un indice dell’attività di replicazione virale e, indirettamente, del grado di infettività di un soggetto affetto da COVID-19.
“La nuova metodologia sviluppata, basata sull’utilizzo della tecnica della “droplet digital PCR” (ddPCR) consente di conteggiare separatamente il numero di molecole di RNA genomiche e subgenomiche. I test molecolari standard attualmente utilizzati, basati invece sulla tecnica della “real time PCR” non sono in grado di discriminare tra i due tipi di RNA virali”, spiega Graziano Pesole del Cnr-Ibiom.
Dal momento che le molecole subgenomiche sono marcatori di un processo infettivo in corso, nel quale si ha proliferazione di nuove particelle virali, approcci basati su questo principio potranno essere applicati in futuro per determinare il grado di infettività di una persona, anche nel corso del tempo. “Lo studio ha mostrato che la percentuale di RNA subgenomici è correlata alla carica virale ed è anche analogamente determinabile da analisi mediante sequenziamento massivo del trascrittoma. I risultati presentati contribuiscono a comprendere meglio la dinamica dell’espressione di SARS-Cov-2 in diverse condizioni e a mettere a punto strategie diagnostiche innovative per fronteggiare la pandemia da SARS-Cov-2”, conclude Pesole.
Lo studio è stato realizzato da un team dell’Istituto di biomembrane, bioenergetica e biotecnologie molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibiom) di Bari, dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, dell’Università Statale di Milano, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Puglia e Basilicata e del Laboratorio Covid dell’Ospedale “Di Venere” di Bari, con il supporto della piattaforma genomica e bioinformatica messa a disposizione dal nodo italiano dell’Infrastruttura di ricerca europea Elixir per le scienze della vita.
Un nuovo test sarà in grado di distinguere fra la positività all’influenza A e B e quella a Sars-CoV-2. Lo ha messo a punto DiaSorin, che spiega: "Il test è approvato per l’utilizzo sulla piattaforma Liaison Mdx, viene eseguito direttamente sul campione raccolto tramite tampone nasofaringeo senza richiedere alcun processo di estrazione e sarà presentato alla Food and Drug Administration statunitense per ottenere l’approvazione".
Il test riesce a individuare oltre 80 varianti del virus dell’influenza, oltre a quelle che appartengono a Sars-CoV-2, comprese quella dominante Delta e le ultime emerse, Kappa, Lambda e Mu.
Lo scorso anno il numero dei casi di influenza è calato nettamente grazie al maggior tasso di vaccinazione e all’uso delle mascherine. Ma ciò significa anche una maggiore suscettibilità della popolazione rispetto agli anni passati.
"L’identificazione puntuale del virus che causa l’infezione è infatti fondamentale per la gestione delle terapie a cui sottoporre il paziente e per l’applicazione della corretta profilassi per evitare la diffusione del virus".

