Dipendenze, una speranza dalla fotobiomodulazione

Cambia l'oggetto della dipendenza ma gli effetti sono comunque traumatici

C'è chi lo fa per sfuggire da un malessere, per dimenticare, distrarsi, chi inizia per mera curiosità o per sentirsi parte di un gruppo, e anche chi lo fa quasi per scherzo, come se fosse qualcosa da cui è semplice tornare indietro. E poi si finisce nel baratro. La maggior parte delle persone, col tempo, perde tutto: amicizia, amore, lavoro, famiglia. Se stessi.
In Italia e nel mondo i numeri sulle dipendenze non sono affatto leggeri: alcol, droga, fumo, gioco d'azzardo ogni anno stravolgono la vita di milioni di persone e la fotografia attuale restituisce previsioni future ancora più drammatiche, un po' per l'abbassamento dell'età degli utenti, un po' per gli effetti della pandemia, intessuta da preoccupazioni, solitudine, abuso di Internet.
«L'addiction, ovvero la dipendenza, è una patologia cronica caratterizzata dalla ricerca di droghe come marijuana, cocaina, ma anche farmaci, nicotina e alcool, e dal loro uso compulsivo», spiega la dottoressa Federica Peci, psicologa, ricercatrice e fondatrice di Cerebro®, Startup nell'ambito delle Neuroscienze.
«Se è vero che la decisione di iniziare l'assunzione è quasi sempre volontaria da parte del soggetto, l'utilizzo ripetuto alla lunga crea dei cambiamenti biochimici che rendono difficoltoso smetterne l'assunzione.
Le droghe, a livello cerebrale, infatti, influenzano il circuito della ricompensa generando euforia, insieme all'aumento della concentrazione di messaggeri chimici come la dopamina, un neurotrasmettitore che influenza il tono dell'umore e controlla i meccanismi di ricompensa e piacere.
«Il compito del circuito della ricompensa è rinforzare comportamenti che provocano piacere - commenta la biologa Rosjana Pica, del team di Cerebro®. Un aumento di dopamina causa un rinforzo di comportamenti disadattivi, come l'utilizzo di droghe, obbligando a ripeterli in continuazione. Man mano che si assume una droga, o un farmaco, inoltre il cervello si adatta a livelli di dopamina sempre più elevati, in quanto si genera tolleranza. L'abuso a lungo termine produce cambiamenti anche in altri sistemi cerebrali, intaccando funzioni cognitive come l'apprendimento, la capacità di giudizio e controllo dei comportamenti».
Ogni sostanza agisce attraverso meccanismi di azione leggermente diversi: «Per quanto riguarda il fumo la dipendenza viene creata, come si sa, dalla nicotina, una sostanza in grado di aumentare la secrezione di neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione dell'umore e del comportamento (tra cui la dopamina)», spiega la biologa. «Ciò che causa una dipendenza da alcol invece è l'etanolo, che agisce nel cervello rapidamente e ha effetti importanti su molti tipi di recettori, canali e secondi messaggeri espressi nelle cellule nervose. L'etanolo aumenta e altera l'attività delle cellule nervose che rilasciano dopamina e modula tante aree cerebrali che fanno parte dei circuiti del piacere e della ricompensa, innescando così nel cervello i processi chimici che portano all'alcolismo».
Un capitolo a parte, poi, la merita la cocaina che vede il nostro Paese nel podio dei consumatori: l'Italia, infatti, occupa il quarto posto in Europa, su 30 Stati, con il 7% di individui adulti (15-64 anni) che almeno una volta ne hanno fatto uso (la media Ue è del 5,4%).
Questa sostanza, dal punto di vista biochimico, agisce bloccando il riciclo della dopamina e quindi prolungandone gli effetti nel cervello. Questo porta ad un'esperienza di euforia innaturalmente forte, che ahimè ha un prezzo altrettanto “forte”: l'eccessiva attività della dopamina può portare conseguenze a cascata su tutto l'organismo come depressione, insonnia, paranoia, allucinazione e sintomi psicotici associati alla schizofrenia.
Non ci sono cure e trattamenti standard ufficialmente efficaci per tutti a causa dell'incapacità di superare le prime fasi critiche della disintossicazione, riducendo così la compliance nei trattamenti psicoterapici e farmacologici. Alcuni farmaci sono validi nel ridurre il consumo di alcune sostanze, ma generalmente solo per pazienti con determinate caratteristiche genetiche e metaboliche. «I trattamenti comportamentali e le psicoterapie possono dare un importante contributo in tal senso - commenta la dottoressa Peci. Tramite queste i pazienti possono pian piano ri-imparare a trarre piacere da ricompense non legate alle sostanze nocive, rapporti sociali, professionali, esercizio fisico, hobbies, e tornare a riparare i danni biologici a livello cognitivo».
La ricerca si è concentrata molto sui neurotrasmettitori e sui meccanismi biochimici che si innescano a livello cerebrale. Tra i più recenti lo studio, a opera di due italiani della Boston University School of Medicine, sulla PCPAP, una sostanza nel cervello che sembrerebbe favorire il consumo eccessivo di alcolici. Sulla base dei risultati ottenuti nella ricerca finora condotta su animali si è visto che nei topolini oggetto di studio aumentavano le concentrazioni di PACAP in astinenza da alcol. Bloccando questa sostanza, quindi, si potrebbe placare il circolo vizioso di astinenza, ansia e impulso a bere. Lo studio ha forti implicazioni per potenziali applicazioni terapeutiche, ma ancora è alle prime fasi.
Una speranza attuale e concreta viene poi dalle biotecnologie, e in particolare dalla Fotobiomodulazione Transcranica, una tecnologia innovativa, non invasiva, che si è dimostrata efficace per tutti quei processi che hanno alla base l'infiammazione neuronale.
«Si basa sull'utilizzo di un casco contenente 256 led, tramite i quali avviene un passaggio di luce, attraverso una serie di strati, quali lo scalpo, il periostio, le ossa del cranio, le meningi e la dura madre, fino a raggiungere la superficie corticale cerebrale. Il trattamento NIR Cerebro Infrared ha mostrato ottimi risultati soprattutto relativamente alla fase di disintossicazione, con minor sensazione di ansia, craving, stress, tremori, nausea e vomito. Modulando, in base al paziente, il tempo di somministrazione e l'intensità dei led collegati all'area cerebrale-corticale è possibile facilitare una nuova e funzionale riorganizzazione neurale alterata dall'uso cronico, creando connessioni più solide e riequilibrando la quantità di neurotrasmettitori prodotti».

25/11/2020 15:23:03 Andrea Sperelli


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