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I vaccini sviluppati contro Covid-19 fanno il loro lavoro. Il report dell’Istituto superiore di sanità evidenzia la grande efficacia dei vari preparati, che in media riescono a ridurre del 77% il rischio di diagnosi.
Ma le percentuali migliori sono quelle che riguardano la malattia grave; i vaccinati sono protetti al 93% dall’ospedalizzazione e al 96% da terapia intensiva e morte.
Negli ultimi 30 giorni, il tasso di ospedalizzazione per i non vaccinati è 9 volte più alto dei vaccinati, 219,1 contro 24,5 su 100.000 abitanti.
Fra gli over 80 negli ultimi 30 giorni il tasso di ricoveri in terapia intensiva dei vaccinati con ciclo completo è ben 13 volte più basso dei non vaccinati (1,1 contro 14,8 per 100.000 abitanti) mentre il tasso di decesso è quindici volte più alto nei non vaccinati rispetto ai vaccinati con ciclo completo (76,2 contro 5,0 per 100.000 abitanti).
È allo studio un nuovo antivirale per le forme non gravi di Covid-19. Ci sta lavorando Pfizer, che ha avviato uno studio di fase 2-3 che valuterà la sicurezza e l’efficacia di un farmaco antivirale sperimentale per il contrasto di Sars-CoV-2.
Il farmaco – denominato per il momento PF-07321332 – è indicato per gli adulti sintomatici non ricoverati e non a rischio di progressione verso forme gravi della malattia.
Lo studio, randomizzato in doppio cieco - informa il gruppo americano in una nota - arruolerà circa 1.140 partecipanti che riceveranno o PF-07321332 più ritonavir o placebo ogni 12 ore per 5 giorni. Gli inibitori della proteasi come PF-07321332 - ricorda Pfizer - sono disegnati per bloccare l'attività dell'enzima principale di cui il coronavirus necessita per replicarsi.
Una bassa dose di ritonavir, altro inibitore della proteasi, può contribuire a rallentare il metabolismo di PF-07321332 permettendogli di restare nell'organismo più a lungo a concentrazioni più elevate, continuando così ad agire per combattere Sars-CoV-2.
Il primo studio registrativo di fase 2-3 su PF07321332/ritonavir è partito a luglio su adulti sintomatici non ospedalizzati con diagnosi di Covid-19 ad aumentato rischio di progredire verso forme gravi. Il nuovo trial punta invece a testare l'approccio anche in pazienti sintomatici che non corrono questo rischio. In caso di successo del trial, evidenzia Pfizer, PF-07321332/ritonavir potrebbe rispondere a "una significativa esigenza medica non soddisfatta: fornire ai pazienti una nuova terapia orale che potrebbe essere prescritta al primo segno di infezione, senza che si renda necessario il ricovero".
Mentre la scienza e le istituzioni si interrogano sulla somministrazione della terza dose di vaccino e sul prolungamento della validità del green pass, gli italiani si interrogano sulle loro difese immunitarie e vogliono sapere se la vaccinazione ha prodotto lo sviluppo degli anticorpi che proteggono dal virus e dalle sue conseguenze più gravi. In molti pensano quindi di effettuare un test sierologico.
Ma cosa rileva questo esame e come bisogna leggerlo? “Se il test sierologico risulta negativo non bisogna allarmarsi e pensare subito che non ci sia stata risposta al vaccino perché, invece, potrebbe essersi sviluppata una linea di difesa diversa, quella dei linfociti T”. La rassicurazione arriva da Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova.
“Il test sierologico - spiega l’infettivologo - è uno strumento utile ma non necessario. Si tratta infatti di un test di primo livello che individua le Igg e le Igm (le difese immunitarie in circolo, ndr), ma non rileva le difese immunitarie che si rifanno alla linea dei linfociti T. Queste ultime infatti si rilevano con i test di secondo e terzo livello, che si possono effettuare in ospedale o nei centri di ricerca. È possibile dunque - prosegue Bassetti - avere un esame sierologico da cui non risultano gli anticorpi Igg e Igm, ma avere i linfociti T attivati nei confronti della proteina spike ed essere quindi in grado, in qualche modo, di difendersi dal virus”.
L’esame sierologico tradizionale, tiene a precisare il primario, “può dunque essere utile per capire se un soggetto ha risposto o meno al vaccino. Tuttavia in quelli che hanno il test negativo bisognerebbe approfondire la diagnostica. È una cosa che dico da tempo; c’è bisogno di ambulatori e laboratori specifici che prendano in carico questi soggetti per capire se davvero non hanno risposto al vaccino o se hanno risposto a un’altra linea di difesa”.
Dopo 6 mesi dalla somministrazione della seconda dose l’efficacia dei vaccini anti-Covid segna un calo significativo dell’efficacia. La riduzione del rischio di infezione rimane comunque attorno al 60%, mentre quella del rischio di malattia grave o morte è ancora più alta.
A offrire gli ultimi dati è uno studio del King’s College di Londra realizzato in collaborazione con il gruppo Zoe Covid.
A un mese dalla somministrazione della seconda dose, la riduzione del rischio di infezione è dell’88% per Pfizer e del 77% per AstraZeneca, mentre a 6 mesi è rispettivamente del 74% e del 67%.
Il calo riguarda solo l’infezione non grave, ma se il trend dovesse continuare anche nei mesi successivi e se si manifestassero nuove varianti, allora ricoveri e decessi potrebbero risentirne.
Per questo motivo, Tim Spector – coordinatore dello studio, suggerisce al governo inglese di adottare un piano per la somministrazione di una terza dose.
Dati provenienti dai registri del Public Health England e pubblicati sul New England Journal of Medicine confermano l’alta efficacia di due dosi di vaccino Pfizer o AstraZeneca nei confronti della variante Delta di Sars-CoV-2.
La percentuale di prevenzione della malattia sintomatica da parte di Pfizer è stata dell’88% contro il 93,7% fatto registrare nei confronti dell’ex variante dominante, l’Alfa. Con AstraZeneca, invece, la percentuale è stata del 67% contro il 74,5% nei confronti di Alfa. Anche AstraZeneca, però, al pari di Pfizer riesce a proteggere in maniera efficace dalle conseguenze più serie di Covid-19.
Lo studio conferma anche una sola dose non è sufficiente. Entrambi i vaccini, infatti, hanno fatto segnare un’efficacia del 30% appena con l’immunizzazione parziale.
"Sono state notate solo differenze modeste nell'efficacia del vaccino con la variante delta rispetto alla alfa dopo le due dosi”, scrivono i ricercatori. “Le differenze sono molto più marcate dopo aver ricevuto una dose singola. Questi dati supportano gli sforzi per massimizzare la diffusione della vaccinazione completa tra le popolazioni vulnerabili".
La corsa di Sars-CoV-2 è ripresa grazie alla variante Delta, da 6 a 8 volte più contagiosa del ceppo originario di Wuhan. Ma i ricercatori di Pfizer e BioNTech, che hanno sviluppato il primo vaccino autorizzato al mondo contro il virus, stanno già lavorando a una versione specifica del prodotto per contrastare la diffusione dell’ultima variante. Già nel mese di agosto dovrebbero partire le sperimentazioni cliniche.
Nell’attesa Pfizer suggerisce la somministrazione di una terza dose del vaccino già in uso per aumentare i livelli degli anticorpi. La sperimentazione organizzata per verificare gli effetti di un terzo dosaggio ha dato risultati incoraggianti. La terza iniezione garantirebbe un aumento del livello degli anticorpi da 5 a 10 volte contro il ceppo originario e la variante Beta rispetto alle prime due.
La Food and Drug Administration e i Centers for Disease Control and Prevention, tuttavia, in una nota si dichiarano al momento non favorevoli all’idea di una terza dose: «Continuiamo a rivedere tutti i nuovi dati non appena saranno disponibili e terremo il pubblico informato. Siamo preparati per dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie», si legge nella nota.
Di parere simile anche l’Agenzia europea dei medicinali (Ema): «È troppo presto per confermare se e quando sarà necessaria una dose di richiamo per i vaccini Covid-19, perché non ci sono ancora abbastanza dati dalle campagne di immunizzazione e dagli studi in corso per capire quanto durerà la protezione dai vaccini. L’Ema esaminerà i dati non appena saranno disponibili».
Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, commenta: «Probabilmente le persone avranno bisogno di una dose di richiamo di vaccino anti Covid-19 ogni 12 mesi. L’azienda sta sviluppando una versione aggiornata del vaccino che prende l’intera proteina spike della variante Delta».
Il vaccino contro Covid-19, se si sono completate le dosi previste, è efficace circa all’80% nel proteggere dall’infezione, e fino al 100% dagli effetti più gravi della malattia, per tutte le fasce di età.
Lo dimostrano i dati elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità provenienti dall’anagrafe nazionale vaccini (AVM) e dalla sorveglianza integrata dei casi di infezione da virus SARS-CoV-2 relativi al periodo tra il 21 giugno e il 4 luglio.
Nell’elaborazione è stato esaminato lo status vaccinale di infetti, ricoverati e deceduti per Sars-Cov-2, e l’efficacia vaccinale è stata calcolata separatamente per quattro fasce di età, 12-39, 40-59, 60-79 e over 80.

- Per quanto riguarda l’infezione il ciclo completo di vaccinazioni ha un’efficacia tra il
79,8% e l’81,5%, a seconda della fascia d’età.
- Per i ricoveri ordinari l’efficacia varia dal 91,0% al 97,4% con il valore più alto nella
fascia 40-59 anni.
- Per i ricoveri in terapia intensiva l’efficacia è del 100% nelle due fasce più giovani
(cioè non si è verificato nessun ricovero in terapia intensiva nei vaccinati nel
periodo considerato) e scende leggermente al 96,9% negli over 80.
- Per quanto riguarda i decessi l’efficacia è di nuovo del 100% nelle due fasce più
giovani, mentre scende al 98,7% in quella 60-79 (2 decessi tra i vaccinati contro i
78 dei non vaccinati) e al 97,2% negli over 80 (15 decessi nei vaccinati e 62 nei non
vaccinati.

“Questi dati, che confermano quelli di diversi studi internazionali, evidenziano che i vaccini di cui disponiamo sono estremamente efficaci nel prevenire le forme gravi della malattia, se viene completato il ciclo vaccinale, mentre hanno una buona efficacia nella prevenzione delle infezioni – commenta il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro -. È necessario quindi accelerare il più possibile nella campagna vaccinale, e allo stesso tempo mantenere le misure di distanziamento e protezione indicate dagli esperti finché non si sarà raggiunta una copertura sufficiente".

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I vaccini di Pfizer e Moderna, quelli sviluppati con la tecnologia dell’Rna messaggero, sono “altamente efficaci” nella prevenzione dell’infezione da Sars-CoV-2. Se infettati nonostante il vaccino, i sintomi vengono comunque ridotti al minimo, così come la carica virale complessiva.
I promettenti risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine da un team dei Centers for Disease Control and Prevention guidato da Mark G. Thompson.
Lo studio è stato realizzato negli Stati Uniti su 3.975 persone fra operatori sanitari e altri lavoratori ad alto rischio di contagio. Il virus Sars-CoV-2 è stato riscontrato in 204 partecipanti (5%), di cui 5 erano vaccinati, 11 avevano ricevuto solo la prima dose e 156 non erano vaccinati. È emersa così un’efficacia del vaccino pari al 91% con la vaccinazione completa e dell’81% con la sola prima dose.
La carica media di Rna virale è risultata inferiore del 40% nei soggetti parzialmente o completamente vaccinati rispetto ai soggetti non vaccinati. Solo un quarto dei soggetti parzialmente o completamente vaccinati ha accusato sintomi febbrili rispetto al 63% di chi non era stato vaccinato. I partecipanti vaccinati hanno anche riportato 6,4 giorni in meno di sintomi totali e 2,3 giorni in meno trascorsi a letto con Covid-19, rispetto ai partecipanti non vaccinati.
«Se ulteriori dati confermeranno che la somministrazione di vaccini mRNA riduce il numero di particelle di RNA virale e la durata del rilevamento dell’RNA virale, attenuando così l’infettività di Sars-CoV-2 - spiegano gli autori dello studio - i risultati complessivi dimostreranno che i vaccini mRNA non solo sono altamente efficaci nel prevenire l’infezione da Sars-CoV-2 ma possono anche mitigare gli effetti delle infezioni emergenti, una scoperta particolarmente importante per i lavoratori in prima linea, dato il loro potenziale di trasmettere il virus attraverso frequenti contatti ravvicinati con pazienti, colleghi e pubblico».

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«Siamo consapevoli dell’impatto delle varianti del virus, che è un tema importante anche nel resto del mondo. I quattro vaccini approvati dall’Ema sembrano proteggere da tutte le varianti, compresa la variante Delta» ha affermato il Responsabile della task force sulla strategia vaccinale dell’Ema, Marco Cavaleri. «Abbiamo avuto scambi di opinione con altre agenzie regolatorie nel resto del mondo. Le evidenze che abbiamo mostrano che due dosi di vaccino proteggono dalla variante Delta e che gli anticorpi sono capaci di neutralizzarla».
Una notizia importante se si pensa alla sempre maggiore diffusione della variante Delta anche in Italia.
Al momento, è ancora la variante Alfa, la cosiddetta “variante inglese”, la più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di casi. Tuttavia, sebbene i dati di giugno non siano ancora consolidati, dalle prime segnalazioni di sequenziamenti eseguiti, si segnala un aumento, in percentuale, dei casi di variante Kappa e Delta, la cosiddetta “indiana” e un suo sottotipo, che passano dal 4,2% nel mese di maggio, al 16,8% del mese di giugno (dati estratti al 21 del mese).
Sono queste le prime segnalazioni delle ultime settimane, monitorate dal Sistema di Sorveglianza Integrata Covid-19 dell’ISS, in attesa della flash survey che fotograferà la situazione nel nostro Paese poiché garantirà la rappresentatività del campione.
“Dalla nostra sorveglianza epidemiologica – dice Anna Teresa Palamara, direttrice del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS – emerge un quadro in rapida evoluzione che conferma come anche nel nostro Paese, come nel resto d’Europa, la variante Delta del virus stia diventando prevalente. Con la prossima flash survey avremo una stima più precisa della prevalenza”.
Questi dati, contenuti nel terzo bollettino dell’ISS “Prevalenza e distribuzione delle varianti di SARS-CoV-2 di interesse per la sanità pubblica in Italia”, riguardano 31.158 casi di infezione da SARS-CoV-2 con genotipizzazione tramite sequenziamento (2.732 in più rispetto al precedente rapporto del 6 giugno) e indicano come in Italia, grazie alla piattaforma per la sorveglianza genomica delle varianti di SARS-CoV-2 (I-Co-Gen), sviluppata dall’ISS e attiva dalla fine di aprile, stia aumentando rapidamente la capacità di sequenziamento dei ceppi virali circolanti. Ad oggi il modulo, dedicato all'analisi e condivisione dei dati di sequenziamento del SARS-CoV-2 a livello nazionale, conta più di 5.000 sequenze.
Il report evidenzia infatti che la percentuale dei casi sequenziati sia in crescente aumento passando in maniera costante dallo 0,5% dei casi diagnosticati a gennaio, al 2,5% dei casi diagnosticati nella prima metà di giugno, secondo i dati disponibili in piattaforma.
I dati del bollettino:
• La variante di SARS-CoV-2 prevalente in Italia è risultata essere la variante alfa (lignaggio B.1.1.7) con prevalenza al 74,9% che è anche la più diffusa a livello globale. Sebbene presenti una trasmissibilità più elevata rispetto ad altre varianti diffuse in Italia, ci sono evidenze che i vaccini in uso mantengano la loro efficacia nel prevenire casi di malattia ed infezione dovuti a questa variante.
• La variante gamma (lignaggio P.1) ha una diffusione maggiore in alcune Regioni/PPAA italiane, con prevalenza complessiva pari al 6,5%.
• La prevalenza di altre varianti del SARS-CoV-2 di interesse per la sanità pubblica è <1% nel nostro paese, ad eccezione della variante eta (lignaggio B.1.525, 1,2 %).
• Casi associati a varianti kappa e delta (lignaggio B.1.617.1/2) sono complessivamente pochi nel periodo gennaio-giugno, tuttavia si segnala un recente rapido aumento nella frequenza e diffusione di queste segnalazioni sul territorio nazionale dovuto a diversi focolai. Inoltre, la maggior parte di essi appartengono alla variante delta.

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SARS-CoV-2 è il virus responsabile della malattia conosciuta come COVID-19. Tra le proteine contro cui si organizza la risposta immunitaria, sono particolarmente importanti la proteina nucleocapsidica (N) e la proteina spike (S), contro la quale i vaccini attualmente disponibili sono in grado di far sviluppare una risposta efficace.
Abbiamo valutato la risposta anticorpale alla proteina S e N in un campione di sangue capillare di 160 operatori sanitari, vaccinati con due dosi di vaccino BNT162b2 (Comirnaty) dopo circa 7 giorni dalla seconda somministrazione, che lavorano presso l’Ospedale Luigi Sacco utilizzando tre diversi test immunocromatografici rapidi a flusso laterale: il test rapido anti-N COVID-19 IgG/IgM (PRIMA Lab SA, Balerna, Switzerland), l’anti-N e anti-S COVID-19 IgG/IgM rapid test cassette (Zhejiang OrientGene Biotech Co., InnoLiving, Zhejiang, China) e, in un sottogruppo di soggetti, l’anti-N e anti-S COVID-19Speed IgG/IgM test (BioSpeedia SAS – Institut Pasteur, Paris, France).
Contestualmente è stato eseguito un prelievo di sangue periferico per valutare la risposta anti-S con Chemiluminescent immunoassay (CLIA) (LIAISON SARSCoV-
2 trimericS IgG DiaSorin, Saluggia, Vercelli, Italy). Tutti gli operatori testati hanno mostrato una risposta anticorpale apprezzabile al CLIA, maggiore nei soggetti con precedente storia di COVID-19. L’anti-N e anti-S COVID-19 IgG/IgM rapid test
cassette (OrientGene Biotech Co., Innoliving) è risultato positivo in 26/26 (100%) soggetti con storia di COVID-19 e in 129/134 (96.3%) dei soggetti non precedentemente esposti al virus.
Degli 88 soggetti testati con l’anti N e anti-S COVID-19Speed IgG/IgM test (BioSpeedia SAS), 56 sono risultati positivi.
In conclusione, nel nostro studio l’anti-N e anti-S COVID-19 IgG/IgM rapid test cassette (OrientGene Biotech Co., Innoliving) ha identificato una risposta anticorpale nei vaccinati con due dosi di vaccino BNT162b2 con una sensibilità del 96.9%, contro una sensibilità del 63.6% dell’anti-N e anti-S COVID-19Speed IgG/IgM test (BioSpeedia SAS). I test anticorpali rapidi che vadano a evidenziare una risposta anti S potrebbero trovare impiego come test di screening rapido in soggetti che, per età, patologie e/o terapie assunte, siano a rischio di non montare una risposta efficace alla vaccinazione.


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Alla fine, i numeri hanno confermato ciò che si temeva, ovvero la maggior pericolosità complessiva delle varianti Covid per ogni fascia d’età. I dati sono quelli presentati da Eurosurveillance, rivista dedicata all’epidemiologia, secondo cui un’infezione da variante inglese (ormai predominante in Italia ed Europa), sudafricana o brasiliana comporta un rischio maggiore di ricovero in ospedale e in alcuni casi di decesso.
L’analisi ha riguardato oltre 23mila casi di varianti segnalati nel periodo settembre-marzo in vari paesi europei. Gli esiti – cioè ricoveri, ricorso alla terapia intensiva, decessi – sono stati messi a confronto con quelli registrati fra i casi di coronavirus “classico”. Lo studio mostra un aumento del rischio di ricoveri associati alle varianti anche nei soggetti di mezza età.
La variante inglese aumentava il rischio di ospedalizzazione dell’11% e di terapia intensiva dell’1,4%. In media, i casi ospedalizzati avevano 63 anni, contro i 69 dei pazienti colpiti da Sars-CoV-2 di Wuhan. Per quanto riguarda la variante sudafricana, il rischio di ricovero cresceva del 19,3%, quello di terapia intensiva del 2,3%, mentre l’età media era di 67 anni. Il rischio di ospedalizzazione aumentava ancora in caso di variante brasiliana, il 20%, anche se quello di finire in terapia intensiva era più basso, il 2,1%, e l’età media più alta, 76 anni.
Nei modelli stratificati per età, emerge come i casi B.1.1.7 nei gruppi di età 20-39 e 40-59 anni avevano, rispettivamente, probabilità di ospedalizzazione di 3 e 2,3 volte maggiore rispetto ai casi non «variante», mentre il ricovero in terapia intensiva o la morte non differiva in modo significativo in nessun gruppo di età.
Per i casi di sudafricana si osserva una probabilità di ospedalizzazione di 3,5-3,6 volte superiore per i gruppi di età 40-59 e 60-79. Il ricovero in terapia intensiva era significativamente più probabile per le età comprese tra 40 e 59 anni. Per i casi di brasiliana, infine, si osserva una probabilità di ospedalizzazione tra le 3 e le 13,1 volte maggiore nei gruppi di età 20-39, 40-59 e 60-79, nonché una probabilità di ricovero in terapia intensiva di 2,9-13,9 volte superiore.
Si può concludere, quindi, che le varianti sono più pericolose soprattutto per i più giovani, con l’unica eccezione dei decessi totali, che superano quelli del coronavirus arcaico solo considerando la variante sudafricana.

Una nuova arma a disposizione dei medici per combattere Covid-19 e le sue manifestazioni più gravi. Ad annunciarla è uno studio pubblicato su Nature da un team di ricercatori europei, fra cui quelli del Policlinico San Matteo di Pavia.
L’anticorpo in questione viene definito “bispecifico” perché consiste nel riconoscimento contemporaneo di 2 antigeni diversi del virus. I ricercatori hanno unito 2 anticorpi naturali in una singola molecola artificiale: test preclinici hanno dimostrato che l’anticorpo riesce a proteggere anche dalle varianti di Sars-CoV-2.
Il doppio legame dell’anticorpo bispecifico riduce in maniera significativa la selezione di varianti resistenti, a differenza degli anticorpi che riconoscono un singolo antigene.
«L’anticorpo è stato sviluppato nell’ambito dell’attività del progetto di ricerca ATAC (Antibody Therapy AgainstCoronavirus), finanziato dall’European Research Council (ERC)– spiega Fausto Baldanti, responsabile del laboratorio di Virologia molecolare del San Matteo –. Fanno parte del consorzio di ricerca, oltre al policlinico di Pavia, anche il Karolinska Institutet di Stoccolma (Svezia, l’Istituto di Ricerca in biomedicina (IRB) di Bellinzona (Svizzera), l’Università di Braunschweig (Germania) e il Joint Research Center (JCR) della Commissione Europea. Ha collaborato pure la Rockfeller University di New York».
L’obiettivo del progetto era di sviluppare un’immunoterapia contro Covid-19 tentando tre diversi approcci per aumentare al massimo le possibilità di successo.
«Il primo riguardava l’“immunoterapia con plasma iperimmune”, sviluppato principalmente a Pavia – prosegue Baldanti –. Il secondo approccio, “immunoterapia con gamma-globuline”, è stato seguito dal Karolinka Institutet di Stoccolma. La terza fase, ossia “immunoterapia mediante anticorpi monoclonali”, è stata sviluppata dalla Technische Universität Braunschweig e dall’IRB di Bellinzona. Fase che ha avuto successo nel generare anticorpi monoclonali umani altamente reattivi. Le caratteristiche biologiche e l’efficacia degli anticorpi monoclonali così prodotti sono state definite dal nostro gruppo di ricerca al San Matteo».

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Il legame c’è, ma è un’eventualità rarissima che consente di pianificare la campagna vaccinale. È il risultato delle indagini dell’Ema sul vaccino di Johnson & Johnson. Gli esperti sottolineano l’esistenza di un possibile legame coi rari casi di trombosi emersi durante la campagna vaccinale negli Stati Uniti, proprio come avvenuto con il vaccino di AstraZeneca in Europa.
Tuttavia, "il rapporto rischio-beneficio complessivo rimane positivo. La malattia Covid è associata a un rischio di ospedalizzazione e morte. La combinazione segnalata fra coaguli di sangue e livelli di piastrine basse è molto rara e i benefici complessivi del vaccino Janssen nella prevenzione di Covid superano i rischi degli effetti collaterali", spiega nella nota Ema.
L’agenzia ha già comunicato all’azienda di aggiungere nel bugiardino un avvertimento sui coaguli di sangue insoliti con livelli bassi di piastrine. Si tratta, secondo il Prac, di un’eventualità molto rara: al 13 aprile, negli Stati Uniti oltre 7 milioni di persone avevano ricevuto J&J, e i casi sospetti sarebbero 8, di cui solo 1 con esito fatale.
"Tutti i casi - riferisce l'Ema - si sono verificati in persone di età inferiore a 60 anni entro 3 settimane dalla vaccinazione, e la maggioranza degli episodi è stata riscontrata nelle donne".
“I casi – continua la nota dell’Ema - erano molto simili ai casi verificatisi dopo il vaccino AstraZeneca, Vaxzevria. I coaguli di sangue si sono verificati principalmente in siti insoliti come nelle vene del cervello (trombosi del seno venoso cerebrale, Cvst) e dell'addome (trombosi della vena splancnica) e nelle arterie, associati a bassi livelli di piastrine del sangue e talvolta sanguinamento".
"Una spiegazione plausibile per il verificarsi di questa combinazione di coaguli di sangue e piastrine basse - secondo gli esperti del Prac - potrebbe essere una risposta immunitaria che porta a una condizione simile a quella osservata a volte nei pazienti trattati con eparina, chiamata trombocitopenia indotta da eparina, Hit".
Le autorità italiane hanno preso atto del parere dell’Ema e, attraverso una nota firmata da Franco Locatelli – presidente del Consiglio Superiore di Sanità -, Nicola Magrini – direttore generale dell’Aifa – e Gianni Rezza - direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute – chiariscono le modalità di utilizzo del nuovo vaccino: "Il vaccino Janssen, il cui uso è approvato a partire dai 18 anni di età, dovrà essere preferenzialmente somministrato a persone di età superiore ai 60 anni, ovvero a coloro che, avendo un rischio elevato di malattia grave e letale, necessitano di essere protette in via prioritaria".
Almeno 6 mesi dopo la seconda dose. È il lasso di tempo durante il quale gli anticorpi generati dal vaccino di Moderna persistono nell’organismo della persona vaccinata con due dosi. A dirlo è una lettera pubblicata sul New England Journal of Medicine che cita uno studio su 33 adulti sani che hanno partecipato allo studio di fase 1 del NIH sulla risposta immunitaria associata al vaccino di Moderna.
"Siamo lieti che questi nuovi dati mostrino la persistenza degli anticorpi per 6 mesi dopo la seconda dose del nostro vaccino Covid-19", ha dichiarato Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna. “Questo ci dà ulteriore fiducia nella protezione offerta dal nostro vaccino. Restiamo impegnati a continuare ad affrontare la pandemia da Covid-19".
Moderna sta lavorando al contempo sullo sviluppo clinico di adeguamenti del vaccino che tengano conto delle nuove varianti in circolazione. Il NIAID – parte dei National Institutes of Health – “condurrà una sperimentazione clinica di fase 1 per valutare i vaccini mRNA-1273 modificati monovalenti e multivalenti come serie primaria in individui naïve e come vaccino di richiamo in quelli precedentemente vaccinati con mRNA-1273".
Dopo i casi di trombosi emersi nelle scorse settimane in alcuni soggetti che avevano ricevuto il vaccino di AstraZeneca contro Covid-19, l’Ema ha aggiornato le indicazioni per gli operatori sanitari.
«Casi di trombosi e trombocitopenia, alcuni dei quali si presentano a livello di vena mesenterica o vena cerebrale/seno venoso cerebrale», spiega la nota pubblicata dall’Ema. Le nuove informazioni verranno comunicate direttamente a chi prescrive, distribuisce o somministra il prodotto.
L’Ema si rivolge direttamente anche ai pazienti, che devono cercare assistenza medica immediata «in caso di affanno, dolore al petto o allo stomaco, gonfiore o sensazione di freddo a un braccio o una gamba, mal di testa grave o in peggioramento o visione offuscata dopo la vaccinazione, sanguinamento persistente, piccoli lividi multipli, macchie rossastre o violacee o vesciche di sangue sotto la pelle»
«La maggior parte delle segnalazioni - spiega l'ente regolatorio Ue ai medici - riguardava donne sotto i 55 anni, sebbene alcune di queste segnalazioni possano riflettere una maggiore esposizione di questi soggetti, in base alle categorie alle quali si rivolgono le campagne vaccinali nei diversi Stati membri».
«Il numero di questi eventi rari segnalati supera quelli attesi e la causalità, sebbene non confermata, non può quindi essere esclusa - avverte l'Ema -. Tuttavia, data la rarità degli eventi e la difficoltà di stabilire l'incidenza di base poiché la stessa Covid-19 sta portando a ricoveri con complicanze tromboemboliche, la forza di qualsiasi associazione è incerta».
Il rapporto rischi/benefici rimane positivo, ma la scheda tecnica e il foglietto illustrativo verranno aggiornati con le informazioni sui casi di coagulazione intravascolare disseminata e di trombosi cerebrale dei seni venosi che si sono verificati.
Filippo Anelli, presidente della Federazione degli ordini dei medici, ricorda comunque che le vaccinazioni hanno ridotto la mortalità tra i medici «di oltre il 70% e la curva continua a scendere, nonostante siamo in una fase di ripresa epidemica
importante. Questo significa che il vaccino produce i suoi effetti benefici, ci consentirà finalmente di uscire dalla pandemia».
«La sicurezza e la fiducia nei vaccini sono fondamentali per le vaccinazioni. La priorità della Commissione è sempre stata la sicurezza e l'efficacia di qualsiasi vaccino Covid-19 autorizzato per l'uso nell'Ue. Questo è il motivo per cui abbiamo assicurato che tutti i vaccini, prima di essere somministrati, passino attraverso il controllo di sicurezza rigoroso e indipendente dell'Agenzia europea per i medicinali». Ad affermarlo è la commissaria europea alla salute Stella Kyriakides, dopo lo sblocco dell'Ema. «Questo è sempre stato non negoziabile per noi».

Non riducono soltanto ospedalizzazione e mortalità, ma pongono un freno alla circolazione del virus. È il risultato di uno studio approfondito sui vaccini prodotti da Pfizer/BioNtech e Moderna realizzato dai Centers for Disease Control and Prevention negli Stati Uniti.
Lo studio, basato sugli effetti prodotti dai vaccini su personale sanitario, parasanitario e altri lavoratori essenziali, segnala un’efficacia del 90% nella riduzione della trasmissione di Sars-CoV-2.
In tutto, sono state testate 3.950 persone 14 giorni dopo la seconda dose di vaccino, cioè nel momento di massima produzione degli anticorpi: la prevenzione si è attestata al 90%, indipendentemente dai sintomi. Già dopo la prima somministrazione, la capacità di trasmissione era notevolmente ridotta, circa l’80%. Di conseguenza, la possibile trasmissione fra persone vaccinate è eventualità rarissima, anche in contesti ad alto rischio di esposizione al virus, come quello dell’oggetto di studio, cioè l’ambiente sanitario.
Lo studio ha preso in considerazione anche le varianti, e le conclusioni anche in questo caso paiono rassicuranti, con percentuali di protezione simili. Negli Stati Uniti, al momento, oltre il 15% della popolazione è vaccinata in modo completo e oltre il 28% con almeno la prima dose. Già si vedono i risultati su contagi e decessi, molto diminuiti da qualche settimana, alla stregua di quanto già avvenuto in Israele e Gran Bretagna, gli altri due paesi che si trovano più avanti nel percorso di vaccinazione.

Le regole di base per evitare il contagio:

- Lavare spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi;
- Evitare di toccare gli occhi, il naso o la bocca con le mani non lavate;
- Evitare contatti ravvicinati con persone mantenendo una distanza di almeno due metri;

Nel caso si rientri da un'area a rischio e si manifestino i sintomi per evitare di contagiare i propri contatti e familiari è molto importante:

- Stare a casa se si hanno sintomi;
- Chiamare il proprio medico;
- Evitare il contatto ravvicinato con familiari e conviventi;
- Coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando si tossisce o starnutisce, quindi gettare il fazzoletto nella spazzatura e lavarsi le mani oppure starnutire nel gomito;
- Pulire e disinfettare oggetti e superfici.



Per vedere il conteggio dei malati della protezione civile
Clicca la scritta


Per seguire in tempo reale l'evoluzione della diffusione del nuovo coronavirus, gli esperti della Johns Hopkins University hanno messo a punto una mappa interattiva con i dati relativi ai contagi e ai decessi.








24/01/2022 Andrea Sperelli

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